image_pdf

NOVITA’: San Francesco di Sales. 24 passi nel quotidiano, ed. Shalom

Quante volte avremmo desiderato che qualcuno ci desse consigli pratici nelle situazioni difficili della nostra vita o che ci evitasse errori e cadute! Paolo Mojoli e Gianni Ghiglione tracciano un itinerario di 24 passi nella vita quotidiana, che tutti possono praticare, uomini e donne, consacrati e sposati, giovani e vecchi… Seguendo gli insegnamenti di san Francesco di Sales, vengono proposti in 24 passi alcuni brani tratti dalla Filotea per riflettere, meditare, pregare, agire. San Francesco di Sales, con la confidenza e l’amore di un padre, con la dolcezza dell’uomo che vive la santità e la concretezza di un direttore spirituale, ci prende per mano, guidandoci lungo il difficile cammino della santità, a cui tutti siamo chiamati. Accogliamo il suo invito a diventare santi, facendo del Vangelo la nostra regola di vita e impegnandoci ogni giorno a viverlo con amore (Barbara Giannini). Continua a leggere

Domanda aperta: Se, da parte dei genitori, sia necessario spiegare sempre i sì e i no che si dicono ai figli

Tesi: È sempre necessario che le domande o le provocazioni dei figli trovino delle risposte almeno all’interno di noi; l’arte di essere figli consiste nel mettere in discussione la profondità vitale dei genitori; l’arte dei genitori consiste nel lasciarsi mettere in discussione dal proprio partner e dai propri figli.

Continua a leggere

Omelia di domenica 27 ottobre. Alcuni avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri

Dal Vangelo secondo Luca (18,9-14)

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Gesù racconta una parabola proprio rivolgendosi e accusando questi reali e concreti presuntuosi. Mi vengono in mente tutte la volte che io stesso giudico senza possibilità di scampo e di remissione i miei fratelli e sorelle, soprattutto quando azzanno le persone della mia stessa fede cristiana cattolica.

Ma nessun uomo o donna merita di essere giudicato da noi stessi uomini. Anche se preti, consacrati, consacrate. Anche se pieni di meriti e di opere buone (saranno poi veramente tali, se svolte in stile di esibizionismo e di superiorità?)

“Ti ringrazio perché non sono come gli altri”: che stortura di preghiera! In realtà, andrebbe poi esplicitata ad esempio in: “Ti rendo lode, o Dio, perché sono migliore, più bravo, più buono di tutti gli altri”. Quanta mancanza di verità. Quanto egocentrismo. Una religione totalmente deviata verso un suo scopo diciamo “economico”: “Io mi comporto bene e così mi conquisto il paradiso, la grazia di Dio, i sacramenti.”

E poi penso a quante famiglie, parrocchie, congregazioni religiose, diocesi che ancora oggi mietono vittime e si rovinano da sole con il coltello del giudizio, dell’ipocrisia. In fondo, c’è chi pensa (lui con i pochi amici del suo clan) di essere in serie A: tutti gli altri, fuori da quelli che si ritengono simpatici, prestanti, alla moda con il pensiero… giocano non più in là che in serie C.

“O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Che bello riconoscersi bisognosi dell’intervento divino nella nostra vita. Non sono sensi di colpa sintomo di malattia nevrotica, ma atti d’amore. Sì, perché quando si ama, si diventa estremamente sensibili nei confronti dell’altro e dell’Altro. E, nonostante se ne siano combinate di tutti i colori, si ritorna sulla strada certamente migliori di prima.

Santa Madre Teresa di Calcutta una volta espresse una preghiera: “Se mai diventerò una santa, sarò di sicuro una santa dell’oscurità. Sarò continuamente assente dal Paradiso per accendere la luce a coloro che, sulla terra, vivono nell’oscurità.” Questa sì che è santità!

 

don Paolo Mojoli

Da Giulia Tanel (NuovaBussolaQuotidiana). “Mostrami l’amore”, così si parla di (vera) affettività

Nel nostro contesto ipersessualizzato e pornografico, dove si moltiplicano i corsi che riducono la sessualità a mero “tecnicismo”, è importante formare una cultura affettiva sana che coinvolga i genitori come primi responsabili dell’educazione dei figli. Con questi scopi nascono i cinque sussidi di Mostrami l’amore, rivolti a diverse fasce d’età e intesi a trasmettere tanti insegnamenti oggi ignorati.

Continua a leggere

Da “Il Timone”. “Il voto cattolico”

L’elettore cattolico per orientarsi in un panorama politico piuttosto difficile ha alcuni elementi che possono aiutarlo a scegliere. Prima però ci sia permesso esprimere una considerazione, anche banale: questa Unione Europea, concretizzata nelle attuali modalità con cui opera e si autodefinisce, costruite intorno ad alcuni Regolamenti e Trattati, non è un dogma di fede e se ne può discutere. Ogni elettore avrà maturato le sue opinioni.

Continua a leggere

“La famiglia sia libera di scegliere l’istruzione dei figli” (Nuova Bussola Quotidiana)

«I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli» è nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Perché proprio nel Paese con la “Costituzione più bella del mondo” non viene rispettato? Se prendiamo sul serio il motto “prima gli italiani” non discriminiamo quegli italiani che vogliono scegliere per i figli.

In Italia ci vantiamo di vivere in una democrazia che affonda le sue radici nella Resistenza e che è basata su una tra le carte costituzionali più belle, secondo il parere di giuristi insigni. Ma, a 70 anni dall’approvazione della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (ONU, 10 dicembre 1948) come è messo il nostro Paese nella garanzia dei diritti umani?

La Dichiarazione rappresenta un riferimento essenziale per l’educazione interculturale: è costituita da un preambolo e da trenta articoli che fissano valori cardine come l’uguaglianza, la libertà e la dignità di tutti gli uomini, il diritto al lavoro, all’istruzione e l’irrilevanza di distinzioni di razza, colore, religione, sesso, lingua e opinione politica. In questa sede ci soffermiamo sull’art. 26: «I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli». È noto che il documento – pur essendo privo di effetti obbligatori per gli Stati e avendo piuttosto il valore di una “raccomandazione” internazionale – ha comunque ispirato le carte costituzionali di vari Paesi per quanto riguarda il riconoscimento dei diritti inviolabili. Qualora il buon senso non bastasse… 

«Prima gli italiani!», si sente dire oggi. C’è dunque evidentemente una reale determinazione a garantire i diritti dei propri cittadini. Potremmo mai accettare che allievi, docenti e genitori italiani siano gli unici in Europa a dover subire una discriminazione per ragioni economiche? No, mai! L’Italia, del resto, pur essendo entrata a far parte delle Nazioni Unite solo il 14 dicembre 1955 (non era quindi fra i 48 Paesi, su 58 Stati membri, che si dichiararono a favore del documento), poteva già allora vantare un’ampia ricezione del principio di diritto di cui all’art. 30 della Costituzione: «È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli».

«Sono un italiano e ne vado fiero», canta Toto Cotugno. Alle dichiarazioni, però, debbono sempre seguire le azioni, altrimenti esse non soltanto restano lettera morta, ma insinuano anche il dubbio che quel: «siamo italiani!» possa essere inteso nell’accezione di: «siamo parolai!» (alcuni nostri emigrati meridionali se lo sono sentito dire, un tempo, in America… La memoria impedisce il ripetersi della storia più buia: ecco perché è bene studiare). E difatti la lingua italiana ha un peso (forse qui l’affermazione: «Prima gli italiani!» ci vuole proprio…). Sì, le parole hanno un peso, e lo hanno ancor più per un avvocato e per quei ministri che si fanno paladini dei cittadini italiani. Che senso ha riconoscere un diritto, se poi esso non viene garantito o, peggio, viene ostacolato a causa di una delle più gravi discriminazioni economiche permesse dallo Stato italiano? E questo a dispetto delle pari opportunità sancite dall’art. 3 della Costituzione. Quegli allievi, quei genitori e docenti che crescono con la fierezza di essere italiani («Prima gli italiani!») si stanno domandando, dal 1948: «Perché in Europa solo noi siamo discriminati? Potremmo andare a vivere in Francia o in Svezia o in Danimarca (la scelta è ampia: basta escludere la Grecia), così i nostri figli non sarebbero discriminati per ragioni economiche nel loro sacrosanto diritto di istruzione. Però siamo italiani e ne andiamo fieri! Quindi deve esserci un piano B».

L’unica strada da percorrere per uscire dalla situazione appena descritta è quella di riconoscere alla famiglia il suo diritto, ossia quello di educare liberamente i figli. Come? Attraverso il costo standard di sostenibilità, che prevede di fornire alla famiglia una quota (che si colloca sui 5.500 euro annui per studente) da spendere per l’istruzione dei figli. Sarà poi la famiglia stessa a decidere dove spendere tale quota, se in una scuola pubblica statale o in una scuola pubblica paritaria. E il ruolo dello Stato in tutto questo? Sarebbe quello di garante e controllore, non di gestore e controllore… di se stesso! Solo in questo modo il sistema scolastico italiano riuscirà ad emergere da una situazione di costante emergenza. Solo in questo modo la scuola non sarà più considerata un ammortizzatore sociale («Chi non sa che cosa fare va a insegnare»). Le famiglie potranno scegliere, gli allievi avranno garantito un servizio decisamente migliore e non saranno in balia di frequenti cambiamenti di insegnanti; a questi ultimi, poi, sarà possibile scegliere dove esercitare la propria professione, a parità di stipendio, come già avviene nel resto dell’Europa. 

Autore: Anna Monia Alfieri

Fonte: http://www.lanuovabq.it/it/la-famiglia-sia-libera-di-scegliere-listruzione-dei-figli

TRA PECORELLE E PASTORE. Sotto attacco?

In questo articolo tra Pecora e Pastore il confronto è incentrato sul Congresso di Verona sulla famiglia naturale. Abbiamo lasciato sedimentare le emozioni per andare alla ricerca degli obiettivi latenti che portano a questo “odio” nei confronti dell’istituzione fondamentale della nostra società. Per il Pastore sono piuttosto chiari…

Pastore: Scrisse Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, domenica scorsa 24 marzo 2019 in riferimento al convegno mondiale (cristiano, non cattolico) sulla famiglia, svoltosi a Verona. 
“La famiglia con figli ha bisogno di tante risposte politiche, e in Italia quasi di tutte, non di nuovi furiosi e inutili comizi. Qualcuno, pochi o tanti non so, di volta in volta si ricorderà anche di votare “contro” qualcun altro, ma è un fatto che lorsignori si dimenticano regolarmente di “fare”. La famiglia è un bene grande, e pretende visioni e azioni grandi perché capaci di futuro. Personalmente, ma so di non essere il solo, mi sento di dire che di chiacchiere altisonanti, ideologiche, vendicative, ostili e inesorabilmente vuote non ne posso più.”

Pecorella: Leggo in queste affermazioni un pre-giudizio neppure tanto latente. Come si può parlare di “nuovi furiosi e inutili comizi”? Generalizzazione puerile in quanto la volontà di coinvolgere la politica è doverosa per non “dimenticare regolarmente il fare”. Se tutti gli esponenti politici ci fossero stati non sarebbe stato meglio per un confronto costruttivo? O meglio gli slogan volgari e pieni di odio della Cirinnà?

Pastore: Perché Avvenire non ha partecipato al convegno in modo attivo e costruttivo, insegnando a tutti noi come evitare “nuovi furiosi e inutili comizi”? Se, invece della famiglia, il tema del convegno fosse stato, ad esempio, l’immigrazione, Avvenire si sarebbe defilato così facilmente? Marco Tarquinio si è preso la briga di andare a consultare gli scopi di quel convegno? 
Giusto per ricordarceli (copia e incolla da https://wcfverona.org/it/about-the-congress/):
“Il Congresso Mondiale delle Famiglie (World Congress of Families, WCF) è un evento pubblico internazionale di grande portata che ha l’obiettivo di unire e far collaborare leader, organizzazioni e famiglie per affermare, celebrare e difendere la famiglia naturale come sola unità stabile e fondamentale della società. Importanti leader mondiali partecipano ogni anno al Congresso: nel 2018, il XII WCF in Moldavia fu ospitato dal Presidente Moldavo Igor Dodon; nel 2017 il governo ungherese collaborò alla realizzazione del XI WCF a Budapest con la partecipazione e direzione del Primo Ministro Viktor Orban.
Nel 2019 il Congresso Mondiale delle Famiglie si terrà a Verona dal 29 al 31 marzo.
Le tematiche che saranno affrontate durante il congresso saranno:

  • La bellezza del matrimonio
  • I diritti dei bambini
  • Ecologia umana integrale
  • La donna nella storia
  • Crescita e crisi demografica
  • Salute e dignità della donna
  • Tutela giuridica della Vita e della Famiglia
  • Politiche aziendali per la famiglia e la natalità

Poiché la famiglia è l’istituzione sociale originaria che getta le fondamenta di una società moralmente responsabile, con il supporto del vice premier Matteo Salvini, del Ministro della Famiglia e della Disabilità Lorenzo Fontana, del Governatore della Regione Veneto Luca Zaia e del sindaco Federico Sboarina, la città di Verona è orgogliosa di ospitare, dopo Budapest e Chisinau, il XIII Congresso Mondiale delle Famiglie! “

Pecorella: Non vale! Mi hai risposto con domande (retoriche) a cui ti sei dato risposta. E la CEI?

Pastore: Possibile che la Conferenza Episcopale Italiana non afferri la necessità di mettersi in gioco, per i veri valori della famiglia? I quali non appartengono solo alla ala (tanto coccolata) cattocomunista; ma nemmeno sono appannaggio esclusivo della destra (la quale può essere o comunque viene dipinta come ricca, borghese e ingorda di soldi e privilegi).

Pecorella: Ma l’informazione dell’evento non è stata pre-giudiziale?

Pastore: Alberto Melloni, che una volta faceva bene il mestiere di storico e poi si è reinventato come uno dei tanti tuttologi. Dalle righe di quello stesso giornale La Repubblica che afferma falsi ed esagerati i numeri dei bimbi uccisi tramite l’aborto, in Italia e nel mondo, denunciati da Massimo Gandolfini proprio a Verona, Alberto Melloni spara a zero su tutte le “destre” di questo mondo: “Il mondo reazionario che occupa e cannibalizza i conservatori europei deve infatti espugnare il papato per poter consolidare l’Amalgama Nera che per questo obiettivo salda la componente clerico-fascista del tradizionalismo cattolico, l’evangelicalismo suprematista antisemita e le correnti dell’ortodossia contaminate dall’autoritarismo. Una Amalgama Nera trans-confessionale il cui odio investe tutte le ossessioni dell’integrismo: donne ed ebrei, istituzioni democratiche e antropologie, libertà.” Forse nemmeno l’onesto Peppone sarebbe fiero di lui e di questa vuota retorica.
Vedi anche https://costanzamiriano.com/2019/04/04/quel-che-di-verona-e-fin-troppo-visibile/

Pecorella: Noi ci chiediamo sempre il perchè. Perché questo odio verso la famiglia tanto che l’informazione è assolutamente schierata e, pure la Chiesa, sembra essersi arresa alla cultura dominante? Qual è l’obiettivo?

Pastore: L’obiettivo si può vedere da molte prospettive, ma la sostanza consiste nell’avvallamento, nel sostegno, nel servilismo ai pensieri LGBT (“sigla utilizzata come termine collettivo per riferirsi a persone Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender”, secondo wikipedia). In realtà non è solo un “termine collettivo”, ma un modo di pensare, agire, investire leggi, soldi e tutto ciò che serve per trasformarsi nell’IDEOLOGIA che dovrebbe, a parere di molti, sostituire la famiglia in senso cattolico.
Una sera avevo invitato uno psichiatra, di formazione cristiana, a spiegare ad un gruppo di universitari di cosa si trattasse parlando di questo “gender”. Gli abbiamo chiesto quanto fosse diffuso e le eventuali conseguenze per tutti gli altri cittadini non aderenti a questa forma di pensiero. Eravamo nel 2015. Lo psichiatra ci ha spiegato in modo chiarissimo l’origine culturale, genetica… dell’omosessualità. Una volta messo alle strette: “Ebbene questo pensiero/ideologia lgbt esiste o non esiste?” Lui risponde letteralmente “Non ne ho mai sentito parlare”. Dopo che ne parlano giornali, tv… l’unico che non può/vuole esporsi è proprio uno specialista?
C’è invece chi, molto in alto, non solo ne parla e influisce sulla legislazione internazionale, ma desidera incontrare personalmente. Non nel confronto con le famiglie a Verona, ma in Vaticano… Si veda oggi 8 aprile 2019 http://www.lanuovabq.it/it/istanze-lgbt-il-nuovo-corso-del-papa-gia-iniziato-in-belizeSaltato l’incontro con il Papa, i rappresentanti dei gruppi Lgbt latinoamericani sono stati ricevuti dal cardinale Parolin. Ma intanto è stata resa nota la lettera di invito all’incontro con il Papa e il retroscena che spiega l’incontro: il Papa era già intervenuto nel 2018 su un caso in Belize a favore della depenalizzazione dell’omosessualità.” (Nico Spuntoni)

APPROFONDIMENTI: Quel che di Verona è fin troppo visibile

Questo articolo ha il fine di estraniarsi nettamente dalle premonizioni e, certamente, dalle descrizioni diffuse per la maggior parte da coloro che Verona l’hanno vista mediante uno schermo, sia esso bacheca social, home page di qualche testata giornalistica, talk show e via dicendo. Vorrei scrivere quanto ho visto, sentito e vissuto personalmente in qualità di uditrice, ma prima di tutto in quanto essere umano, al quale è stato fatto il dono della vita; di figlia, frutto dell’unione sponsale di un padre e di una madre; di donna, poiché ogni cellula del mio organismo contiene traccia della mia identità sessuale XX, in dotazione fin dalla nascita e oggettivamente innegabile; di moglie, perché ho liberamente scelto di amare e lasciarmi amare; di potenziale madre, per i figli che Dio vorrà donarci; di componente essenziale, alla pari di mio marito, del nucleo familiare nato da sei mesi esatti, parte di uno Stato, cellula viva di un popolo; di bioeticista, integralmente devota al bene, al bello e al vero, insito in problematiche che ci interrogano sulle origini, sulla natura mortale, in definitiva, sull’identità umana; di cittadina del mondo, essere in relazione.

Durante questi tre giorni hanno esposto moltissimi relatori, professionisti, alcuni dei quali addirittura inaspettati, ma generalmente ognuno proveniente da inclinazioni e orizzonti culturali, religiosi, politici estremamente differenti, una diversità che ha valorizzato un carattere essenziale dell’evento: il dialogo. Uno dei tratti maggiormente oscurati e dimenticati dall’attentissimo sistema mediatico impegnato a decifrare l’impianto ideologico del colore dei tovaglioli durante il buffet! Le tematiche discusse sono state molte, sviscerate con lucida diligenza e scientificità; qui ne ripropongo alcune essenziali. Anzitutto l’imprescindibilità sociale della famiglia cosiddetta “tradizionale”, ma molto più naturalmente e intuitivamente quella che ha garantito la sopravvivenza della specie mediante la possibilità procreativa per la quale è inevitabile la polarità maschile-femminile. Ci si è posti, in merito, l’interrogativo di quale sia il discrimine distintivo tra condividere uno spazio, quindi essere coinquilini, ed essere famiglia: se il politicamente corretto prevede che tutto sia amore, cosa potrà un giorno impedire, ad esempio, di considerare la poligamia un diritto di aggregazione legittimo? Attingendo dalla cronaca degli ultimi giorni potremmo domandarci se una nonna che presta il proprio utero al figlio per dare alla luce suo nipote, prole di due uomini, ottenuto (fabbricato?) con gli ovuli della zia, non possa considerarsi esempio di famiglia allargata e un po’ stravagante, sulla scia del ridondante “se c’è l’amore, tanto basta”, prodotto del permissivismo edonista. Perché la comunità internazionale dovrebbe occuparsi di famiglia? Il fatto, molto semplice, è che essa, focolare di vita, istituto sorretto e garantito dalla Costituzione, ma ancor più sostanza onnipresente globalmente, è una realtà storica che ci supera in quanto capace di regalarci l’identità di figli, di cui tutti siamo, necessariamente, portatori. Snodo essenzialmente relazionale, lezione ed educazione alla prossimità, all’attenzione verso l’altro, invito ad uscire da noi stessi per mettere in pratica un sano principio di sussidiarietà, da riversare nella società, a cominciare dall’accettazione e dal riconoscimento del dissimile: madre e padre sono espressione di reciprocità; opposizione e complementarità. Chiaramente entro questo quadrante la politica internazionale ha speso numerose parole d’impegno -talvolta futuro, altre già attuale- sul sostegno economico a favore non solo della famiglia, ma già dell’intenzionalità proiettata alla nascita di tale unione. Significa costruire strategie efficaci perché anche solo la possibilità per una coppia di consolidarsi smetta di risultare utopia, scendendo al presente. I rappresentanti ungheresi hanno lanciato una grande sfida agli altri Paesi presentando i vantaggiosi piani familiari azionati dal governo per scagionare la comunità dal pericolo di sentirsi abbandonata, in difficoltà o, banalmente, senza riferimenti politici nella pianificazione di un futuro a prova di prole. Sia chiaro che non si tratta solo di un impegno finanziario, ma anzitutto culturale, che abbracci fiduciosamente il concetto di “Óikos”, ovvero casa, polis ed economia, unità domestica, alimentando la qualità delle relazioni umane al centro della sua essenza: rispetto, pudore, tenerezza, sacrificio, donazione, autorità e primato educativo genitoriale sono pilastri vacillanti nella mentalità libertaria prevalente, eppure in questo vuoto si precipita incessantemente.

Lapalissiano il collegamento antropologico ed etico di fondo, humus per una rinascita: il dramma dell’assenza totale di strumenti del pensiero che lo introducano all’abc fondamentale del ragionamento morale sul distinguo tra bene e male, lecito e illecito, diritto e dovere, libertà e responsabilità. Scadere nello stampo relativista tipico di coloro che ingenuamente sostengono l’impossibilità di una normatività insita nella natura ordinata delle cose, non ultima la natura umana, per ottemperanza riguardosa di eterogeneità vincolate a regimi di coscienza istintuale, non consente di fatto la crescita rigogliosa dei principi non negoziabili, retrocedendo ad un baratto interessato dalla logica del compromesso.  Schemi d’azione individualistici, adatti a composizioni di soggetti fra loro separati, scissi, isolati quindi enumerabili senza eccessive implicazioni, tali per cui diverrà perfettamente normalizzato e lineare un procedimento in cui una donna gestante terrà in grembo il figlio biologico di estranei da consegnare al committente, sventrando il diritto di appartenenza personale alle proprie origini in cambio dello sfruttamento di donne scelte tra le vignette di cataloghi predisposti, sulla scia di qualità interscambiabili e/o preferibili in vista del tipo di persona e futuro che i mandatari auspicano per i loro figli, in modo tale che questi possano incarnare il desiderio idealizzato nei rispettivi “vorrei”. Sulle spalle di queste pretese, quale posto è coerentemente riservato all’uguaglianza, principio di parità, raffazzonato in slogan compulsivi utilitaristi e liberali, se per uniformarsi alla sensazione di libertà da vincoli collaterali colpevolizzanti ci si presta a scartare essere umani fabbricati meccanicamente, selezionati, valutati idoneamente o abbandonati in parentesi temporali di crioconservazione indefinita nel tempo e nel senso? Quando, la parità tra appartenenti alla specie umana, da indistinta si è fatta parziale e mezzo di dispotismo? Vorrei mi venisse spiegato chi ha l’autorità ontologica di ricadere nell’eterno ritorno suprematista di alcuni esseri umani su altri, scartati poiché non conformi alle aspettative di chi su di essi non dovrebbe avere poteri, ma solo obblighi. Partecipanti, organizzatori e relatori -sembrerebbe una novelletta comica se non fosse drammaticamente vero- sono stati accusati violentemente di non sostenere la dignità della donna; ebbene mi domando: avallare uno schiavismo di tal misura nei confronti di un essere umano, di una donna, magari con l’aggravante della povertà estrema, di condizioni di vita accidentalmente precarie, spinta quindi dal bisogno, perfino già moglie e madre in tantissime occasioni documentate, equivale ad amare e riconoscere la grandezza del genere femminile così come merita? Se affermativo, si sta forse insinuando che la dignità della donna vale una sua commercializzazione? Può legittimamente una tale barbarie, che il Congresso ha proposto di denunciare come crimine contro l’umanità, costituire oggetto di ribrezzo per coloro che, come noi, ne denunciano la disumanità più totale in sessione pubbliche e sovranazionali? Si compiace di questo orrore perpetrabile il politicamente corretto osannato dalla post-modernità? Si compiace forse dell’indifferentismo dinanzi al grido esistenziale di un figlio vagabondo perduto al cospetto della domanda “chi sono io?”, più compromettente di qualunque altra? Doveroso cogliere che la secolarizzazione ha deformato la sessualità frammentandone l’estensione semantica in brandelli di meri “atti sessuali”, pur consci della diseguaglianza fra i due significati. Trattando la corporeità come sola carne, si è predisposta la prima alla mercé della cosificazione: il corpo diviene oggetto a disposizione del piacere, del godimento fine a se stesso, privatizzato; scartato il pudore, in voce all’abusato “vietato vietare”, quali criteri riusciranno a trasmettere un atteggiamento premuroso, invece che di possesso e dominio se urliamo senza rammarico, a noi stessi e quindi all’altro, che del corpo è doveroso fare qualunque cosa purché sazi un bisogno individuale? Da qui occorre iniziare, dalla formazione al valore dell’unitotalità della persona, sorgente di meraviglia e gratificazione. Le derive pornografiche, gli abusi, parafilie e perversioni non riecheggiano, nell’ampia diffusione dolorosamente raggiunta, il lamento di una sostanziale assenza della comprensione totale, integrale della persona umana che torni ad essere mediata dai colori della bellezza indisponibile? E perché, allora, impedire che si lavori ad un recupero di una semantica umana profonda, capace di difendere tutte le vittime passate, presenti e future, e che deformi l’assuefazione, fin troppo generalizzata, dall’erotismo, sostituto istintuale dell’amore sponsale?

Mi è stato chiesto, in questi tre giorni, quale linguaggio userei nei confronti degli attacchi sferrati dalle femministe. Lo ribadisco anche qui: incomprensione, distanze teoriche dovute a confusi presupposti viziati da ideologie storiche che rendono illeggibile il messaggio proposto dai cosiddetti retrogradi, il quale, se fosse compreso, aprirebbe una stretta vicinanza incontrovertibile a chiunque apprezzi la natura della donna, ovvero che per il solo fatto di essere creatura umana nessuno può arrogarsi il diritto di conferire lei dignità, può infatti solo riconoscerla. Qui sussiste la netta uguaglianza fra sessi differenti, che non è sinonimo di approssimazione identitaria tra maschile e femminile: la donna vale in quanto donna, non perché dovrebbe somigliare all’uomo; dal canto suo l’uomo vale in quanto uomo. Diritto della donna è avere un’alternativa trasparente, possibile. Mi preme puntualizzare che in sede congressuale si è parlato moltissimo di misure essenziali, improcrastinabili affinché la libertà della donna possa esprimersi. Cosa significa? Darle modo e garanzie tangibili che tanto la dedizione lavorativa, quanto la vocazione alla cura della propria famiglia, siano equamente fruibili e che la scelta di essere madre smetta istantaneamente di costituire discrimine per assunzione e mantenimento lavorativo. L’invito alle autorità e alla società è stato precisamente quello di far sentire al sicuro la propensione alla genitorialità, oggi macchiata da angoscia, timore, inquietudine e instabilità, affinché possa rinascere un frizzante «desiderio di famiglia», per usare la felice espressione di Mons. Zenti, contrastando così uno dei peggiori inverni democratici esistenti dovuto all’ampliamento tecnico dei mezzi per scardinare le nascite o prevenirle. Io, in quanto donna, non mi sento per nulla rappresentata da cartelli volgari che incitano al sesso sdoganato in qualsivoglia direzione e che annullano la mia integrità incitando all’egocentrismo esasperato, spinto al punto da condannare a morte il figlio rifugiato nel grembo materno. Dichiararmi contraria a quanto, embriologia e giuridica definiscono, senza remore, omicidio verso un essere umano nuovo, sistema biologico unico, geneticamente ineguagliabile, coordinato e autonomo nel suo sviluppo, privo di salti biologici e ontologici di sorta dal momento della fecondazione al parto, è forse motivo di disonore per l’umanità che coabito? C’è una Verità da dis-velare con tenacia e coraggio: la negazione ideologica dell’umanità del concepito non è supportata da alcunché se non da un comprovato compromesso intriso di interessi e speculazioni. Prova a sostengo di quanto affermo è, ad esempio, il dramma violentissimo accusato da ogni singola madre che abbia voluto o subito un aborto, la cui traccia permane nel suo organismo indefinitamente. Rinvigorire la prassi di assistenza preventiva a simili lesioni è forse un sopruso oltraggioso, sprezzante del bene di queste donne? E a quel figlio, quali colpe addossare tanto da privarlo intenzionalmente del padre di tutti i diritti, il diritto alla vita? Il travaglio esistenziale è sommo quando l’umanità non trova ragioni abbastanza valide nella natura umana per sentire vigoroso l’obbligo morale di preservarla dalla negazione della libertà e della dignità, valori indiscutibili dei quali si fa portatrice. “Vite non degne di essere vissute” è l’espressione che mi ha costretta alla commozione quando ho ascoltato la testimonianza di Sammy Basso o l’esibizione dei ragazzi affetti da disabilità, perché se non fosse stato per il coraggio della loro famiglia e il sostegno forte di un impianto valoriale saldo culturalmente nel significato proprio dei diritti inalienabili, io non avrei potuto essere spettatrice di quelle voci perché quelli voci sarebbero state lo scarto non voluto di un giudizio, sia esso impetuoso, ponderato, sofferto, arrabbiato, ingenuo o superficiale di qualcuno fragile quanto loro. Quanto più alta è la statura di una verità tanto maggiore è il senso di costrizione che spinge lo sguardo a terra e così il mio, perché ero cosciente che la forza tracotante di un popolo fedele alla vita è un movimento di sopravvivenza, un gesto eroico sollecitato dall’attenzione sensibile verso la vulnerabilità.

Perciò scusate, ma prevaricare la libertà di proclamare quanto universalmente condiviso, ovvero che «i diritti inalienabili non sono una concessione», non può abbassarsi alle stringhe idolatriche di una neo-religione «a-liberal libertaria», come amabilmente l’ha definita Maria Giovanna Maglie, relatrice molto apprezzata durante le giornate nel veronese. Oscurantisti, retrogradi, estremisti, feccia dell’umanità, sfigati, bigotti e altre variopinte denominazioni tolleranti, filantropiche, egualitarie hanno bersagliato il democratico, civile, onesto e libero esercizio di espressione dovuto ad ogni uomo. È su suddetta incoerenza manipolatoria-manipolante l’ambiente idoneo allo sviluppo di un’ecologia umana integrale? Alberga qui la disponibilità tollerante a comprendere pienamente problematiche e punti di forza emblematici nella contemporaneità? L’evidenza rischiara il caos, lasciando intravvedere nitido il neonato paradigma etico dominante: la maggior uguaglianza deve essere omologazione al pensiero unico, pertanto si predispone un’etica della dis-uguaglianza con metodiche di inquadramento rieducativo costrittivo messo in atto mediante stratagemmi mediatici, giochi di potere, interessi globali di mercato, prevaricazione ideologica. Il problema è che la libertà ulula sia da un lato che dall’altro e l’uomo si distingue ontologicamente dagli altri enti proprio in virtù di una creatività sfuggevole, scivolosa, incalcolabile ed è qui che è caduto ogni dominio: il risveglio della ragione, fosse anche solo di uno dei prigionieri della caverna al quale sorge il dubbio che forse, la realtà così come ci viene detto di vederla, è fittizia alla pari dei suoi progettisti. Guarisce così la cecità. Il turbamento di una coscienza può smuovere la giustizia di un’intera comunità di uomini; una sete che percuote il sonno.

Ci siamo alzati in piedi senza tafferugli, non politicizzati, in piena autodeterminazione, calpestando i limiti dell’accettazione, nonostante lo sfregio di una mostruosa macchina mediatica appartenente a quelle sedicenti propensioni libertarie, forti di inganni, denigrazioni, minacce, maledizioni, offese, screditamento mediatico. La risposta ha sempre calpestato la soglia. Ci siamo alzati per costruire ponti fra distanze geografiche, culturali, religiose annodando la trama nello sforzo propositivo, pro-attivo di un’etica che abbia l’uomo come fine, e di un’antropologia che non si stanchi di occuparsene, così che il diritto di dare a ciascuno ciò che è suo, opposto all’ostentazione di esigere in qualità di diritti ciò che alcuni desiderano a prescindere da chi gli cammina accanto, permanga criterio di civiltà ed equilibrio. Un atteggiamento, quello caratterizzante l’evento e la replica all’opposizione, definito fobico-discriminatorio: ebbene, temo sia una grave lacuna supporre una ripugnanza profonda nei confronti di esseri umani banalmente per la sensibilità/adesione a idee differenti. In una società democratica, infatti, non appoggiare determinate scelte di vita è legittimo tanto quanto mostrare sostegno; adibire luoghi di discussione su di una realtà piuttosto che un’altra è parimenti legittimo, pur mantenendo disparità d’opinione rispetto a chi invece ha liberamente deciso di estraniarsi dall’evento in questione. Nasce la discriminazione quando si disprezza e mortifica la persona, non quando vi è differenza contenutistica fra i valori dell’una e dell’altra. Qui il discrimine, che il politicamente corretto ha maliziosamente viziato di convenienza per raggirare lo strumento di pensiero razionale in grado di sovvenzionare l’incontro civile nella diversità. Purtroppo l’accusa denigratoria ha inondato mediaticamente, pubblicamente le migliaia di anime radunatesi in piazza o presenti nelle tre giornate. Quando si scade a questo, allora lì sì che si verifica un nauseabondo rifiuto radicale dell’estraneo, del vicino di casa piuttosto dell’amico di una vita o del collega di lavoro. Totale cortocircuito passivo, ideologico di cui la storia ha già molto da insegnarci!

Amarezza, non disprezzo: sono convinta che chiunque si arroghi l’ipocrita presunzione dei mezzi elencati, abbia esaurito gli argomenti essenziali di ciò che proclama; ragion per cui oltraggiare, utilizzando addirittura la censura mediatica avida di disinformazione, la verticalità paritaria dell’empatia umana, anziché misera mortificazione, diviene stratagemma. Un quadro confuso che miserevolmente avanza con spirito di contrapposizione, piuttosto che integrazione; scavare buche al buio dove il fratello fatica per mantenere agibile la strada principale da percorrere è un gesto vile tanto quanto vacillante, insicuro. Lo spessore della causa è una sovrastruttura rispetto agli interessi politici o privati, per questo nessuna di queste può razionalmente costituire, per coloro che abbracciano la sostanza, ragion sufficiente di esonero o, peggio ancora, ostruzionismo quando la collaborazione mieterebbe benefici propensi all’edificazione di quella “ecologia umana integrale” dove la consapevolezza di un oggetto complesso viene disciolta nella linearità del vero e dove, sicuramente, primeggia l’abbondare di bellezza affidata alla nostra tutela ogniqualvolta si parli di famiglia e vita, dandone testimonianza piena.   Giulia Bovassi

Amnesty International: il Congresso delle Famiglie è “ostile ai diritti umani”

Una nota di Amnesty International afferma che “programma, obiettivi e relatori coinvolti caratterizzano chiaramente l’incontro di Verona come un evento ostile ai diritti umani, in particolare ai diritti sessuali e riproduttivi e ai diritti delle persone Lgbti; un evento che non dovrebbe essere sostenuto da alcuna istituzione governativa, cui piuttosto spetta il dovere di garantire i diritti di tutte le persone.

A preoccupare l’organizzazione per i diritti umani sono numerosi contenuti del Congresso, tra cui: l’affermazione che la “famiglia naturale” composta da un genitore uomo e da un genitore donna sia la “sola unità stabile e fondamentale della società” e quindi il rifiuto del riconoscimento di diritti civili a configurazioni familiari al di fuori della coppia eterosessuale unita in matrimonio. […] la patologizzazione dell’omosessualità e della transessualità e di tutte le forme di orientamento sessuale e identità di genere non ascrivibili a maschio/femmina eterosessuale e il rifiuto del pieno riconoscimento dei diritti civili alle persone che manifestano queste identità”.

Molto tempo fa Amnesty difendeva i più deboli, ora si è messa dalla parte dei più forti contro l’evidenza.

Comunicato stampa dal Congresso Mondiale delle Famiglie

Toni Brandi e Jacopo Coghe, organizzatori del Congresso Mondiale delle Famiglie, pubblicano un comunicato stampa in cui affermano: «Sentire che, dopo tante polemiche, per Matteo Salvini, “impresentabili sono coloro che sostengono l’utero in affitto”, ci stimola ulteriormente ad andare avanti. E poi sentire ancora il vicepresidente del Consiglio ribadire una verità ovvia, che il bambino ha bisogno di una madre e di un padre, ci rassicura e ci trova perfettamente in sintonia».

«Abbiamo molto apprezzato anche l’intervento del Ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, che alla fine del 2018, ha approvato il consenso informato da parte dei genitori nella scelta delle attività didattiche extracurricolari dei figli» per tentare di arginare il diffondersi di corsi sul gender a danno dei minori.

Certamente chi è intervenuto ha detto cose apprezzabili, ma rimangono non condivisibili le posizioni pro aborto di Meloni e Salvini espresse prima del Congresso.

https://www.notizieprovita.it/economia-e-vita/xiii-wcf-verona-gli-organizzatori-oggi-la-rivincita-contro-le-intimidazioni-mediatiche-siamo-la-maggioranza-non-piu-silenziosa/

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana