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E se Cristo avesse detto: “Sono venuto a portare un fuoco e come vorrei che fosse già acceso”?

Se n’è già occupata con dovizia di particolari e motivazioni La Nuova Bussola Quotidiana. Si tratta di un’intervista rilasciata dal cardinale arcivescovo di Bologna Mons. Matteo Zuppi al giornalista Michele Brambilla. Continua a leggere

Benedetto XVI. Viaggio Apostolico in Portogallo nel 10° anniversario della beatificazione di Giacinta e Francesco, pastorelli di Fatima (11-14 MAGGIO 2010)

Grande Piazzale di Av. dos Aliados di Porto. Venerdì, 14 maggio 2010

Sì! Siamo chiamati a servire l’umanità del nostro tempo, confidando unicamente in Gesù, lasciandoci illuminare dalla sua Parola: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga» (Gv 15,16). Quanto tempo perduto, quanto lavoro rimandato, per inavvertenza su questo punto! Tutto si definisce a partire da Cristo, quanto all’origine e all’efficacia della missione: la missione la riceviamo sempre da Cristo, che ci ha fatto conoscere ciò che ha udito dal Padre suo, e siamo investiti in essa per mezzo dello Spirito, nella Chiesa. Come la Chiesa stessa, opera di Cristo e del suo Spirito, si tratta di rinnovare la faccia della terra partendo da Dio, sempre e solo da Dio!

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Sant’Agostino. Omelia su “Li amò sino alla fine”

Li amò sino alla fine.

Cristo stesso è il fine: non in senso di arresto ma di compimento: fine in senso di meta, non in senso di morte. E così Cristo, che si è immolato, è la nostra Pasqua, perché in lui si compie il nostro “passaggio”.

1. La cena del Signore narrata da Giovanni merita di essere col suo aiuto spiegata e commentata con particolare cura. Noi cercheremo di farlo secondo la capacità che il Signore stesso ci avrà concesso. Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine (Gv 13, 1). Pasqua, fratelli, non è, come alcuni ritengono, una parola greca, ma ebraica; ma è sorprendente la coincidenza di significato nelle due lingue. Patire, in greco, si dice , per cui si è creduto che Pasqua volesse dire Passione, come se questa parola derivasse appunto da patire; mentre nella sua lingua, l’ebraico, Pasqua vuol dire “passaggio”, per la ragione che il popolo di Dio celebrò la Pasqua per la prima volta allorché, fuggendo dall’Egitto, passò il Mar Rosso (cf. Es 14, 29). Ora però quella figura profetica ha trovato il suo reale compimento, quando il Cristo come pecora viene immolato (cf. Is 3, 7), e noi, segnate le nostre porte col suo sangue, segnate cioè le nostre fronti col segno della croce, veniamo liberati dalla perdizione di questo mondo come lo furono gli Ebrei dalla schiavitù e dall’eccidio in Egitto (cf. Es 12, 23); e celebriamo un passaggio sommamente salutare, quando passiamo dal diavolo a Cristo, dall’instabilità di questo mondo al solidissimo suo regno. E per non passare con questo mondo transitorio, passiamo a Dio che permane in eterno. Innalzando lodi a Dio per questa grazia che ci è stata concessa, l’Apostolo dice: Egli ci ha strappati al potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del Figlio dell’amor suo (Col 1, 13). Sicché, interpretando la parola Pasqua, che, come si è detto, in latino si traduce “passaggio”, il santo evangelista dice: Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre. Ecco la Pasqua, ecco il passaggio! Passaggio da che, e a che cosa? Da questo mondo al Padre. Nel Capo è stata data alle membra la speranza certa di poterlo seguire nel suo passaggio. Che sarà dunque degli infedeli e di tutti coloro che sono estranei a questo Capo e al suo corpo? Non passano forse anch’essi, dal momento che non rimangono qui? Passano, sì, anch’essi; ma una cosa è passare dal mondo e un’altra è passare col mondo, una cosa passare al Padre e un’altra passare al nemico. Anche gli Egiziani infatti passarono il mare, ma non lo attraversarono per giungere al regno, bensì per trovare nel mare la morte.

[L’amore lo condusse alla morte.]

2. Dunque, sapendo Gesù che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Sì, li amò perché anch’essi, da questo mondo dove si trovavano, passassero, in virtù del suo amore, al loro Capo che da qui era passato. Che significa infatti sino alla fine se non fino a Cristo? Cristo – dice l’Apostolo – è il fine di tutta la legge, a giustizia di ognuno che crede (Rm 10, 4). Cristo è il fine che perfeziona, non la fine che consuma; è il fine che dobbiamo raggiungere, non la fine che corrisponde alla morte. E’ in questo senso che bisogna intendere l’affermazione dell’Apostolo: La nostra Pasqua è Cristo che è stato immolato (1 Cor 5, 7). Egli è il nostro fine, e in lui si compie il nostro passaggio. Mi rendo conto che questa frase del Vangelo può anche essere interpretata in senso umano, nel senso cioè che Cristo amò i suoi fino alla morte, credendo che questo sia il significato dell’espressione: li amò sino alla fine. Questa è un’opinione umana, non divina: non si può dire infatti che ci amò solo fino a questo punto colui che ci ama sempre e senza fine. Lungi da noi pensare che con la morte abbia finito di amarci colui che non è finito con la morte. Se perfino quel ricco superbo ed empio anche dopo la morte continuò ad amare i suoi cinque fratelli (cf. Lc 16, 27-28), si potrà pensare che Cristo ci abbia amato soltanto fino alla morte? No, o carissimi, non sarebbe, col suo amore, arrivato fino alla morte, se poi con la morte fosse finito il suo amore per noi. Forse l’espressione li amò sino alla fine va intesa nel senso che li amò tanto da morire per loro, secondo la sua stessa dichiarazione: Non c’è amore più grande, che dare la vita per i propri amici (Gv 15, 13). L’espressione dunque li amò sino alla fine, può avere questo senso: fu proprio l’amore a condurlo alla morte.

3. E fatta la cena, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, il proposito di tradirlo, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che egli era venuto da Dio e a Dio ritornava, Gesù si leva da mensa, depone le vesti, prende un panno e se ne cinge. Poi, versa acqua nel catino e si mette a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli col panno di cui si era cinto (Gv 13, 2-5). Non dobbiamo intendere quel “fatta la cena” nel senso che la cena fosse già consumata e terminata; si cenava ancora, quando il Signore si alzò e lavò i piedi ai discepoli. Di fatti poi si rimise a tavola, e più tardi porse il boccone al suo traditore; sicché la cena non era ancora terminata, se in tavola c’era ancora del pane. Fatta la cena vuol dire che essa era pronta ed era in tavola per essere consumata dai commensali.

[Giuda venditore del Redentore.]

4. Ma continuiamo: Quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, il proposito di tradirlo. Forse domandi che cosa era stato messo in cuore a Giuda; appunto questo: il proposito di tradirlo. Si tratta di una suggestione spirituale, che non avviene attraverso l’orecchio ma attraverso il pensiero, e quindi non materialmente ma spiritualmente. Infatti ciò che si dice spirituale, non sempre si deve intendere in senso positivo. L’Apostolo ci parla di spiriti del male che abitano nelle regioni celesti, contro i quali noi, dice, siamo in lotta (cf. Ef 6, 12); e non vi sarebbero influssi spirituali malefici se non esistessero spiriti maligni. Il termine spirituale deriva infatti da spirito. Ma chi può dire come avviene questo fenomeno, che le suggestioni diaboliche possono penetrare in fondo al cuore umano e mescolarsi ai suoi pensieri, tanto che l’uomo è indotto a considerarle proprie? Non v’è dubbio che anche le buone suggestioni, derivanti dallo spirito buono, seguono una via altrettanto segreta e spirituale. L’importante è il consenso che la coscienza darà a quelle buone o a quelle cattive, alle prime se soccorsa dall’aiuto divino, alle seconde se privata per sua colpa del medesimo aiuto. Il diavolo aveva dunque già operato nel cuore di Giuda istigando il discepolo a tradire il Maestro, non avendo Giuda saputo riconoscere Dio in lui. Giuda era andato alla cena col proposito di spiare il Pastore, di insidiare il Salvatore, di vendere il Redentore. Con tale animo si era presentato alla cena: Gesù vedeva e tollerava, e Giuda credeva di poter nascondere le sue intenzioni, ingannandosi sul conto di colui che voleva ingannare. Frattanto Gesù, che ben leggeva nel cuore di Giuda, a sua insaputa si serviva di lui per i propri disegni.

5. Sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani. Quindi anche il traditore stesso. Se infatti non avesse avuto in mano anche lui, non avrebbe potuto servirsene come voleva. Il traditore quindi era già stato consegnato nelle mani di colui che egli intendeva tradire; così col tradimento si accingeva a compiere un male che, a sua insaputa, si sarebbe convertito in bene ad opera della stessa vittima del suo tradimento. Il Signore infatti sapeva molto bene che cosa doveva fare per gli amici, egli che pazientemente si serviva dei nemici; e il Padre gli aveva dato in mano tutte le cose, in modo che si servisse di quelle cattive per mandare ad effetto quelle buone. Inoltre sapeva che egli era venuto da Dio e a Dio ritornava, e come non aveva lasciato Dio quando da Dio era venuto a noi, così non avrebbe lasciato noi, quando sarebbe tornato a Dio.

6. Sapendo dunque tutte queste cose, si alza da tavola, depone le vesti, prende un panno e se ne cinge. Poi, versa acqua nel catino e si mette a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli col panno di cui si era cinto. Dobbiamo, o carissimi, considerare diligentemente l’intenzione dell’evangelista. Accingendosi a parlare della profonda umiltà del Signore, ha voluto prima richiamare la nostra attenzione alla sua grandezza. E’ per questo che dice: Sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che egli era venuto da Dio e a Dio ritornava. Avendogli dunque il Padre dato tutto nelle mani, egli si mette a lavare, non le mani ma i piedi dei discepoli: pur sapendo di essere venuto da Dio e di tornare a Dio, compie l’ufficio non di Dio Signore ma di uomo servo. Era con l’intenzione di sottolineare l’umiltà di Cristo che l’evangelista ha voluto parlare prima del suo traditore, che era venuto avendo già quel proposito ben conosciuto dal Signore; e questo particolare mostra come il Signore sia giunto al massimo dell’umiltà, non disdegnando di lavare i piedi a colui le cui mani già vedeva impegnate in sì grande delitto.

[La sua passione per la nostra purificazione.]

7. Ma perché meravigliarsi che si sia alzato da tavola e abbia deposto le vesti colui che, essendo nella forma di Dio, annientò se stesso? E che meraviglia se prese un panno, e se ne cinse, colui che prendendo la forma di servo è stato trovato come un uomo qualsiasi nell’aspetto esterno (cf. Fil 2, 6-7)? Che meraviglia se versò acqua nel catino per lavare i piedi dei discepoli colui che versò il suo sangue per lavare le sozzure dei peccati? Che meraviglia se col panno di cui si era cinto asciugò i piedi, dopo averli lavati, colui che con la carne di cui si era rivestito sostenne il cammino degli Evangelisti? Per cingersi di un panno depose le vesti che aveva; mentre, per prendere la forma di servo, quando annientò se stesso, non depose la forma che aveva ma soltanto prese quella che non aveva. Si sa, che per esser crocifisso fu spogliato delle sue vesti e, morto, fu avvolto in un lenzuolo; e tutta la sua passione è la nostra purificazione. Nell’imminenza quindi della passione e della morte, ha voluto rendere questo servizio, non solo a quelli per i quali stava per morire, ma anche a colui che lo avrebbe tradito per farlo morire. Tanto importante è per l’uomo l’umiltà, che la divina maestà ha voluto raccomandarla anche con il suo esempio. L’uomo superbo si sarebbe perduto per sempre, se Dio non fosse venuto a cercarlo umiliandosi. E’ venuto infatti il Figlio dell’uomo a cercare e a salvare ciò che era perduto (Lc 19, 10). L’uomo si era perduto per aver seguito la superbia del tentatore; segua dunque, ora che è stato ritrovato, l’umiltà del Redentore.

C’è una donna adultera? E l’adultero dov’è?

Dal Vangelo secondo Giovanni (8,1-11)

In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. 
Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. 
Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. 
Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». 

Parola del Signore

  • “tutto il popolo andava da lui” Dov’è la memoria di questo stesso popolo che condannerà Gesù a morte?
  • “questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio” Manca l’uomo adultero nella scena!
  • “per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo” Noi, per quali motivi ci avviciniamo alle persone?
  • “Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra” Gesto profetico? Segno simile a quello dei bambini che giocano con la terra?
  • “si alzò”: Risorse. Mentre da seduto era nel gesto del Maestro; ora si mostra come Signore del cielo e della terra.
  • «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei» Fin troppo facile strumentalizzare questa frase, se isolata da tutto il contesto: ogni peccato, follia e atto di terrore sarebbe ammesso. Ma non è così. Gesù afferma l’unico criterio di autentico giudizio: l’amore, la croce e la risurrezione del Dio Vivente.
  • “se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani” La tradizione sottolinea il motivo della fretta dei più attempati: avevano accumulato un numero maggiore di peccati.
  • “Lo lasciarono solo” Nei racconti dei vangeli capita numerose volte a Gesù di rimanere da solo. E se invocasse proprio la mia, la tua presenza che lo accompagni anche in questi momenti?
  • «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più» L’amore e la gratuità di Gesù non è ingenuità, ma trasformazione di vita per chi ascolta con cuore sincero
  • La controprova dell’episodio e del perdono. Maria, unica creatura senza peccato, certamente non avrebbe gettato il sasso, ma probabilmente avrebbe aiutato la donna nel suo cammino di conversione. Tra donne si può creare una bellissima sintonia nel bene. Ed essere santi e immacolati non significa evitare di sporcarsi con la terra bagnata dalle lacrime di vergogna.

Vizi e virtù. 2. Dall’invidia alla benevolenza e carità

A qualcuno capita di non essere mai invidioso/a? C’è differenza tra l’invidia e la gelosia? Sono più invidiosi i ragazzi o le ragazze? Credo di non essere per nulla troppo curioso ponendomi questi interrogativi di fronte a quel vizio che il dizionario descrive come “sentimento spiacevole che si prova per un bene o una qualità altrui che si vorrebbero per sé, accompagnato spesso da avversione e rancore per colui che invece possiede tale bene o qualità; anche, la disposizione generica a provare tale sentimento, dovuta per lo più a un senso di orgoglio per cui non si tollera che altri abbia doti pari o superiori, o riesca meglio nella sua attività o abbia maggior fortuna”.

Insomma, ce n’è per tutti. Io non tollero che un altro abbia qualcosa o compia un’attività meglio di me. La gelosia, sottilmente diversa, ci allontana da noi stessi pretendendo di essere gli unici a possedere. Come vedremo per tutti i vizi, essi in qualche modo, essendo capitali, raccolgono e in qualche modo dis-ordinano ciò che trovano attorno a sé.

Quali ambiti possono essere toccati dall’invidia? Praticamente tutti. C’è chi invidia le origini familiari, chi una maggiore (o presunta) intelligenza, chi le ricchezze, chi il moroso o la morosa altrui, chi gli amici e le amiche… Partiamo dalle relazioni umane, in quanto sono doppiamente coinvolte: prima come amicizia o innamoramento o anche fidanzamento, poi nell’invidia in quanto tale. La questione sottostante credo sia proprio la seguente: come imposto le mie relazioni? A mio favore, a mio vantaggio? Solo secondo una “simpatia” molto superficiale che si tramuta troppo facilmente in “antipatia” tanto “a pelle” quanto devastatrice? Se le premesse sono queste, solo frequentando una persona, conoscendo pian piano i suoi pregi e difetti… ecco che il “nemico” avrà molta facilità a far capovolgere un coinvolgimento di emozioni che prima era positivo in negativo: ecco nata l’invidia.

Ma andiamo più a fondo. Quale è la radice profondissima dell’invidia, quel fondamento che normalmente non ci passa neppure per l’anticamera del cervello e del cuore? Si tratta della paura di non essere amati veramente. Di non essere all’altezza di essere amati; che l’altro – in quanto più bello, intelligente, ricco – possa letteralmente rubarmi l’amore di cui sono assetato più dell’acqua. Esempio lampante: Adamo ed Eva, appena creati, prima del peccato originale, erano nudi e non se ne vergognavano. Ebbene: se mi togliessero tutte le mie difese mentali, materiali, di relazione, di abilità… (essere nudi, limpidi, totalmente essenziali come Adamo ed Eva), gli altri che adesso sembrano amarmi, continuerebbero ad amarmi?

In termini più precisi e meno taglienti: se io baso le mie relazioni – come si fa “normalmente” – su ciò che possiedo, sul numero di sms, WhatsApp che ricevo o che invio, sull’intelligenza, sull’essere o no all’interno di un gruppo, sulla capacità di influenzare le scelte degli altri… mi pare proprio che sarà facile cadere nell’altra faccia della medaglia: l’invidia.

Può capitare invece che, a furia di sbattere il naso contro le delusioni; con il sostegno di un padre spirituale; purtroppo – bisogna dirlo – anche a causa di insuccessi, fatiche insopportabili o malattie; o più semplicemente grazie ad un confronto molto molto schietto con Gesù e il suo vangelo… ci troviamo ad essere “terribilmente nudi” di fronte a noi stessi e forse addirittura di fronte agli altri. Qui nasce la vera carità, che in questo caso declinerei come benevolenza in quanto sguardo profondamente limpido su se stessi e sul prossimo. Il nostro sguardo comincia ad essere come quello di Gesù: non giudica ostentatamente, perentoriamente e senza scampo, ma accoglie la fragilità umana. L’invidioso e il geloso giudicano (gli altri o se stessi superiori al prossimo).

Gesù, Francesco di Sales, Don Bosco, Madre Mazzarello, Madre Teresa di Calcutta, Giovanni Paolo II e tutta la vastissima schiera dei santi avevano e hanno un occhio sereno e pacificante per ciascuno di noi, proprio perché il loro sguardo è di benevolenza; il loro abbraccio non ti trattiene, non è finalizzato a possedere ma ad accoglierti, insieme ai tuoi doni più intimi e alle tue ferite più laceranti, quelle che non hai coraggio di guardare anche quando sei solo/a. Quelle stesse che ti fanno piangere o tirare pugni contro il muro di fronte ad uno specchio “troppo veritiero”. Mentre l’invidia e la gelosia ci portano inevitabilmente alla menzogna verso noi stessi e gli altri; invece lo sguardo benevolente di Dio, che ama senza condizioni e senza ricatti, ci ridona – purificati – a noi stessi. Lasciamoci amare e amiamo nel modo di Dio: dal fango dell’invidia sgorgherà la benevolenza.

Semplici accorgimenti allo scopo di una concreta benevolenza e carità:

  • Riscopro il valore del silenzio e della preghiera, come ascolto e dialogo con quel Dio di Gesù Cristo che mi ama senza mettermi condizioni di intelligenza, bellezza, successo… ma guarda solo la limpidezza del cuore
  • Mi guardo attorno con più attenzione: è proprio detto che chi possiede di più è maggiormente felice? L’amore, la benevolenza, la carità… fanno eccezione, perché non sono delle cose che si conquistano, ma dei doni. È come mettersi sotto una cascata (quella della grazia di Dio), lasciarsi inzuppare e giungere a chiamare gratuitamente più gente possibile a ricevere la grazia dell’amore.
  1. Apro gli occhi ancora meglio: hai mai incontrato una persona ammalata, che però conserva degli occhi splendidi e limpidi; un animo sereno e benevolente?

Spunti di meditazione sul vangelo di domenica 10 marzo 2019

  • Il protagonista del brano di Luca di oggi non è (come potrebbe sembrare a tanti, leggendo superficialmente) il demonio, ma Gesù.
  • Gesù è ricolmo dello Spirito Santo e ha ricevuto solennemente la voce del Padre, con l’attestazione dello Spirito: “Questi è il mio Figlio, l’amato, ascoltatelo”.
  • Gesù viene tentato e supera la tentazione. Gesù viene tentato e ci insegna come superare le tentazioni: riferendosi alla completezza della volontà d’Amore di Dio Padre.
  • C’è in noi un rischio molto forte di scoraggiamento o, al contrario, di menefreghismo di fronte alla tentazione. E’ come se il nostro cuore fosse una stanza bellissima, dotata di una porta con la maniglia solo dal di dentro. Tentazione significa che qualcuno bussa, si fa sentire alla porta. Sarebbe semplicemente stolto aprire a tutti quelli che bussano alla porta del proprio cuore. Almeno chiediamo: “Chi sei?” Grazie alla preghiera quotidiana, ad una coscienza retta e che cresce di giorno in giorno, grazie all’aiuto costante del padre spirituale, diverremo capaci di distinguere i “porta a porta” diabolici dalla voce di Dio che desidera abitare in noi (“Ecco, io sto alla porta e busso… – Apocalisse).
  • Ma è diverso sentire una tentazione ed acconsentirvi nel peccato: questo deve essere detto chiarissimamente. Tentazione è “quando vedo quel ragazzo, vengono in me sentimenti di antipatia”. Peccato è: “Quando vedo quel ragazzo, lo riempio di insulti”.
  • E’ scomodo oggi parlare del diavoletto: qualche categoria di persone ci direbbe che toglie l’autostima o fa nascere dei deleteri sensi di colpa.
  • Ma il diavoletto esiste, eccome. Io lo chiamo con il diminutivo per prenderlo in giro (per me è il primo mezzo per sconfiggerlo). Non ignorandolo, ma irridendolo. Anche lui conosce la Bibbia a memoria, magari meglio di tanti cristiani e di tanti preti. Ma non ha accolto lo Spirito Santo di Dio. Va contro la volontà di Dio e vuole trascinarci nell’infelicità con lui.
  • Per chi fosse interessato ad una lettura tanto intelligente quanto ironica, veda le Lettere di Berlicche di Lewis.
  • Conclusione: non basta avere spesso la Bibbia in mano, andare in Chiesa, accogliere gli immigrati, dare un euro per mettersi a posto la coscienza per essere buoni cristiani (che poi, cosa significa? Tornare ad una cultura borghese?). E’ necessario invece mettersi in discussione ogni giorno, vivere nella vigilanza e nell’umiltà, lasciarsi aiutare, non costruirsi una religione cattolica “fai da te”, aderire invece con tutta la mente, l’anima, il cuore, la volontà… al delicatissimo, profondissimo ed efficacissimo progetto d’amore di Dio per noi.
  • Buona continuazione di Quaresima!

Pecorelle smarrite? Chiedo la tua opinione…

Così ha intitolato il suo sito un mio amico matematico e informatico (https://pecorellesmarrite.altervista.org/?doing_wp_cron=1552061779.1141300201416015625000 ). Come sottotitolo una citazione dal vangelo: “Il Figlio dell’uomo troverà ancora fede sulla terra?”

Egli sente e sa benissimo di essere affidato alle cure di un Buon Pastore in cielo, ma gli pare che le lacerazioni che attualmente trafiggono la Chiesa siano veramente pesanti. Ho intuito in lui l’impressione che, se pur a fatica può contare del tutto sul Pastore celeste, i pastori della Chiesa cattolica qui in terra non siano più un riferimento per gli uomini e le donne del nostro tempo.

Sia lui che io ci teniamo a dire: “la Chiesa cattolica”, non solo per evitare le beghe e i troppo facili travisamenti di un certo ecumenismo (= dialogo tra cristiani, non con le altre religioni – quello è dialogo interreligioso, non ecumenico) ma soprattutto nella lode a Dio per far parte di una Chiesa che – nella misura in cui rimane se stessa – può veramente ambire ad essere “cattolica” (=universale).

E’ vero che i bravi sacerdoti ci sono e sono tanti, ma non rischiano troppo facilmente di diventare dei semplicissimi burocrati?

Un esempio concretissimo, ma che mi pare molto significativo. Appena arrivato nella casa salesiana e nella diocesi in cui attualmente vivo, ho cercato fuori dalla mia comunità (per avere un minimo di “distacco” tra me e il mio confessore) un sacerdote che fosse disposto a divenire il mio confessore regolare. Bene, ho dovuto pellegrinare almeno per 6 tappe: altrettanti sacerdoti che mi hanno accolto da fratelli e da padri, ma nel momento cruciale della domanda, hanno declinato cortesemente, dicendo “non sono preparato”, “non ho tempo”…

Ma se un sacerdote non SI CONFESSA e NON CONFESSA, come può ritenersi pastore del suo gregge?

Per ora basta così, anche se gli esempi di sacerdoti che – a pelle, forse sbagliando – mi sono parsi “tiepidi” (= per l’Apocalisse, vomitevoli) sarebbero – purtroppo – numerosi.

Ci terrei tantissimo al tuo parere su tutte queste cose. Che ti pare?

Dalla Nuova Bussola Quotidiana. Un gruppo interparlamentare per i cristiani perseguitati

Quarantuno membri di Camera e Senato di varia appartenenza politica (Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia, 5 Stelle, Gruppo Misto) hanno creato il gruppo interparlamentare per la “Tutela della libertà religiosa dei cristiani nel mondo”. Tra gli obiettivi, facilitare il ritorno in patria dei cristiani mediorientali e promuovere trattati bilaterali con i Paesi dove le persecuzioni sono più gravi.

Nasce il gruppo interparlamentare per la “Tutela della libertà religiosa dei cristiani nel mondo”. Quarantuno membri della Camera e del Senato di Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia, Cinque Stelle e del Gruppo Misto animeranno questa realtà, che si pone questi obiettivi: agevolare il ritorno dei cristiani del Medio Oriente nelle loro terre d’origine dopo la fuga dovuta alle guerre e al terrorismo islamista, il sostegno a progetti concreti per il radicamento di queste comunità e la loro convivenza pacifica con le altre  componenti etnico-religiose, la promozione della libertà di culto nei trattati bilaterali che vengono sottoscritti con quei Paesi in cui la comunità cristiana subisce gravi forme di discriminazione e persecuzione.

L’intergruppo è stato presentato ieri alla sala stampa della Cameradall’onorevole Andrea Delmastro  (capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Esteri), alla presenza di Fouad Abou Nader, presidente dell’organizzazione Nawraj che sostiene i cristiani del Libano, del giornalista Sebastiano Caputo, presidente della filiale italiana della fondazione SOS Cristiani d’Oriente, di Federica Celestini della Modavi Onlus e del giornalista Gian Micalessin, inviato di guerra e autore di Fratelli traditi. La tragedia dei cristiani in Siria.

Il gruppo nasce sotto buoni auspici visto che Delmastro ha annunciato che sta per essere istituito un fondo di due milioni di euro che andrà a finanziare i progetti di ricollocamento dei cristiani fuggiti dalle località del Medio Oriente martoriate da attentati e attacchi e da quelle che hanno conosciuto il dominio dello Stato Islamico. A tal proposito Delmastro ha ricordato le persecuzioni perpetrate dagli islamisti contro le comunità cristiane in Siria, Iraq (specie nella Piana di Ninive) ed Egitto e ha evidenziato che prima del diritto a essere accolti c’è quello a vivere in pace nella terra in cui si è nati. Per questo motivo, lo scopo di fondo di ogni iniziativa sarà quello di ricostruire la presenza cristiana nelle regioni del Medio Oriente.

Delmastro è poi tornato sui dati più eclatanti dell’ultimo rapporto di Aiuto alla Chiesa che Soffre: circa 300 milioni di cristiani che subiscono gravi o estreme violazioni della libertà religiosa in 38 Paesi del mondo; 15 mila fedeli attaccati durante funzioni religiose e 1.200 chiese distrutte nel 2018; circa il 61% della popolazione del mondo che vive in Stati in cui la libertà religiosa è colpita da forti restrizioni. In questa cornice il gruppo lavorerà anche per inserire il tema della libertà religiosa in tutti i trattati bilaterali, con particolare attenzione ai rapporti con Cina, Corea del Nord, Paesi arabi e in generale quelli a maggioranza musulmana. La questione sarà infine posta anche nell’ottica dell’allargamento dell’Ue a quei Paesi dei Balcani scossi dalle guerre etniche e interessati dal fondamentalismo islamico.

Vero motore dell’iniziativa dell’intergruppo è la filiale italiana di SOS Cristiani d’Oriente, associazione umanitaria nata in Francia nel 2013 in seguito alla presa di Maalula da parte di Al-Nusra (allora costola siriana di Al-Qaeda). L’aggressione al villaggio cristiano dove si parla ancora l’aramaico provocò un moto di solidarietà organizzato da un gruppo di ragazzi che, con il passare degli anni, si sono strutturati in una delle principali realtà di cooperazione e sviluppo in Siria e Libano. “Ci sono storie di convivenza e coabitazione tra cristiani e musulmani, non parlo di integrazione perché quello è un esercizio da intellettuali”, così Sebastiano Caputo ha descritto lo spirito con cui opera SOS Cristiani d’Oriente. “Per far radicare i cristiani in Medio Oriente non serve ghettizzarli, perché questo significherebbe renderli un target e farli indentificare come la quinta colonna delle politiche occidentali”, ha spiegato il giornalista illustrando una serie di progetti che mirano a riportare i cristiani al centro del tessuto sociale di alcune comunità libanesi e siriane. “Solo in questo modo possiamo fermare lo scontro di civiltà”, ha sottolineato ancora Caputo, secondo il quale costruire un dialogo senza complessi tra Oriente e Occidente è anche il mezzo migliore per riscoprire le radici spirituali e culturali dell’Europa, dal momento che il Medio Oriente ha conservato una tradizione non contaminata dalla modernità.

Su questa falsariga si è dipanato anche l’intervento di Nader, noto esponente della comunità cristiana maronita libanese ed ex combattente nel conflitto degli anni Ottanta che ha devastato il Paese dei cedri. Nader, con la sua organizzazione Nawray, è oggi impegnato nel dialogo religioso tramite interventi in villaggi in cui viene coltivata una pacifica convivenza tra i fedeli delle varie confessioni. “In tutto il Libano non c’è una sola comunità dove sciiti e sunniti riescano a convivere senza il contributo dei cristiani”, ha detto  Nader: “I cristiani sono il collante dalla società libanese. Solo dove è garantita la loro presenza gli altri gruppi musulmani riescono a dialogare”. Nader ha quindi ricordato che questo delicato mosaico è minacciato dalla difficile gestione di circa due milioni di profughi siriani arrivati a seguito della guerra, una popolazione per il 95% di religione sunnita che sta cambiando gli equilibri del Libano. Agevolare il ritorno dei siriani nel loro Paese diventa dunque fondamentale per la stabilità del Libano che ha sempre rappresentato l’unico esempio nel mondo arabo di democrazia e condivisione nella gestione del governo tra le diverse componenti etniche e religiose.

Anche Federica Celestini della Modavi Onlus, che opera con le comunità cattoliche in Terrasanta, ha parlato di quanto sia importante lavorare per salvaguardare la presenza dei cristiani nel Medio Oriente. La conferenza è stata arricchita dalla testimonianza di Micalessin che dagli anni Ottanta segue le vicende delle comunità cristiane mediorientali. “Nel 2013 mi sono trovato a raccontare il paradosso di un Occidente che difendeva gli amici di Al-Qaeda e tradiva i suoi fratelli cristiani” ha detto il giornalista rievocando l’attacco a Maalula. “Qualcuno pensa che i cristiani siano ospiti in Medio Oriente ma non è così”, ha proseguito: “Quelle terre sono state la culla del cristianesimo 700 anni prima dell’arrivo dell’islam. Questa è la religione che ha forgiato la nostra civiltà, abbiamo un debito con quelle popolazioni”.

Fonte:http://www.lanuovabq.it/it/un-gruppo-interparlamentare-per-i-cristiani-perseguitati

Autore: Marco Guerra


Formazione per universitari: “verrà a giudicare i vivi e i morti”

Io, Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione, nel regno e nella costanza in Gesù, mi trovavo nell’isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza resa a Gesù. Rapito in estasi, nel giorno del Signore, udii dietro di me una voce potente, come di tromba, che diceva: Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese: a Efeso, a Smirne, a Pèrgamo, a Tiàtira, a Sardi, a Filadèlfia e a Laodicèa. Ora, come mi voltai per vedere chi fosse colui che mi parlava, vidi sette candelabri d’oro e in mezzo ai candelabri c’era uno simile a figlio di uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro. I capelli della testa erano candidi, simili a lana candida, come neve. Aveva gli occhi fiammeggianti come fuoco, i piedi avevano l’aspetto del bronzo splendente purificato nel crogiuolo. La voce era simile al fragore di grandi acque. Nella destra teneva sette stelle, dalla bocca gli usciva una spada affilata a doppio taglio e il suo volto somigliava al sole quando splende in tutta la sua forza. Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la destra, mi disse: Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi. Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle che sono e quelle che accadranno dopo. (Ap 1,9-19)

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  • Necessario liberarsi dai preconcetti pagani di “giudizio”
    • vedi Egizi…
    • vedi il nostro giudicare gli altri
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  • Primo accenno alle basi della fede
    • Trinità
    • Mistero Pasquale
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  • L’occhio di Dio
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  1. In Dio c’è differenza tra giudizio e abbraccio benedicente?
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  • Tra il “Vieni Signore Gesù” e il dies irae
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  • La libertà umana: dono o “fregatura”?
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  • Sperare per tutti?

«Colui che giudica non è qui semplicemente – come ci sarebbe da aspettarsi – Dio, l’Infinito, l’Ignoto, l’Eterno. Egli ha piuttosto affidato il giudizio a uno che, in quanto uomo, è nostro fratello. A giudicarci non sarà un estraneo, bensì colui che già conosciamo tramite la fede. Il giudice non ci verrà incontro come il totalmente Altro, bensì come uno di noi, che conosce l’essere-uomo dal di-dentro e ha sofferto.

In questo modo, però, sul giudizio si trova già l’alba della speranza; non è solo il giorno dell’ira, bensì il ritorno di nostro Signore. Ci si sente richiamati alla grandiosa visione di Cristo con cui inizia la misteriosa rivelazione (Apocalisse 1,9-19): Il veggente cade a terra come morto davanti a questo Essere insignito d’incommensurabile potenza. Ma il Signore stende la mano su di lui e gli dice, come in quel giorno in cui gli apostoli attraversavano il lago di Genezaret in piena burrasca: “Non temete, sono io” (1,17).

Il Signore onnipotente è quello stesso Gesù al quale il veggente si era un giorno unito come compagno di viaggio nella fede».Fonte: J. Ratzinger, Introduzione al cristianesimo. Lezioni sul simbolo apostolico. Con un nuovo saggio introduttivo, Queriniana, Brescia 200312 (edizione tedesca originale del 1968).

Spunti di meditazione sulle Letture di domenica 20 gennaio 2019

  1. Dio che accoglie la persona umana come sposo/sposa
  2. Diversi doni nella Chiesa, tutti da Dio e in funzione della sua gloria
  3. Durante le nozze di Cana, Gesù manifesta la sua gloria e i suoi discepoli gli credono

Il contesto nuziale è quello migliore, il più adatto per lasciar rivelare l’amore di Dio per ciascuna persona.

Il matrimonio, quindi, rappresenta un dono (e una responsabilità) straordinaria: rivelare Dio, svelare la sua bontà infinita.