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Storie di giovani testimoni. Giulia Gabrieli

Questa è la storia di Giulia Gabrieli, 14 anni, malata di tumore. Sappiate fin da subito che Giulia ce l’ha fatta. È vero, non è guarita: è morta la sera del 19 agosto, a casa sua, nel quartiere di San Tomaso de’ Calvi, a Bergamo, proprio mentre alla Gmg di Madrid si concludeva la Via Crucis dei giovani.
Eppure ce l’ha fatta. Ha trasformato i suoi due anni di malattia in un inno alla vita, in un crescendo spirituale che l’ha portata a dialogare con la sua morte: «Io ora so che la mia storia può finire solo in due modi: o, grazie a un miracolo, con la completa guarigione, che io chiedo al Signore perché ho tanti progetti da realizzare. E li vorrei realizzare proprio io. Oppure incontro al Signore, che è una bellissima cosa. Sono entrambi due bei finali. L’importante è che, come dice la beata Chiara Luce, sia fatta la volontà di Dio». Giulia era fatta così: diceva queste cose enormi, che a noi adulti tremolanti sembrano impronunciabili, con la lievità dei suoi 14 anni.
Eppure era una ragazza normale. Anzi, rivendicava spesso la sua normalità: era bella, solare, genuinamente teatrale, amava viaggiare, vestirsi bene e adorava lo shopping. Un’esplosione di raffinata vitalità, che la malattia, misteriosamente, non ha stroncato, ma amplificato.

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Andrea Torquato Giovanoli. “Cose che una donna. Prontuario di femminismo medievale”

Ci sono uomini che a dispetto di grandi impegni lavorativi e famigliari sfornano un libro dietro l’altro, e magari hanno pure la ventura di riuscire interessanti: qualcuno li chiama scrittori. Il garbo e la tagliente ironia dell’orafo milanese si riversano stavolta sulla parte rosa del mondo. (di Claudia Cirami)

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Da Giulia Tanel (NuovaBussolaQuotidiana). “Mostrami l’amore”, così si parla di (vera) affettività

Nel nostro contesto ipersessualizzato e pornografico, dove si moltiplicano i corsi che riducono la sessualità a mero “tecnicismo”, è importante formare una cultura affettiva sana che coinvolga i genitori come primi responsabili dell’educazione dei figli. Con questi scopi nascono i cinque sussidi di Mostrami l’amore, rivolti a diverse fasce d’età e intesi a trasmettere tanti insegnamenti oggi ignorati.

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“La famiglia sia libera di scegliere l’istruzione dei figli” (Nuova Bussola Quotidiana)

«I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli» è nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Perché proprio nel Paese con la “Costituzione più bella del mondo” non viene rispettato? Se prendiamo sul serio il motto “prima gli italiani” non discriminiamo quegli italiani che vogliono scegliere per i figli.

In Italia ci vantiamo di vivere in una democrazia che affonda le sue radici nella Resistenza e che è basata su una tra le carte costituzionali più belle, secondo il parere di giuristi insigni. Ma, a 70 anni dall’approvazione della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (ONU, 10 dicembre 1948) come è messo il nostro Paese nella garanzia dei diritti umani?

La Dichiarazione rappresenta un riferimento essenziale per l’educazione interculturale: è costituita da un preambolo e da trenta articoli che fissano valori cardine come l’uguaglianza, la libertà e la dignità di tutti gli uomini, il diritto al lavoro, all’istruzione e l’irrilevanza di distinzioni di razza, colore, religione, sesso, lingua e opinione politica. In questa sede ci soffermiamo sull’art. 26: «I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli». È noto che il documento – pur essendo privo di effetti obbligatori per gli Stati e avendo piuttosto il valore di una “raccomandazione” internazionale – ha comunque ispirato le carte costituzionali di vari Paesi per quanto riguarda il riconoscimento dei diritti inviolabili. Qualora il buon senso non bastasse… 

«Prima gli italiani!», si sente dire oggi. C’è dunque evidentemente una reale determinazione a garantire i diritti dei propri cittadini. Potremmo mai accettare che allievi, docenti e genitori italiani siano gli unici in Europa a dover subire una discriminazione per ragioni economiche? No, mai! L’Italia, del resto, pur essendo entrata a far parte delle Nazioni Unite solo il 14 dicembre 1955 (non era quindi fra i 48 Paesi, su 58 Stati membri, che si dichiararono a favore del documento), poteva già allora vantare un’ampia ricezione del principio di diritto di cui all’art. 30 della Costituzione: «È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli».

«Sono un italiano e ne vado fiero», canta Toto Cotugno. Alle dichiarazioni, però, debbono sempre seguire le azioni, altrimenti esse non soltanto restano lettera morta, ma insinuano anche il dubbio che quel: «siamo italiani!» possa essere inteso nell’accezione di: «siamo parolai!» (alcuni nostri emigrati meridionali se lo sono sentito dire, un tempo, in America… La memoria impedisce il ripetersi della storia più buia: ecco perché è bene studiare). E difatti la lingua italiana ha un peso (forse qui l’affermazione: «Prima gli italiani!» ci vuole proprio…). Sì, le parole hanno un peso, e lo hanno ancor più per un avvocato e per quei ministri che si fanno paladini dei cittadini italiani. Che senso ha riconoscere un diritto, se poi esso non viene garantito o, peggio, viene ostacolato a causa di una delle più gravi discriminazioni economiche permesse dallo Stato italiano? E questo a dispetto delle pari opportunità sancite dall’art. 3 della Costituzione. Quegli allievi, quei genitori e docenti che crescono con la fierezza di essere italiani («Prima gli italiani!») si stanno domandando, dal 1948: «Perché in Europa solo noi siamo discriminati? Potremmo andare a vivere in Francia o in Svezia o in Danimarca (la scelta è ampia: basta escludere la Grecia), così i nostri figli non sarebbero discriminati per ragioni economiche nel loro sacrosanto diritto di istruzione. Però siamo italiani e ne andiamo fieri! Quindi deve esserci un piano B».

L’unica strada da percorrere per uscire dalla situazione appena descritta è quella di riconoscere alla famiglia il suo diritto, ossia quello di educare liberamente i figli. Come? Attraverso il costo standard di sostenibilità, che prevede di fornire alla famiglia una quota (che si colloca sui 5.500 euro annui per studente) da spendere per l’istruzione dei figli. Sarà poi la famiglia stessa a decidere dove spendere tale quota, se in una scuola pubblica statale o in una scuola pubblica paritaria. E il ruolo dello Stato in tutto questo? Sarebbe quello di garante e controllore, non di gestore e controllore… di se stesso! Solo in questo modo il sistema scolastico italiano riuscirà ad emergere da una situazione di costante emergenza. Solo in questo modo la scuola non sarà più considerata un ammortizzatore sociale («Chi non sa che cosa fare va a insegnare»). Le famiglie potranno scegliere, gli allievi avranno garantito un servizio decisamente migliore e non saranno in balia di frequenti cambiamenti di insegnanti; a questi ultimi, poi, sarà possibile scegliere dove esercitare la propria professione, a parità di stipendio, come già avviene nel resto dell’Europa. 

Autore: Anna Monia Alfieri

Fonte: http://www.lanuovabq.it/it/la-famiglia-sia-libera-di-scegliere-listruzione-dei-figli

Tra vizi e virtù. 3. Lussuria e castità

Soprattutto a questo riguardo, mi pare che don Bosco proporrebbe di partire dalla bellezza della virtù della castità e, solo dopo, additare il brutto che si cela dietro al vizio della lussuria.

Ciascuno di noi è un diamante preziosissimo, con sfaccettature diverse, ma tutte bellissime. Non dovremmo aver paura di chiamarci a vicenda e di lasciarci descrivere come “corone regali”, “diademi splendenti”: “Tu sei prezioso ai miei occhi”. Usando un’immagine, Dio ha voluto scendere dalla lontananza delle galassie ed emergere dalle più profonde oscurità del mare, facendosi Dio e uomo in Gesù Cristo, proprio per poterci incontrare e testimoniare con la vita quanto ci tiene a noi. Ancora oggi Gesù stesso non smette di ripeterci: “Tu sei una meraviglia stupenda”.

Il primo passo verso la virtù della castità consiste proprio, allora, nel riconoscere a noi stessi questo valore tanto grande da non poter essere misurato. Veramente, neanche a noi stessi è dato di poterci rendere simili alle cose materiali. Quando le ha create, il buon Dio le ha proclamate “buone”. Ma solo davanti all’uomo e alla donna il Signore è esploso in ammirazione, proclamandoci “molto buoni”.

Dunque, anche la sessualità è dimensione indispensabile della persona umana, non è riducibile ad una cosa materiale che si può mettere, togliere, pulire, sporcare, disprezzare, esaltare dimenticando tutto il resto… e poi provare a fare in modo che tutto torni a risplendere “molto bello” senza un vero cammino, aiutato da qualche persona più avanti nel cammino rispetto a noi.

In realtà, l’uomo e la donna non hanno un corpo e uno spirito, ma sono essi stessi un corpo in cui soffia lo Spirito di Dio. Allora non è preciso dire che noi abbiamo una sessualità; dovremmo piuttosto imparare con il giusto stupore a capire, meditare, pregare, vivere in base al fatto che siamo (anche) la nostra sessualità. Il “molto buono” che si riferisce all’uomo e alla donna, si rivela anche nella sessualità! Proprio perché è creata “molto buona” e allo stesso tempo segnata dalla limitatezza e dal peccato, la sessualità assume una fortissima ambivalenza: ci può far raggiungere le vette più alte del nostro corpo-spirito; al tempo stesso, in quanto attraente, buona e desiderabile, rischia facilmente di essere presa come un assoluto, dimenticando altri aspetti come il dialogo profondo, l’autenticità di relazione, l’ascolto reciproco, la condivisione di progetti anche “a lungo termine”, il rispetto dei tempi e delle modalità dell’altro/a…

Dunque, il cuore di tutto sta nel trattare se stessi e le persone che ci sono care come “tesori preziosi” e non come delle “semplici cose” da affascinare, conquistare, consumare e – sempre più spesso, sempre con maggior facilità – buttar via con rabbia reciproca. Non solo con dei litigi, ma proprio con i pugni chiusi maschili o con le lacrime amare soprattutto femminili che ci dimostrano quanto di noi abbiamo buttato via.

Il secondo passaggio che ci può riavvicinare alla bellezza, allo splendore della castità consiste nel curare le amicizie, le relazioni con gli altri. Anche nella misura in cui riconosciamo noi stessi personalmente preziosi, possiamo guardare gli altri con occhi totalmente diversi. Purtroppo, esiste anche uno sguardo che spoglia l’altro/a. Ci sono, malauguratamente, amicizie e relazioni anche più impegnative che si giocano nello sfruttarsi a vicenda. Gesù ci dice anche oggi: “ogni cosa che avrai fatto al tuo fratello/sorella più piccolo, l’hai fatto a me”. E se il fratello o sorella più bisognosi di amicizia sincera, di affetto maturo, anche di rispetto e non di strumentalizzazione ai miei interessi… fossero proprio le persone che mi stanno accanto, i miei compagni/e di classe, quelli con cui esco il sabato sera?

Andiamo sul difficile. Una volta ho rivolto questa domanda ad un mio amico ingegnere informatico: lo strumento costituito da internet è qualcosa che è stato pensato, costruito, diffuso a favore del bene o per il male? Lui mi ha risposto in modo molto intelligente. Mi ha chiesto se ritenessi che il tritolo o l’energia atomica fossero qualcosa di positivo o negativo. Possono essere utili nelle miniere o uccidere migliaia di persone. Possono produrre energia elettrica per intere regioni o colpire a morte milioni di uomini e donne. Attraverso internet ho riscoperto l’esistenza di un manoscritto antico che anni fa era stato scannerizzato in una biblioteca canadese. C’è invece chi è schiavo di internet, in modo particolare della pornografia contenuta in esso. Chissà se qualcuno pensa mai che le persone che vede attraverso lo schermo sono in realtà uomini e donne con una loro storia e soprattutto che hanno tutti e tutte una grande schiavitù: quella dell’apparire, del guadagno facile. Soprattutto, certamente non sono convinte di essere un diamante prezioso, che va ben al di là della materialità del loro corpo.

Quanto sarebbe bello giungere a guardarci sempre con stupore rinnovato e con senso del mistero. Chi prova a vivere camminando, con l’aiuto di Dio, verso la virtù della castità non può che sentire nel profondo – insieme ad un’immancabile e profonda lacerazione – anche una consapevolezza di una ancora più profonda libertà: quella di non essere schiavi, neppure di se stessi, ma liberi figli di Dio. Parlavo di tentativi, proprio perché tutti, proprio tutti… possono vivere una conversione verso il diamante prezioso. Qualunque sia il nostro passato.

Almeno per qualcuno, viene qui spontaneo pensare alla confessione sacramentale. Che però viene trattata a volte come una macchinetta per bevande o snack: metto la moneta, magari un po’ di pentimento e il diamante si pulisce quasi magicamente. No, non è così. Perché siamo persone libere e la nostra libertà, il nostro saper ragionare, pensare, meditare, contemplare, volere, decidere… è tutto connesso in un dialogo da persone vere con Dio.

Ora si tratta, ancora una volta di mostrare quanto splendida sia la luce; quanto fascino abbia un arcobaleno… insomma – alla don Bosco – la bellezza della virtù. Pensiamo ad un’“acqua di fonte cristallina e pura” (che non vale solo per le ragazze). Contempliamo assieme al poeta totalmente e perdutamente innamorato, il quale bisbiglia alle orecchie dell’amata “Sì, al di là della gente ti cerco. Non nel tuo nome, se lo dicono, non nella tua immagine, se la dipingono. Al di là, più in là, più oltre”. Leggiamo, rileggiamo, meditiamo approfonditamente, regaliamoci qualche bel commento sul libro che, nella storia, è sempre stato considerato come la perla dell’intera Bibbia: il Cantico dei Cantici. Allora scopriremo la differenza tra la virtù della castità e il grande errore della lussuria o, al contrario, della negazione della sessualità (castrazione). La Chiesa non ti propone quest’ultimo errore. In nessun modo.

Forse non lo hai mai considerato, ma anche oggi ci sono testimonianze stupende e sofferte, incomprensibili per la cultura dominante: prova a chiedere ai fidanzati che, spesso compiendo un cammino con un padre/madre spirituale, hanno provato ad arrivare casti al matrimonio. Ora sono sposati, hanno figli e sono felicissimi della loro scelta precedente: ha permesso loro di conoscersi in tante dimensioni più profonde, delicate, non banali o scontate. In una parola, hanno imparato a dialogare accogliendosi l’uno con l’altra. E questo capita anche oggi. Se vuoi, posso farti tanti nomi.

Non so se te ne hanno mai parlato, ma esiste anche una castità nel matrimonio, in cui le coppie sono chiamate ancora e sempre di più a rispettarsi, aspettarsi, ascoltarsi.

Lo Spirito santo, accolto e custodito in tutto il nostro corpo-spirito, ci aiuti ad uscire dalla tentazione dell’egoismo e della chiusura, per giungere a fare in modo che anche la sessualità divenga sempre più uno spiraglio per giungere a Dio donandosi totalmente, rispettosamente, delicatamente…

Infine, un invito a riflettere sul filmato amore senza rimorso: si trova con questo nome su YouTube.

Autore: don Paolo Mojoli

Dal Corriere della Sera. I sogni dei bambini in ospedale realizzati nel ricordo di Giulia

La giovane di Bergamo, scomparsa a 14 anni, ha ispirato la onlus «conGiulia». Il vescovo di Bergamo sta avviando la causa di beatificazione

Voi non conoscete la storia di Giulia. Giulia che crede nei sogni. Giulia che non si lascia mai andare. Giulia che sfida il tumore. Giulia che non ha paura. Giulia che piange da sola. Giulia che si arrabbia con Dio. Giulia che non può fare a meno di Dio. Giulia che crede nella vita. Giulia che commuove i medici. Giulia che incoraggia i genitori. Giulia che immagina il paradiso come nei cartoni animati. Giulia che lancia in aria la parrucca e va incontro alla morte con il sorriso, perché ha due finali da scrivere: uno senza malattia e l’altro con il Signore e comunque vada, dice, sono entrambi bei finali. Ecco, la sua storia, comincia qui. Dal coraggio di vivere. E da un ponfo sulla mano, un piccolo gonfiore che sembra una puntura di tafano. E invece è un rabdomiosarcoma alveolare. Uno spietato killer. Giulia ha appena dodici anni, ha fatto da poco la Cresima, la sua estate al mare è un’estate felice fino al 2 settembre 2009. La diagnosi è un brivido: non sarà una passeggiata, dicono i medici.

Nella casa di Bergamo, un condominio in fondo al sentiero di via Elba, dietro la ferrovia, il papà e la mamma raccontano i primi giorni in ospedale, la chemio e gli esami che non vanno: ci sono porte che a dodici anni si aprono sulla vita, per Giulia si aprono solo dalla parte sbagliata. Sara e Antonio Gabrieli hanno gli occhi umidi, come il giorno in cui lei li ha presi per mano dicendo che se la sarebbe giocata, che non si può passare la giornata a lamentarsi, che «ci sono persone che stanno peggio di noi…». Il tumore non è una cosa alla quale si pensa tutti i giorni, però ci sono i medici, i farmaci, le cure che potrebbero funzionare. E comunque c’è sempre quel Signore lassù, anche lui qualcosa potrebbe fare. «Intanto mi hanno messa in un letto al secondo piano invece che allo zero, ed è già tanto», scrive sul diario. Così è più vicina al cielo.

Nel salotto ci sono foto, libri, ricordi. Come se Giulia non fosse mai andata via. Davide, il fratello gioca alla playstation. La nonna cucina. Sara e Antonio Gabrieli dicono che la figlia ha fatto del quotidiano lo straordinario e ha trasformato lo straordinario in normalità. Oggi testimoniano loro questa forza di vivere: incontri, dibattiti, una onlus, vanno dove c’è bisogno di speranza e di fiducia. «Giulia è una bella pianta che è cresciuta da sola. Noi l’abbiamo lasciata crescere e oggi continuiamo a camminare con lei».

Sul tavolo c’è un pieghevole con l’immagine di Gesù e dentro una preghiera, un ringraziamento a Dio. L’ha finito nel suo letto a casa, poi se n’è andata: era il 19 agosto 2011. Aveva 14 anni e voleva lasciare dei segni forti, accidenti a lei. Ne ha lasciati tanti. Ai medici del reparto di oncoematologia dei Riuniti di Bergamo, per esempio, i supereroi, come li chiamava, che salvano la vita a tutti, anche agli sconosciuti. Era lei a fargli forza contro l’alieno, quando l’insofferenza ai farmaci la faceva stare malissimo.«Voi mi consolate nei momenti più difficili e rimanete con me finché non mi tranquillizzo. Siete grandi». È riuscita persino ad abbracciarli quando dovevano comunicargli che c’era una maledetta recidiva.«Se ce l’ho fatta con la prima chemio posso farcela anche con la seconda…».

Un altro segno lo ha lasciato per i compagni di scuola: non smettere mai di sognare. Lei sognava di diventare medico, di essere utile alle persone che soffrono. Era brava Giulia. Pagella super, gran talento per la scrittura. Il secondo e il terzo anno delle medie li ha fatti con il pigiama addosso. Poi ci sarebbe stato il liceo. Con l’amica Chiara, ovviamente. Dividevano tutto, dall’asilo, alle elementari, alle vacanze. Insieme anche all’esame di terza media. Giulia l’ha strappato alla sofferenza e ai dati clinici. Con la tesina sulla Shoah la commissione si è alzata in piedi : standing ovation.

Ma alla fine il segnale più forte l’ha dato vincendo la paura, facendo coraggio agli altri, ringraziando tutti per quello che ha ricevuto. «Purtroppo non riuscirò a ripagarvi di questo», ha lasciato scritto. Spiazzava i luoghi comuni, sorprendeva sempre. Era felice per una gita a Eurodisney e un viaggio a Medjugorje: evasione e preghiera, senza complessi di colpa. «Manifestava la sua gioia in entrambi i casi con la stessa intensità», ricorda il padre. A Medjugorje c’è tornata una seconda volta: compiva quattordici anni, ma era già adulta.

Non è facile riuscire a dire che il tempo passato in un letto d’ospedale tra siringhe e dolori non è un tempo perduto, sottratto a un’età spensierata. O riempire i momenti di sconforto pensando a chi sta ancora peggio di te, perché non ha una famiglia, non ha amici, non ha nessuno. Giulia ce l’ha fatta. Ha accettato la malattia. Ha cercato risposte logiche, umane. Si è interrogata su Dio. Poi ha fatto squadra con lui e ha concluso, per noi che stiamo da questa parte, che non c’è niente che non valga la pena vivere: anche quando stai male c’è una luce che ti porti dentro. Diceva alla mamma: «Ognuno ha un Dio, c’è un Dio per tutti». Vengono in mente le parole di Dietrich Bonhoeffer, il teologo vittima del nazismo che dialoga con Dio e trasforma la sua fine in un nuovo inizio. «Sono solo ma tu non mi abbandoni… Non capisco le tue vie, ma tu sai qual è la mia strada».

Lei non era teologa, ma al Signore dava lo stesso del tu. In un video che da anni gira anche sulla rete sembra parlare a una platea immaginaria: «Dio è come un padre che ci prende per mano e ci aiuta a superare gli scalini troppo alti». Il papà e la mamma non sanno dove trovasse tanta forza. La fede, certo. Ma a volte non basta. «Giulia aveva una misteriosa forza di attrazione», commenta il vescovo di Bergamo, Francesco Beschi. Proprio lui fra qualche giorno avvierà la causa di beatificazione. In una terra di devozione, di papi e di santi affiora l’idea di un’altra santità, che non è quella del martirio o dell’eccezione. È una santità normale, che passa attraverso una ragazza che nonostante la malattia ha continuato ad essere se stessa e a sognare. Il processo sarà lungo e complesso. Serve l’autorizzazione della Congregazione delle cause dei santi, poi la raccolta delle prove e delle testimonianze. E serve soprattutto un miracolo accertato.

Uno c’è già. In sette anni Giulia è riuscita a far sognare molte persone. A dare speranza, sentimento che in tempi difficili ha ancora più valore. È nata con lei, dalla sua forza di non arrendersi, «conGiulia», una onlus che si rivolge alle scuole e al mondo della sanità per dare spazi di normalità ad altri bambini malati, che vivono per mesi e a volte anni nelle corsie d’ospedale. L’ultimo progetto trasforma il sogno in una fotografia e prima ancora in una rappresentazione scenica. Settimio Benedusi, il fotografo, ha allestito un set nell’ospedale di Bergamo, dove un diario di bordo raccoglie i pensieri di tutti, pazienti, medici e infermieri.

Massimo Provenzi, il direttore del reparto di Oncoematologia, racconta che l’incontro con Giulia l’ha aiutato a migliorare il rapporto medico-paziente: alla cura servono empatia e umanità e quella ragazzina ne aveva da vendere. Grazie a lei è nata anche la scuola estiva per i piccoli degenti. «Aveva questo in testa — ricorda il padre — mi ripeteva sempre: la malattia non va in vacanza, perché la scuola sì?». Se vuoi capire il valore della vita, diceva Gianni Bonadonna, il grande medico dell’Istituto tumori, entra in un reparto di oncologia pediatrica. Lì si misura la forza della speranza, del coraggio e dell’umanità. Da lì sono cresciuti giovani capaci di sognare, come quelli che hanno scritto la canzone «Palle di Natale» e realizzato un fumetto mettendosi nei panni dei supereroi. Da analoghi reparti e dalla Fondazione Magica Cleme, a Milano, sono partiti i ragazzi e le ragazze del Bullone, che hanno realizzato un sogno con un giornale e un laboratorio di moda. E dal letto di un’oncologia pediatrica Giulia ha chiesto agli amici di Bergamo di far vivere i sogni. Come se fossero ancora i suoi. Missione compiuta.

11 marzo 2019 (modifica il 12 marzo 2019 | 18:01)© RIPRODUZIONE RISERVATA

Autore: Giangiacomo Schiavi

Fonte:https://www.corriere.it/buone-notizie/19_marzo_11/i-sogni-bambini-ospedale-realizzati-ricordo-giulia-d33ceb1e-43e4-11e9-bcde-19097826363a.shtml

Formazione per universitari: “verrà a giudicare i vivi e i morti”

Io, Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione, nel regno e nella costanza in Gesù, mi trovavo nell’isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza resa a Gesù. Rapito in estasi, nel giorno del Signore, udii dietro di me una voce potente, come di tromba, che diceva: Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese: a Efeso, a Smirne, a Pèrgamo, a Tiàtira, a Sardi, a Filadèlfia e a Laodicèa. Ora, come mi voltai per vedere chi fosse colui che mi parlava, vidi sette candelabri d’oro e in mezzo ai candelabri c’era uno simile a figlio di uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro. I capelli della testa erano candidi, simili a lana candida, come neve. Aveva gli occhi fiammeggianti come fuoco, i piedi avevano l’aspetto del bronzo splendente purificato nel crogiuolo. La voce era simile al fragore di grandi acque. Nella destra teneva sette stelle, dalla bocca gli usciva una spada affilata a doppio taglio e il suo volto somigliava al sole quando splende in tutta la sua forza. Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la destra, mi disse: Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi. Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle che sono e quelle che accadranno dopo. (Ap 1,9-19)

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  • Necessario liberarsi dai preconcetti pagani di “giudizio”
    • vedi Egizi…
    • vedi il nostro giudicare gli altri
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  • Primo accenno alle basi della fede
    • Trinità
    • Mistero Pasquale
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  • L’occhio di Dio
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  1. In Dio c’è differenza tra giudizio e abbraccio benedicente?
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  • Tra il “Vieni Signore Gesù” e il dies irae
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  • La libertà umana: dono o “fregatura”?
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  • Sperare per tutti?

«Colui che giudica non è qui semplicemente – come ci sarebbe da aspettarsi – Dio, l’Infinito, l’Ignoto, l’Eterno. Egli ha piuttosto affidato il giudizio a uno che, in quanto uomo, è nostro fratello. A giudicarci non sarà un estraneo, bensì colui che già conosciamo tramite la fede. Il giudice non ci verrà incontro come il totalmente Altro, bensì come uno di noi, che conosce l’essere-uomo dal di-dentro e ha sofferto.

In questo modo, però, sul giudizio si trova già l’alba della speranza; non è solo il giorno dell’ira, bensì il ritorno di nostro Signore. Ci si sente richiamati alla grandiosa visione di Cristo con cui inizia la misteriosa rivelazione (Apocalisse 1,9-19): Il veggente cade a terra come morto davanti a questo Essere insignito d’incommensurabile potenza. Ma il Signore stende la mano su di lui e gli dice, come in quel giorno in cui gli apostoli attraversavano il lago di Genezaret in piena burrasca: “Non temete, sono io” (1,17).

Il Signore onnipotente è quello stesso Gesù al quale il veggente si era un giorno unito come compagno di viaggio nella fede».Fonte: J. Ratzinger, Introduzione al cristianesimo. Lezioni sul simbolo apostolico. Con un nuovo saggio introduttivo, Queriniana, Brescia 200312 (edizione tedesca originale del 1968).