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Non Robin Hood ma esperto mascalzone

Se tutte le famiglie che non arrivano a fine mese cominciassero a rubare?

Se tutti quelli che non riescono a pagare l’affitto decidessero di occupare abusivamente una casa?

Quel cardinale non insegna il Vangelo, ma come rubare.

Così la Chiesa, oltre ad aver sdoganato anche altre cose importanti, permette ed avvalla il furto (vedi posizioni di Avvenire, giornale della CEI).

 

don Paolo Mojoli sdb

 

Si veda anche la pagina facebook di don Fortunato di Noto:

“Mi allaccia, padre, abusivamente la luce? Almeno una decina di telefonate e contatti, famiglie piene di bollette evase. Tanti i bambini. Queste le situazioni di ogni giorno in una parrocchia, di periferia o del centro città. A voi sembra provocatorio questo post, ma è la realtà. Ogni giorno. Non ho mai consigliato l’allaccio abusivo, non è mai prevalsa la carità furibonda, è prevalso il buon senso di un pastore che vive nel mondo, ma non è del mondo. I ricchi diano ai poveri, e i poveri condividano, e lo fanno, il pane anche se duro.Nelle regole e oltre le regole partendo dai propri soldi e dalla reale carità di chi possiede uno spicciolo. E chi poi riceve, doni a sua volta …. ” (Don Fortunato Di Noto)

 

“Sono un semplice cane pastore. Ho incontrato dei giovani, in un convegno, sulla legalità e dottrina sociale della Chiesa. Presentando, con profezia evangelica, a: tendere non solo la mano ma trasformare le strutture – o brutture umane della città (frase del Sindaco Giorgio La Pira), nella giustizia e nella legalità. Mi hanno detto che sono un fariseo, la illegalità è cosa umana, dicevano. Senza neanche conoscermi… giudizi gratuiti e fake news, come al solito: tutto da bruciare…. tutto. Io non lo so, eppure ci metto sempre la vita e la faccia… sempre. Un semplice cane pastore ….” (Don Fortunato Di Noto)

 

 

“La famiglia sia libera di scegliere l’istruzione dei figli” (Nuova Bussola Quotidiana)

«I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli» è nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Perché proprio nel Paese con la “Costituzione più bella del mondo” non viene rispettato? Se prendiamo sul serio il motto “prima gli italiani” non discriminiamo quegli italiani che vogliono scegliere per i figli.

In Italia ci vantiamo di vivere in una democrazia che affonda le sue radici nella Resistenza e che è basata su una tra le carte costituzionali più belle, secondo il parere di giuristi insigni. Ma, a 70 anni dall’approvazione della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (ONU, 10 dicembre 1948) come è messo il nostro Paese nella garanzia dei diritti umani?

La Dichiarazione rappresenta un riferimento essenziale per l’educazione interculturale: è costituita da un preambolo e da trenta articoli che fissano valori cardine come l’uguaglianza, la libertà e la dignità di tutti gli uomini, il diritto al lavoro, all’istruzione e l’irrilevanza di distinzioni di razza, colore, religione, sesso, lingua e opinione politica. In questa sede ci soffermiamo sull’art. 26: «I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli». È noto che il documento – pur essendo privo di effetti obbligatori per gli Stati e avendo piuttosto il valore di una “raccomandazione” internazionale – ha comunque ispirato le carte costituzionali di vari Paesi per quanto riguarda il riconoscimento dei diritti inviolabili. Qualora il buon senso non bastasse… 

«Prima gli italiani!», si sente dire oggi. C’è dunque evidentemente una reale determinazione a garantire i diritti dei propri cittadini. Potremmo mai accettare che allievi, docenti e genitori italiani siano gli unici in Europa a dover subire una discriminazione per ragioni economiche? No, mai! L’Italia, del resto, pur essendo entrata a far parte delle Nazioni Unite solo il 14 dicembre 1955 (non era quindi fra i 48 Paesi, su 58 Stati membri, che si dichiararono a favore del documento), poteva già allora vantare un’ampia ricezione del principio di diritto di cui all’art. 30 della Costituzione: «È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli».

«Sono un italiano e ne vado fiero», canta Toto Cotugno. Alle dichiarazioni, però, debbono sempre seguire le azioni, altrimenti esse non soltanto restano lettera morta, ma insinuano anche il dubbio che quel: «siamo italiani!» possa essere inteso nell’accezione di: «siamo parolai!» (alcuni nostri emigrati meridionali se lo sono sentito dire, un tempo, in America… La memoria impedisce il ripetersi della storia più buia: ecco perché è bene studiare). E difatti la lingua italiana ha un peso (forse qui l’affermazione: «Prima gli italiani!» ci vuole proprio…). Sì, le parole hanno un peso, e lo hanno ancor più per un avvocato e per quei ministri che si fanno paladini dei cittadini italiani. Che senso ha riconoscere un diritto, se poi esso non viene garantito o, peggio, viene ostacolato a causa di una delle più gravi discriminazioni economiche permesse dallo Stato italiano? E questo a dispetto delle pari opportunità sancite dall’art. 3 della Costituzione. Quegli allievi, quei genitori e docenti che crescono con la fierezza di essere italiani («Prima gli italiani!») si stanno domandando, dal 1948: «Perché in Europa solo noi siamo discriminati? Potremmo andare a vivere in Francia o in Svezia o in Danimarca (la scelta è ampia: basta escludere la Grecia), così i nostri figli non sarebbero discriminati per ragioni economiche nel loro sacrosanto diritto di istruzione. Però siamo italiani e ne andiamo fieri! Quindi deve esserci un piano B».

L’unica strada da percorrere per uscire dalla situazione appena descritta è quella di riconoscere alla famiglia il suo diritto, ossia quello di educare liberamente i figli. Come? Attraverso il costo standard di sostenibilità, che prevede di fornire alla famiglia una quota (che si colloca sui 5.500 euro annui per studente) da spendere per l’istruzione dei figli. Sarà poi la famiglia stessa a decidere dove spendere tale quota, se in una scuola pubblica statale o in una scuola pubblica paritaria. E il ruolo dello Stato in tutto questo? Sarebbe quello di garante e controllore, non di gestore e controllore… di se stesso! Solo in questo modo il sistema scolastico italiano riuscirà ad emergere da una situazione di costante emergenza. Solo in questo modo la scuola non sarà più considerata un ammortizzatore sociale («Chi non sa che cosa fare va a insegnare»). Le famiglie potranno scegliere, gli allievi avranno garantito un servizio decisamente migliore e non saranno in balia di frequenti cambiamenti di insegnanti; a questi ultimi, poi, sarà possibile scegliere dove esercitare la propria professione, a parità di stipendio, come già avviene nel resto dell’Europa. 

Autore: Anna Monia Alfieri

Fonte: http://www.lanuovabq.it/it/la-famiglia-sia-libera-di-scegliere-listruzione-dei-figli

Da Massimo Gramellini. “Una carezza nel buio”

Una volta sentii Andrea Bocelli dire una cosa meravigliosa: il mondo è pieno di male, ma se nonostante tutto rimane in piedi, è perché di bene ce n’è un po’ di più. In un piccolo paese chiamato Consuma, un pugno di case sparpagliate sull’Appennino toscano, tutte le mattine il signor Romano solleva dal letto le sue ottantaquattro primavere, le sistema dentro l’automobile e passa a prendere un bimbo ipovedente di sei anni per portarlo a scuola. Un’impresa tutt’altro che semplice, racconta Giulio Gori sul Corriere Fiorentino: la scuola si trova quindici chilometri più in basso e per raggiungerla bisogna percorrere una strada a zig-zag, impostando curve strette e scalando marce di continuo. Quindici ad andare e quindici a tornare, due volte al giorno, dal momento che il signor Romano va pure a riprenderlo al termine delle lezioni. Perché lo fa? Il bambino ipovedente non è suo nipote. Non è nemmeno il nipote di un suo amico. È il figlio di un taglialegna macedone che lavora nei boschi e non ha tempo per portarlo a scuola. Il piccolo non può usufruire del servizio bus del Comune: manca l’accompagnatore richiesto per i disabili. E così ci pensa il signor Romano. Lui dice che a 84 anni la fatica è tanta, ma è ricompensata dalla visione del suo minuscolo passeggero mentre saluta i compagni a uno a uno, accarezzandoli sulla faccia per riconoscerli. Bocelli ha ragione. Grazie al signor Romano e a quel bambino, il mondo ricomincerà anche domattina.

11 maggio 2019 (modifica il 11 maggio 2019 | 07:46)

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Fonte: https://www.corriere.it/caffe-gramellini/19_maggio_11/carezza-buio-59a57808-7363-11e9-8065-6d20dff6bd65.shtml

Comunicato stampa dal Congresso Mondiale delle Famiglie

Toni Brandi e Jacopo Coghe, organizzatori del Congresso Mondiale delle Famiglie, pubblicano un comunicato stampa in cui affermano: «Sentire che, dopo tante polemiche, per Matteo Salvini, “impresentabili sono coloro che sostengono l’utero in affitto”, ci stimola ulteriormente ad andare avanti. E poi sentire ancora il vicepresidente del Consiglio ribadire una verità ovvia, che il bambino ha bisogno di una madre e di un padre, ci rassicura e ci trova perfettamente in sintonia».

«Abbiamo molto apprezzato anche l’intervento del Ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, che alla fine del 2018, ha approvato il consenso informato da parte dei genitori nella scelta delle attività didattiche extracurricolari dei figli» per tentare di arginare il diffondersi di corsi sul gender a danno dei minori.

Certamente chi è intervenuto ha detto cose apprezzabili, ma rimangono non condivisibili le posizioni pro aborto di Meloni e Salvini espresse prima del Congresso.

https://www.notizieprovita.it/economia-e-vita/xiii-wcf-verona-gli-organizzatori-oggi-la-rivincita-contro-le-intimidazioni-mediatiche-siamo-la-maggioranza-non-piu-silenziosa/

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Pastore “indegnamente felice”

Pecorella: Caro pastore, in questi ultimi due giorni (oggi è martedì 19 marzo, san Giuseppe) abbiamo pubblicato ben tre (3) articoli di credenti confusi e smarriti per la situazione della Chiesa e di chi la guida. Un laico, come me, una monaca (che si definisce addirittura “sradicata”), un padre missionario. Tu che sei un consacrato come loro, come ti senti?

Pastore: Felicemente e indegnamente partecipante del dramma di morte e resurrezione di Gesù. Felicemente e indegnamente parte ferita di una Chiesa che gli antichi Padri definivano “casta meretrix”: santa, in Cristo; peccatrice e infedele, nelle sue membra.

Pecorella: Grazie per la tua sincera risposta. In questo stato di “felicità indegna” non avverti un disagio per l’atteggiamento poco coerente con la dottrina della Chiesa da parte di alcuni confratelli e, purtroppo, anche da parte di qualche vescovo?

Pastore: Non solo avverto un disagio, ma una vera e propria ferita tanto personale, quanto dell’intera Famiglia-Chiesa. La ferita non si rimargina, ma si acutizza pensando che non si tratta solo di divergenze teoriche, ma di fatti, di scelte sia personali, sia condizionanti, sia imposte ad altri. Gran parte dei mezzi di comunicazione sociale intervengono poi solo scandalisticamente, cioè versando sale abbondante sulle ferite, ma non provando neppure a capire il cuore del problema.

Pecorella: In modo empatico avvertiamo la tua sofferenza e ci stringiamo a te in un forte abbraccio. Ho una domanda però che mi viene spontanea. Sappiamo, come abbiamo scritto all’inizio, che questa sofferenza non è solo tua. Ma è condivisa? Riesci a parlarne con qualche confratello?

Pastore: C’è qualcuno che nega il problema e continua solo a vivacchiare secondo i canoni prestabiliti, secondo quello che considera un minimo sindacale. C’è chi è semplicemente frastornato. Chi cerca nuove vie, più o meno fortunate e più o meno cattoliche.
Un’occasione preziosissima è lo scambio settimanale sul Vangelo della domenica seguente. Si arriva a condividere molte gioie e difficoltà quotidiane. Magari fosse più facile con tutti…

Pecorella: Nel suo ultimo libro, il cardinal Sarah, scrive anche:
“La Chiesa sta morendo perché i pastori hanno paura di parlare in tutta verità e chiarezza. Abbiamo paura dei media, dell’opinione pubblica, dei nostri fratelli. Il buon pastore dà la vita per le sue pecore
Una domanda difficile: perché la Chiesa ha smesso di essere profetica e sembra smaniare di essere accettata dal mondo? Secondo il tuo parere quale obiettivo si prefigge?

Pastore: C’è sempre stata e ci sarà sempre una abissale differenza tra i veri profeti e i falsi profeti (quelli che agiscono per il proprio comodo, non in nome di Dio). Un pastore non è un mercenario. Un santo ricordava quanti danni può fare un prete ignorante. Non significa far fatica a studiare. Ma si tratta – tecnicamente – dell’ “ignoranza crassa e supina” da parte dei pastori. Ignorano Cristo e non gliene importa nulla. Poi, ai tempi del relativismo, tutto diventa più grave. Certo non dimostrano un animo migliore quelli visceralmente attaccati alle formalità e che non si sono accorti che qualcosa sta cambiando.

Pecorella: Un’ultima domanda. Cosa fai personalmente per essere un “vero profeta”? E cosa fai quando ti accorgi di avere a fianco un “falso profeta”?

Pastore: Non lo so. In ogni caso, io rifiuto a chiare lettere che mi venga detto di essere un “vero profeta”. I veri profeti, prima di tutto nella Bibbia, decantano come il vino attraverso un tempo lungo e una indicibile sofferenza. Pro-feta non significa predire il futuro, ma “parlare a nome di Dio”. Se la vocazione è sempre tanto affascinante quanto scomoda, è in ogni caso iniziativa del buon Dio. La vita quotidiana diventa gioiosamente e al tempo stesso terribilmente lacerante, ma chi può pretendere di parlare, agire, soffrire in nome di Dio se non chi è come scorticato dalla tremebonda certezza che Dio è rifiutato? Che l’Amante non è amato? Che lo Sposo – pur terribilmente fedele al Suo amore – è quotidianamente abbandonato dalla Sposa? Sarebbe profeta solo chi sentisse, al pari della gioia del vangelo, questa insondabile e profondissima sofferenza. 

Dal Corriere della Sera. I sogni dei bambini in ospedale realizzati nel ricordo di Giulia

La giovane di Bergamo, scomparsa a 14 anni, ha ispirato la onlus «conGiulia». Il vescovo di Bergamo sta avviando la causa di beatificazione

Voi non conoscete la storia di Giulia. Giulia che crede nei sogni. Giulia che non si lascia mai andare. Giulia che sfida il tumore. Giulia che non ha paura. Giulia che piange da sola. Giulia che si arrabbia con Dio. Giulia che non può fare a meno di Dio. Giulia che crede nella vita. Giulia che commuove i medici. Giulia che incoraggia i genitori. Giulia che immagina il paradiso come nei cartoni animati. Giulia che lancia in aria la parrucca e va incontro alla morte con il sorriso, perché ha due finali da scrivere: uno senza malattia e l’altro con il Signore e comunque vada, dice, sono entrambi bei finali. Ecco, la sua storia, comincia qui. Dal coraggio di vivere. E da un ponfo sulla mano, un piccolo gonfiore che sembra una puntura di tafano. E invece è un rabdomiosarcoma alveolare. Uno spietato killer. Giulia ha appena dodici anni, ha fatto da poco la Cresima, la sua estate al mare è un’estate felice fino al 2 settembre 2009. La diagnosi è un brivido: non sarà una passeggiata, dicono i medici.

Nella casa di Bergamo, un condominio in fondo al sentiero di via Elba, dietro la ferrovia, il papà e la mamma raccontano i primi giorni in ospedale, la chemio e gli esami che non vanno: ci sono porte che a dodici anni si aprono sulla vita, per Giulia si aprono solo dalla parte sbagliata. Sara e Antonio Gabrieli hanno gli occhi umidi, come il giorno in cui lei li ha presi per mano dicendo che se la sarebbe giocata, che non si può passare la giornata a lamentarsi, che «ci sono persone che stanno peggio di noi…». Il tumore non è una cosa alla quale si pensa tutti i giorni, però ci sono i medici, i farmaci, le cure che potrebbero funzionare. E comunque c’è sempre quel Signore lassù, anche lui qualcosa potrebbe fare. «Intanto mi hanno messa in un letto al secondo piano invece che allo zero, ed è già tanto», scrive sul diario. Così è più vicina al cielo.

Nel salotto ci sono foto, libri, ricordi. Come se Giulia non fosse mai andata via. Davide, il fratello gioca alla playstation. La nonna cucina. Sara e Antonio Gabrieli dicono che la figlia ha fatto del quotidiano lo straordinario e ha trasformato lo straordinario in normalità. Oggi testimoniano loro questa forza di vivere: incontri, dibattiti, una onlus, vanno dove c’è bisogno di speranza e di fiducia. «Giulia è una bella pianta che è cresciuta da sola. Noi l’abbiamo lasciata crescere e oggi continuiamo a camminare con lei».

Sul tavolo c’è un pieghevole con l’immagine di Gesù e dentro una preghiera, un ringraziamento a Dio. L’ha finito nel suo letto a casa, poi se n’è andata: era il 19 agosto 2011. Aveva 14 anni e voleva lasciare dei segni forti, accidenti a lei. Ne ha lasciati tanti. Ai medici del reparto di oncoematologia dei Riuniti di Bergamo, per esempio, i supereroi, come li chiamava, che salvano la vita a tutti, anche agli sconosciuti. Era lei a fargli forza contro l’alieno, quando l’insofferenza ai farmaci la faceva stare malissimo.«Voi mi consolate nei momenti più difficili e rimanete con me finché non mi tranquillizzo. Siete grandi». È riuscita persino ad abbracciarli quando dovevano comunicargli che c’era una maledetta recidiva.«Se ce l’ho fatta con la prima chemio posso farcela anche con la seconda…».

Un altro segno lo ha lasciato per i compagni di scuola: non smettere mai di sognare. Lei sognava di diventare medico, di essere utile alle persone che soffrono. Era brava Giulia. Pagella super, gran talento per la scrittura. Il secondo e il terzo anno delle medie li ha fatti con il pigiama addosso. Poi ci sarebbe stato il liceo. Con l’amica Chiara, ovviamente. Dividevano tutto, dall’asilo, alle elementari, alle vacanze. Insieme anche all’esame di terza media. Giulia l’ha strappato alla sofferenza e ai dati clinici. Con la tesina sulla Shoah la commissione si è alzata in piedi : standing ovation.

Ma alla fine il segnale più forte l’ha dato vincendo la paura, facendo coraggio agli altri, ringraziando tutti per quello che ha ricevuto. «Purtroppo non riuscirò a ripagarvi di questo», ha lasciato scritto. Spiazzava i luoghi comuni, sorprendeva sempre. Era felice per una gita a Eurodisney e un viaggio a Medjugorje: evasione e preghiera, senza complessi di colpa. «Manifestava la sua gioia in entrambi i casi con la stessa intensità», ricorda il padre. A Medjugorje c’è tornata una seconda volta: compiva quattordici anni, ma era già adulta.

Non è facile riuscire a dire che il tempo passato in un letto d’ospedale tra siringhe e dolori non è un tempo perduto, sottratto a un’età spensierata. O riempire i momenti di sconforto pensando a chi sta ancora peggio di te, perché non ha una famiglia, non ha amici, non ha nessuno. Giulia ce l’ha fatta. Ha accettato la malattia. Ha cercato risposte logiche, umane. Si è interrogata su Dio. Poi ha fatto squadra con lui e ha concluso, per noi che stiamo da questa parte, che non c’è niente che non valga la pena vivere: anche quando stai male c’è una luce che ti porti dentro. Diceva alla mamma: «Ognuno ha un Dio, c’è un Dio per tutti». Vengono in mente le parole di Dietrich Bonhoeffer, il teologo vittima del nazismo che dialoga con Dio e trasforma la sua fine in un nuovo inizio. «Sono solo ma tu non mi abbandoni… Non capisco le tue vie, ma tu sai qual è la mia strada».

Lei non era teologa, ma al Signore dava lo stesso del tu. In un video che da anni gira anche sulla rete sembra parlare a una platea immaginaria: «Dio è come un padre che ci prende per mano e ci aiuta a superare gli scalini troppo alti». Il papà e la mamma non sanno dove trovasse tanta forza. La fede, certo. Ma a volte non basta. «Giulia aveva una misteriosa forza di attrazione», commenta il vescovo di Bergamo, Francesco Beschi. Proprio lui fra qualche giorno avvierà la causa di beatificazione. In una terra di devozione, di papi e di santi affiora l’idea di un’altra santità, che non è quella del martirio o dell’eccezione. È una santità normale, che passa attraverso una ragazza che nonostante la malattia ha continuato ad essere se stessa e a sognare. Il processo sarà lungo e complesso. Serve l’autorizzazione della Congregazione delle cause dei santi, poi la raccolta delle prove e delle testimonianze. E serve soprattutto un miracolo accertato.

Uno c’è già. In sette anni Giulia è riuscita a far sognare molte persone. A dare speranza, sentimento che in tempi difficili ha ancora più valore. È nata con lei, dalla sua forza di non arrendersi, «conGiulia», una onlus che si rivolge alle scuole e al mondo della sanità per dare spazi di normalità ad altri bambini malati, che vivono per mesi e a volte anni nelle corsie d’ospedale. L’ultimo progetto trasforma il sogno in una fotografia e prima ancora in una rappresentazione scenica. Settimio Benedusi, il fotografo, ha allestito un set nell’ospedale di Bergamo, dove un diario di bordo raccoglie i pensieri di tutti, pazienti, medici e infermieri.

Massimo Provenzi, il direttore del reparto di Oncoematologia, racconta che l’incontro con Giulia l’ha aiutato a migliorare il rapporto medico-paziente: alla cura servono empatia e umanità e quella ragazzina ne aveva da vendere. Grazie a lei è nata anche la scuola estiva per i piccoli degenti. «Aveva questo in testa — ricorda il padre — mi ripeteva sempre: la malattia non va in vacanza, perché la scuola sì?». Se vuoi capire il valore della vita, diceva Gianni Bonadonna, il grande medico dell’Istituto tumori, entra in un reparto di oncologia pediatrica. Lì si misura la forza della speranza, del coraggio e dell’umanità. Da lì sono cresciuti giovani capaci di sognare, come quelli che hanno scritto la canzone «Palle di Natale» e realizzato un fumetto mettendosi nei panni dei supereroi. Da analoghi reparti e dalla Fondazione Magica Cleme, a Milano, sono partiti i ragazzi e le ragazze del Bullone, che hanno realizzato un sogno con un giornale e un laboratorio di moda. E dal letto di un’oncologia pediatrica Giulia ha chiesto agli amici di Bergamo di far vivere i sogni. Come se fossero ancora i suoi. Missione compiuta.

11 marzo 2019 (modifica il 12 marzo 2019 | 18:01)© RIPRODUZIONE RISERVATA

Autore: Giangiacomo Schiavi

Fonte:https://www.corriere.it/buone-notizie/19_marzo_11/i-sogni-bambini-ospedale-realizzati-ricordo-giulia-d33ceb1e-43e4-11e9-bcde-19097826363a.shtml

Tra Pecora e Pastore. Farmaco blocca pubertà: la “morale della situazione”

Pecorelle smarriteLaura Palazzani non è una qualsiasi: è corrispondente della Pontificia Accademia Pro Vita e bioeticista di diverse istituzioni cattoliche. 
Vatican News è il portale ufficiale dell’informazione vaticana. 
La professoressa intervistata da Vatican News ritiene che il farmaco TRP-triptorelina (il cosiddetto farmaco blocca-pubertà) va somministrato “solo in casi molto circoscritti, con prudenza, con una valutazione caso per caso” Com’è possibile affermare una cosa del genere?

Pastore: Tutto questo fa parte della cosiddetta “morale della situazione”, già all’auge ai tempi di san Giovanni Paolo II, il quale – anche per rispondere adeguatamente a queste posizioni – aveva scritto la lettera enciclica Veritatis Splendor.

n. 56: Per giustificare simili posizioni, alcuni hanno proposto una sorta di duplice statuto della verità morale. Oltre al livello dottrinale e astratto, occorrerebbe riconoscere l’originalità di una certa considerazione esistenziale più concreta. Questa, tenendo conto delle circostanze e della situazione, potrebbe legittimamente fondare delle eccezioni alla regola generale e permettere così di compiere praticamente, con buona coscienza, ciò che è qualificato come intrinsecamente cattivo dalla legge morale. In tal modo si instaura in alcuni casi una separazione, o anche un’opposizione, tra la dottrina del precetto valido in generale e la norma della singola coscienza, che deciderebbe di fatto, in ultima istanza, del bene e del male. Su questa base si pretende di fondare la legittimità di soluzioni cosiddette «pastorali» contrarie agli insegnamenti del Magistero e di giustificare un’ermeneutica «creatrice», secondo la quale la coscienza morale non sarebbe affatto obbligata, in tutti i casi, da un precetto negativo particolare.

Non vi è chi non colga che con queste impostazioni si trova messa in questione l’identità stessa della coscienza morale di fronte alla libertà dell’uomo e alla legge di Dio. Solo la chiarificazione precedentemente fatta sul rapporto tra libertà e legge fondato sulla verità rende possibile il discernimento circa questa interpretazione «creativa» della coscienza.

n. 59: Il giudizio della coscienza è un giudizio pratico, ossia un giudizio che intima che cosa l’uomo deve fare o non fare, oppure che valuta un atto da lui ormai compiuto. È un giudizio che applica a una situazione concreta la convinzione razionale che si deve amare e fare il bene ed evitare il male. Questo primo principio della ragione pratica appartiene alla legge naturale, anzi ne costituisce il fondamento stesso, in quanto esprime quella luce originaria sul bene e sul male, riflesso della sapienza creatrice di Dio, che, come una scintilla indistruttibile (scintilla animae), brilla nel cuore di ogni uomo. Mentre però la legge naturale mette in luce le esigenze oggettive e universali del bene morale, la coscienza è l’applicazione della legge al caso particolare, la quale diventa così per l’uomo un interiore dettame, una chiamata a compiere nella concretezza della situazione il bene. La coscienza formula così l’obbligo morale alla luce dalla legge naturale: è l’obbligo di fare ciò che l’uomo, mediante l’atto della sua coscienza, conosce come un bene che gli è assegnato qui e ora. Il carattere universale della legge e dell’obbligazione non è cancellato, ma piuttosto riconosciuto, quando la ragione ne determina le applicazioni nell’attualità concreta. Il giudizio della coscienza afferma «ultimamente» la conformità di un certo comportamento concreto rispetto alla legge; esso formula la norma prossima della moralità di un atto volontario, realizzando «l’applicazione della legge oggettiva a un caso particolare».

Pecorelle smarrite: l’antropologia cattolica dice che l’uomo è sinolo (unione inscindibile) di anima e corpo; è possibile anche cambiare il sesso dell’anima?

Pastore: Accordato il fatto che la questione non è banale o risolvibile in poche parole, credo che sia chiaro ad ogni cristiano cattolico che cultura, storia, situazioni concrete… NON permettono di cambiare il sesso né del corpo (con le circostanze negative di cui i medici sono perfettamente a conoscenza), TANTOMENO è POSSIBILE CAMBIARE L’ANIMA tramite un’operazione chirurgiche o delle sedute di psicoterapia. L’anima e il corpo umano hanno una dignità che va molto oltre questi mezzi umani.

Pecorelle smarrite:non dovremmo chiederci il motivo di tali sofferenze, sul perché «vivono forti disagi circa la loro corporeità maschile o femminile e intendono cambiare sesso»? Nemmeno un dubbio sull’ambiente sociale nel quale crescono i nostri figli, sul modo in cui li educhiamo? La risposta a queste sofferenze è semplicemente di tipo chimico?

Pastore: L’uomo e la donna non si possono ridurre ad un prodotto chimico. L’unica risposta sta nell’educazione positiva e fatta di esempio concreto.
I genitori (specialmente donne) che fanno dormire il compagno altrove (in un’altra stanza; se non mandandolo fuori casa) e invece scelgono di mantenere un rapporto patologicamente simbiotico con il figlio (spesso maschio, anche adolescente) facendolo sempre dormire a letto con loro… non fanno molti più danni?

Pecorelle smarrite:Non più la ragione, la facoltà più elevata donata da Dio agli uomini; ma «la direzione da loro desiderata», il desiderio, le passioni? Si tratta di un ribaltamento completo rispetto all’antropologia della Chiesa, che ha sempre insegnato il dominio delle passioni e la guida della ragione, in grado di cogliere la realtà metafisica. Non è più così?

Pastore: Se leggiamo i classici della tradizione cattolica, specialmente quelli antichi, troviamo una visione equilibrata del rapporto tra ragione e passioni. Senza”castrazione” di nessuno dei due elementi. La ragione è il dono di Dio tipico della persona umana; che non contrasta, ma collabora intimamente con la passione-guidata-dalla-ragione. Oggi è ancora così. Solo che alcuni, per aderire alle mode del tempo, inventano di sana pianta situazioni e relative risposte non coerenti con il Credo cristiano cattolico. Si ha paura di perdere il consenso di alcuni e così, per buonismo o tentativo di melensa accondiscendenza, si arriva ad affermazioni non compatibili com la propria fede. Se desidero il punto di vista luterano o anche islamico, so bene a chi rivolgermi.

Spesso, ormai, le parole e le azioni di sacerdoti della Chiesa cattolica contraddicono la loro appartenenza.

Dal Christian Media Center. Custodia di Terra Santa. Simone Srugi, salesiano della Terra Santa, testimone di santità nella vita quotidiana

“Può venire qualcosa di buono da Nazareth?”, dice uno dei versetti biblici del vangelo di Giovanni. I fatti hanno dimostrato di sì. Il Messia era nazareno, la Sacra Famiglia visse in questa piccola città della Galilea…ma non solo! Poco più di 140 anni fa, nasceva a Nazareth un certo Simone Srugi! Cattolico di rito greco-melchita e maronita, fu battezzato e cresimato in questa cappella che era la sinagoga del tempo di Gesù, vicino alla Basilica dell’Annunciazione! Non lontano da lì, si trovano le rovine della casa in cui visse con la sua famiglia. Perse presto i genitori e a 11 anni fu portato a Betlemme, precisamente all’Orfanotrofio diretto da Padre Antonio Belloni, fondatore dei Fratelli della Santa Famiglia, opera che in seguito passò a far parte dei salesiani. Abbiamo visitato questo luogo, in cui, oltre a respirare l’atmosfera del carisma fondato da Don Bosco, abbiamo conosciuto particolari della storia di quest’uomo che visse la santità nel suo quotidiano. Don GIANNI CAPUTA, sdb Vice-postulatore Simone Srugi “Che cosa imparò qui? Soprattutto la devozione al Sacro Cuore, a San Giuseppe e alla Madonna, perché la Congregazione di Don Beloni era intitolata “I Fratelli della Santa Famiglia”. Ed era quello di cui aveva bisogno un giovane orfano molto sensibile, molto diligente, attento. Qui imparò 3 mestieri: il fornaio, il sarto e l’infermiere.” Tutti i giorni Srugi percorreva queste strade fino ad arrivare alla Grotta della Natività, dove, con gli altri orfani, pregava per i benefattori salesiani… E scoprì un grande tesoro! Don GIANNI CAPUTA, sdb Vice-postulatore Simone Srugi “Lì, naturalmente Simone fu preso da un grande amore per Gesù Bambino. Vederlo così piccolo, così umile gli ispirò certamente la sua spiritualità caratterizzata dalla grande umiltà, dalla grande semplicità e povertà. Se Dio si è fatto povero, così umile, sofferente, se ha affrontato l’esilio andando in Egitto, io devo imitarlo in queste sue virtù”. Don Gianni ci ha detto che Srugi si distinse subito per la sua pietà e bontà e che nel 1892 fu ammesso come aspirante salesiano nella scuola agricola di Beit Gamàl, l’antica campagna di Gamaliele. Visse in un contesto sociale complesso, segnato da guerre, povertà e malattie come la malaria…Un cammino tortuoso nel quale gli si presentò più di un’occasione di aiutare chi ne aveva bisogno. Don LORENZO SAGGIOTTO, sdb Direttore della Scuola Salesiana Gesù Adolescente – Nazareth “Il suo carisma salesiano è stato un carisma di servizio, prima nei confronti dei bambini e di ragazzi orfani e in un secondo momento nei confronti soprattutto dei poveri ammalati, che cercavano in lui veramente l’uomo di Dio che sapeva non solo consolare, dare una medicina ma soprattutto dare una parola di fiducia e di speranza”. Don GIANNI CAPUTA, sdb Vice-postulatore Simone Srugi “Nelle sue mani, diceva la gente, c’è la forza, la grazia di Dio, quindi, quando noi gli affidiamo i nostri malati, siamo sicuri che guariranno. E le azioni di questo “Buon Samaritano” dei tempi moderni non si rivolgevano solo ai cristiani! Don LORENZO SAGGIOTTO, sdb Direttore della Scuola Salesiana Gesù Adolescente – Nazareth “Ricordo molto bene un antico allievo di Betgamàl, un musulmano che, quando si parlava di lui, si metteva subito a piangere perché ricordava i momenti belli di quest’uomo che mostrava molta semplicità presentando indirettamente un’immagine di Dio e di Gesù attraverso la sua bontà e il suo servizio”. Morì nel 1943, ma la sua memoria rimase viva a tal punto che nel 1966 fu dichiarato Servo di Dio e a 50 anni dalla sua morte fu dichiarato Venerabile da Papa Giovanni Paolo II. Abbiamo potuto vedere oggetti appartenuti a lui come piccoli quaderni che conservano la sua accurata calligrafia e libri di preghiere e di meditazione in Arabo e in Italiano che rivelano tratti della sua spiritualità… L’aspettativa adesso è che sia elevato agli altari. Per questo, è necessaria la prova di un miracolo! Don LORENZO SAGGIOTTO, sdb Direttore della Scuola Salesiana Gesù Adolescente – Nazareth “Chiunque sente in sé di aver bisogno della sua presenza, della sua intercessione, lo invochi perché ha dato davvero tutto se stesso per gli altri e conseguentemente capisce le necessità e anche le preoccupazioni di tante persone che si trovino a vivere in povertà o in malattia”.

Fonte: https://cmc-terrasanta.org/it/media/terra-santa-news/16771/simone-srugi,-salesiano-della-terra-santa,-testimone-di-santit%C3%A0-nella-vita-quotidiana (con video di presentazione)

Dalla Nuova Bussola Quotidiana. Un gruppo interparlamentare per i cristiani perseguitati

Quarantuno membri di Camera e Senato di varia appartenenza politica (Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia, 5 Stelle, Gruppo Misto) hanno creato il gruppo interparlamentare per la “Tutela della libertà religiosa dei cristiani nel mondo”. Tra gli obiettivi, facilitare il ritorno in patria dei cristiani mediorientali e promuovere trattati bilaterali con i Paesi dove le persecuzioni sono più gravi.

Nasce il gruppo interparlamentare per la “Tutela della libertà religiosa dei cristiani nel mondo”. Quarantuno membri della Camera e del Senato di Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia, Cinque Stelle e del Gruppo Misto animeranno questa realtà, che si pone questi obiettivi: agevolare il ritorno dei cristiani del Medio Oriente nelle loro terre d’origine dopo la fuga dovuta alle guerre e al terrorismo islamista, il sostegno a progetti concreti per il radicamento di queste comunità e la loro convivenza pacifica con le altre  componenti etnico-religiose, la promozione della libertà di culto nei trattati bilaterali che vengono sottoscritti con quei Paesi in cui la comunità cristiana subisce gravi forme di discriminazione e persecuzione.

L’intergruppo è stato presentato ieri alla sala stampa della Cameradall’onorevole Andrea Delmastro  (capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Esteri), alla presenza di Fouad Abou Nader, presidente dell’organizzazione Nawraj che sostiene i cristiani del Libano, del giornalista Sebastiano Caputo, presidente della filiale italiana della fondazione SOS Cristiani d’Oriente, di Federica Celestini della Modavi Onlus e del giornalista Gian Micalessin, inviato di guerra e autore di Fratelli traditi. La tragedia dei cristiani in Siria.

Il gruppo nasce sotto buoni auspici visto che Delmastro ha annunciato che sta per essere istituito un fondo di due milioni di euro che andrà a finanziare i progetti di ricollocamento dei cristiani fuggiti dalle località del Medio Oriente martoriate da attentati e attacchi e da quelle che hanno conosciuto il dominio dello Stato Islamico. A tal proposito Delmastro ha ricordato le persecuzioni perpetrate dagli islamisti contro le comunità cristiane in Siria, Iraq (specie nella Piana di Ninive) ed Egitto e ha evidenziato che prima del diritto a essere accolti c’è quello a vivere in pace nella terra in cui si è nati. Per questo motivo, lo scopo di fondo di ogni iniziativa sarà quello di ricostruire la presenza cristiana nelle regioni del Medio Oriente.

Delmastro è poi tornato sui dati più eclatanti dell’ultimo rapporto di Aiuto alla Chiesa che Soffre: circa 300 milioni di cristiani che subiscono gravi o estreme violazioni della libertà religiosa in 38 Paesi del mondo; 15 mila fedeli attaccati durante funzioni religiose e 1.200 chiese distrutte nel 2018; circa il 61% della popolazione del mondo che vive in Stati in cui la libertà religiosa è colpita da forti restrizioni. In questa cornice il gruppo lavorerà anche per inserire il tema della libertà religiosa in tutti i trattati bilaterali, con particolare attenzione ai rapporti con Cina, Corea del Nord, Paesi arabi e in generale quelli a maggioranza musulmana. La questione sarà infine posta anche nell’ottica dell’allargamento dell’Ue a quei Paesi dei Balcani scossi dalle guerre etniche e interessati dal fondamentalismo islamico.

Vero motore dell’iniziativa dell’intergruppo è la filiale italiana di SOS Cristiani d’Oriente, associazione umanitaria nata in Francia nel 2013 in seguito alla presa di Maalula da parte di Al-Nusra (allora costola siriana di Al-Qaeda). L’aggressione al villaggio cristiano dove si parla ancora l’aramaico provocò un moto di solidarietà organizzato da un gruppo di ragazzi che, con il passare degli anni, si sono strutturati in una delle principali realtà di cooperazione e sviluppo in Siria e Libano. “Ci sono storie di convivenza e coabitazione tra cristiani e musulmani, non parlo di integrazione perché quello è un esercizio da intellettuali”, così Sebastiano Caputo ha descritto lo spirito con cui opera SOS Cristiani d’Oriente. “Per far radicare i cristiani in Medio Oriente non serve ghettizzarli, perché questo significherebbe renderli un target e farli indentificare come la quinta colonna delle politiche occidentali”, ha spiegato il giornalista illustrando una serie di progetti che mirano a riportare i cristiani al centro del tessuto sociale di alcune comunità libanesi e siriane. “Solo in questo modo possiamo fermare lo scontro di civiltà”, ha sottolineato ancora Caputo, secondo il quale costruire un dialogo senza complessi tra Oriente e Occidente è anche il mezzo migliore per riscoprire le radici spirituali e culturali dell’Europa, dal momento che il Medio Oriente ha conservato una tradizione non contaminata dalla modernità.

Su questa falsariga si è dipanato anche l’intervento di Nader, noto esponente della comunità cristiana maronita libanese ed ex combattente nel conflitto degli anni Ottanta che ha devastato il Paese dei cedri. Nader, con la sua organizzazione Nawray, è oggi impegnato nel dialogo religioso tramite interventi in villaggi in cui viene coltivata una pacifica convivenza tra i fedeli delle varie confessioni. “In tutto il Libano non c’è una sola comunità dove sciiti e sunniti riescano a convivere senza il contributo dei cristiani”, ha detto  Nader: “I cristiani sono il collante dalla società libanese. Solo dove è garantita la loro presenza gli altri gruppi musulmani riescono a dialogare”. Nader ha quindi ricordato che questo delicato mosaico è minacciato dalla difficile gestione di circa due milioni di profughi siriani arrivati a seguito della guerra, una popolazione per il 95% di religione sunnita che sta cambiando gli equilibri del Libano. Agevolare il ritorno dei siriani nel loro Paese diventa dunque fondamentale per la stabilità del Libano che ha sempre rappresentato l’unico esempio nel mondo arabo di democrazia e condivisione nella gestione del governo tra le diverse componenti etniche e religiose.

Anche Federica Celestini della Modavi Onlus, che opera con le comunità cattoliche in Terrasanta, ha parlato di quanto sia importante lavorare per salvaguardare la presenza dei cristiani nel Medio Oriente. La conferenza è stata arricchita dalla testimonianza di Micalessin che dagli anni Ottanta segue le vicende delle comunità cristiane mediorientali. “Nel 2013 mi sono trovato a raccontare il paradosso di un Occidente che difendeva gli amici di Al-Qaeda e tradiva i suoi fratelli cristiani” ha detto il giornalista rievocando l’attacco a Maalula. “Qualcuno pensa che i cristiani siano ospiti in Medio Oriente ma non è così”, ha proseguito: “Quelle terre sono state la culla del cristianesimo 700 anni prima dell’arrivo dell’islam. Questa è la religione che ha forgiato la nostra civiltà, abbiamo un debito con quelle popolazioni”.

Fonte:http://www.lanuovabq.it/it/un-gruppo-interparlamentare-per-i-cristiani-perseguitati

Autore: Marco Guerra


Ivano Liguori sui migranti e la chiesa

Migranti, all’attacco anche le suore

Ci sono tanti modi per fare bella figura, uno di questi è il silenzio.

Un bel tacer non fu mai scritto, questo verso, attribuito a Dante Alighieri ma in realtà di Iacopo Badoer, librettista e poeta italiano vissuto nel XVII sec., fotografa molto bene l’ennesima situazione imbarazzante occorsa alle religiose italiane in questi giorni.

L’Unione delle Superiori Maggiori d’Italia (U.S.M.I.), in un documento firmato da suor Azia Ciairano (vedi qui e qui), esprime solidarietà in favore dei migranti e biasimo verso i provvedimenti presi dall’attuale governo italiano:

«Constatiamo che le azioni politiche, in particolare il decreto sicurezza, non solo aggravano le situazioni di vulnerabilità di diversi gruppi etnici che vivono sui nostri territori, ma mettono in atto il disprezzo dell’altro con la violazione sistematica delle principali regole della tutela umanitaria. Così pure il dilagare di atteggiamenti violenti che si stanno diffondendo sempre più, segna con la rabbia e l’intolleranza le nostre relazioni umane, sociali e politiche».

«È in questo nostro tempo abbruttito da forme palesi di negazione dei diritti umani, rifiuto del diverso, odio, razzismo e volgarità, che Dio ci chiama ad “alzarci in piedi” per dare oggi “voce” e concretezza al dono della nostra vita, affinché la luce della Speranza e della Profezia continuino a risplendere nella storia dell’umanità»

Davanti a questo documento, da cattolico, da sacerdote e da religioso, mi vengono spontanee alcune domande.

Non bastava l’azzardato e fuori luogo ‘Vade Retro’ al Ministro dell’Interno, da parte della rivista – un tempo cattolica –  Famiglia Cristiana?

Non bastava stancare la pazienza di tanti lettori che dalle Paoline ancora devono sorbirsi, in bella mostra tra gli scaffali, i libri di James MartinEnzo BianchiVito Mancuso, e Don Gallo?

Non bastava la constatazione del calo vertiginoso delle vocazioni religiose femminili di vita attiva?

Evidentemente no.

Perché un organismo come l’U.S.M.I., sente l’esigenza di prendere una posizione così netta – in questo tempo e in questa maniera – , su questioni che sono abbastanza complicate e che non rappresentano certo una priorità per la vita religiosa femminile?

Queste proteste sono sempre animate dalla fraternità, dalla solidarietà e dall’umanità ma mai dall’intelligenza.

Quando nel 2009 Eluana Englaro moriva, con quale voce l’U.S.M.I., difendeva l’operato delle Suore Misericordine di Lecco e la loro battaglia contro l’eutanasia?

Dov’era l’U.S.M.I., quando nel 2017 le Suore dell’Immacolata di Santa Paolina Visintainer  di Trento, organizzavano sedute terapeutiche in stile New Age con l’ausilio di piramidi e armamentari vari, palesemente contrastanti il primo comandamento?

Dov’era l’U.S.M.I., quando nel 2018 alle scuole elementari in provincia di Bergamo, si insegnava a bambini di età compresa tra i 9 e 10 anni, la masturbazione, l’uso del preservativo, l’omosessualità, l’identità di genere e il sesso orale?

Dov’era l’U.S.M.I., nel 2018, davanti ai vari tentativi per salvare il piccolo Alfie Evans da morte certa, supportando la proposta del trasferimento all’ospedale Bambin Gesù di Roma?

Dov’era l’U.S.M.I., nel 2018 quando l’ingegnere Salvatore Pacilè ha chiesto l’intercessione del Pontefice affinché le suore Figlie di Maria ausiliatrice onorassero il pagamento di una parcella professionale di 800mila euro per il restauro della sede dell’Istituto femminile “San Giovanni Bosco delle Figlie di Maria Ausiliatrice”?

Dov’è l’U.S.M.I nel 2019, quando a NY per mano del governatore cattolico Andrew Cuomo, si approva l’infanticidio più abietto, facendo passare tutto per civiltà e salvaguardia dei diritti della donna?

La verità è una sola: l’U.S.M.I era ed è assente!

Questo è il vero segno profetico del perbenismo che si è infiltrato anche nella vita religiosa.

Perché le battaglie per i diritti, si devono combattere sempre, non solo quando si possono vincere con un largo margine o quando ci sono chiari ordini di scuderia.

Tutti gli uomini sono ugualmente sacri e amati da Dio, non si può stilare una hit parade.

Quanti poveri italiani cercano riparo dentro gli ospedali, le stazioni, le auto, i portici e i colonnati perché senza casa, abbandonati a un avverso destino?

Quanti anziani languiscono in strutture d’accoglienza, tra le proprie deiezioni perché soli e abbandonati dalla famiglia?

Vorremmo avere la gioia di poter vedere le consorelle dell’U.S.M.I., passare per le strade di Roma, Torino, Milano, Napoli alla ricerca dei poveri, sull’esempio delle Figlie della Carità del XVII sec.

Ci piacerebbe leggere dall’U.S.M.I., una circolare con la quale si chiede l’apertura delle case religiose – ormai vuote di vocazioni –, per accogliere i tanti papà di famiglia separati e cacciati di casa da altrettante donne che si sono fatte portavoce di diritti…i loro.

Care sorelle, sappiate che per essere veramente suore non basta essere donne, occorre essere madri.

E come ogni buona madre insegna, l’amore per i figli non ha preferenze, non si nutre di proclami ma agisce nel silenzio.

Il silenzio dei gesti.

Fonte:https://ivanoliguori.it/migranti-allattacco-anche-le-suore/