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C’è una donna adultera? E l’adultero dov’è?

Dal Vangelo secondo Giovanni (8,1-11)

In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. 
Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. 
Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. 
Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». 

Parola del Signore

  • “tutto il popolo andava da lui” Dov’è la memoria di questo stesso popolo che condannerà Gesù a morte?
  • “questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio” Manca l’uomo adultero nella scena!
  • “per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo” Noi, per quali motivi ci avviciniamo alle persone?
  • “Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra” Gesto profetico? Segno simile a quello dei bambini che giocano con la terra?
  • “si alzò”: Risorse. Mentre da seduto era nel gesto del Maestro; ora si mostra come Signore del cielo e della terra.
  • «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei» Fin troppo facile strumentalizzare questa frase, se isolata da tutto il contesto: ogni peccato, follia e atto di terrore sarebbe ammesso. Ma non è così. Gesù afferma l’unico criterio di autentico giudizio: l’amore, la croce e la risurrezione del Dio Vivente.
  • “se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani” La tradizione sottolinea il motivo della fretta dei più attempati: avevano accumulato un numero maggiore di peccati.
  • “Lo lasciarono solo” Nei racconti dei vangeli capita numerose volte a Gesù di rimanere da solo. E se invocasse proprio la mia, la tua presenza che lo accompagni anche in questi momenti?
  • «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più» L’amore e la gratuità di Gesù non è ingenuità, ma trasformazione di vita per chi ascolta con cuore sincero
  • La controprova dell’episodio e del perdono. Maria, unica creatura senza peccato, certamente non avrebbe gettato il sasso, ma probabilmente avrebbe aiutato la donna nel suo cammino di conversione. Tra donne si può creare una bellissima sintonia nel bene. Ed essere santi e immacolati non significa evitare di sporcarsi con la terra bagnata dalle lacrime di vergogna.

Pastore “indegnamente felice”

Pecorella: Caro pastore, in questi ultimi due giorni (oggi è martedì 19 marzo, san Giuseppe) abbiamo pubblicato ben tre (3) articoli di credenti confusi e smarriti per la situazione della Chiesa e di chi la guida. Un laico, come me, una monaca (che si definisce addirittura “sradicata”), un padre missionario. Tu che sei un consacrato come loro, come ti senti?

Pastore: Felicemente e indegnamente partecipante del dramma di morte e resurrezione di Gesù. Felicemente e indegnamente parte ferita di una Chiesa che gli antichi Padri definivano “casta meretrix”: santa, in Cristo; peccatrice e infedele, nelle sue membra.

Pecorella: Grazie per la tua sincera risposta. In questo stato di “felicità indegna” non avverti un disagio per l’atteggiamento poco coerente con la dottrina della Chiesa da parte di alcuni confratelli e, purtroppo, anche da parte di qualche vescovo?

Pastore: Non solo avverto un disagio, ma una vera e propria ferita tanto personale, quanto dell’intera Famiglia-Chiesa. La ferita non si rimargina, ma si acutizza pensando che non si tratta solo di divergenze teoriche, ma di fatti, di scelte sia personali, sia condizionanti, sia imposte ad altri. Gran parte dei mezzi di comunicazione sociale intervengono poi solo scandalisticamente, cioè versando sale abbondante sulle ferite, ma non provando neppure a capire il cuore del problema.

Pecorella: In modo empatico avvertiamo la tua sofferenza e ci stringiamo a te in un forte abbraccio. Ho una domanda però che mi viene spontanea. Sappiamo, come abbiamo scritto all’inizio, che questa sofferenza non è solo tua. Ma è condivisa? Riesci a parlarne con qualche confratello?

Pastore: C’è qualcuno che nega il problema e continua solo a vivacchiare secondo i canoni prestabiliti, secondo quello che considera un minimo sindacale. C’è chi è semplicemente frastornato. Chi cerca nuove vie, più o meno fortunate e più o meno cattoliche.
Un’occasione preziosissima è lo scambio settimanale sul Vangelo della domenica seguente. Si arriva a condividere molte gioie e difficoltà quotidiane. Magari fosse più facile con tutti…

Pecorella: Nel suo ultimo libro, il cardinal Sarah, scrive anche:
“La Chiesa sta morendo perché i pastori hanno paura di parlare in tutta verità e chiarezza. Abbiamo paura dei media, dell’opinione pubblica, dei nostri fratelli. Il buon pastore dà la vita per le sue pecore
Una domanda difficile: perché la Chiesa ha smesso di essere profetica e sembra smaniare di essere accettata dal mondo? Secondo il tuo parere quale obiettivo si prefigge?

Pastore: C’è sempre stata e ci sarà sempre una abissale differenza tra i veri profeti e i falsi profeti (quelli che agiscono per il proprio comodo, non in nome di Dio). Un pastore non è un mercenario. Un santo ricordava quanti danni può fare un prete ignorante. Non significa far fatica a studiare. Ma si tratta – tecnicamente – dell’ “ignoranza crassa e supina” da parte dei pastori. Ignorano Cristo e non gliene importa nulla. Poi, ai tempi del relativismo, tutto diventa più grave. Certo non dimostrano un animo migliore quelli visceralmente attaccati alle formalità e che non si sono accorti che qualcosa sta cambiando.

Pecorella: Un’ultima domanda. Cosa fai personalmente per essere un “vero profeta”? E cosa fai quando ti accorgi di avere a fianco un “falso profeta”?

Pastore: Non lo so. In ogni caso, io rifiuto a chiare lettere che mi venga detto di essere un “vero profeta”. I veri profeti, prima di tutto nella Bibbia, decantano come il vino attraverso un tempo lungo e una indicibile sofferenza. Pro-feta non significa predire il futuro, ma “parlare a nome di Dio”. Se la vocazione è sempre tanto affascinante quanto scomoda, è in ogni caso iniziativa del buon Dio. La vita quotidiana diventa gioiosamente e al tempo stesso terribilmente lacerante, ma chi può pretendere di parlare, agire, soffrire in nome di Dio se non chi è come scorticato dalla tremebonda certezza che Dio è rifiutato? Che l’Amante non è amato? Che lo Sposo – pur terribilmente fedele al Suo amore – è quotidianamente abbandonato dalla Sposa? Sarebbe profeta solo chi sentisse, al pari della gioia del vangelo, questa insondabile e profondissima sofferenza. 

Due notizie dagli USA e le elezioni italiane. Di Marco Tosatti.

Due notizie dagli Stati Uniti mi hanno fatto pensare alle elezioni di domenica prossima. La prima è di oggi. Il Senato dello Iowa mercoledì ha approvato una misura che proibisce l’aborto nel momento in cui viene rilevato il battito cardiaco del feto. La legge prevede alcune eccezioni in caso di emergenze mediche. La Conferenza Cattolica dello Iowa ha apprezzato “i legislatori per il loro sforzo nel far avanzare la protezione dei bambini non nati”.

La seconda è di qualche giorno fa, ed è molto interessante. Un vescovo, quello di Springfield, Thomas Paprocki, ha emesso un comunicato, in cui annuncia che il senatore Richard Durbin non dovrebbe essere ammesso alla comunione, a causa della sua “ostinata persistenza in un peccato grave manifesto”. Richard Durbin è un senatore democratico, e nel gennaio scorso ha votato contro un progetto di legge che voleva impedire l’aborto dopo la ventesima settimana di gestazione, il “Pain-Capable Unborn Child Protection Act”. Gli Stati Uniti sono fra i sette Paesi al mondo –compresi Cina Popolare e Corea del Nord – che permettono la soppressione di un bambino dopo quel limite.

“Sono completamente d’accordo con S.E. il cardinale Timothy Dolan, che ha definito il fallimento del passaggio al Senato del Pain-Capable Unborn Child Protection Act ‘terribile’. Quattordici senatori cattolici – scrive mons. Paprocki – hanno votato contro la legge che avrebbe proibito gli aborti dopo la ventesima settimana, compreso il sen. Richard Durbin, che abita a Springfield, Illinois”.

Già nell’aprile del 2004, racconta mons. Paprocki, quello che era allora il pastore di Durbin, e ora è vescovo a Orange, in California, aveva detto che avrebbe esitato a dare la comunione al sen. Durbin perché “le sue posizioni pro aborto lo mettevano fuori della comunione o dell’unità con gli insegnamenti della Chiesa sulla vita. Il mio predecessore, l’arcivescovo Lucas di Omaha, disse che avrebbe appoggiato quella decisione. Io ho continuato in quella posizione”.

Il comunicato ricorda il Canone 915 del Codice: “chi ostinatamente persiste in un peccato grave manifesto non deve essere ammesso alla Santa Comunione”. Di conseguenza, scrive mons. Paprocki, “il senatore Durbin non può essere ammesso alla Santa Comunione fino a quando non si penta del suo peccato. Questa misura non è intesa in senso punitivo, ma per portare a un cambiamento di cuore. Il senatore Durbin una volta era pro-life. Prego sinceramente affinché si penta, e torni ad essere pro-life”.

Sto pensando a questo vescovo coraggioso, e ai vescovi nostrani. Indignati se un politico mostra un rosario, e promette sul Vangelo. Ma non indignati perché un politico, che si dichiara cattolico, risolve il problema di lista della più grande pro-abortista della storia italiana (in teoria e in pratica: la famosa foto con la pompa da bicicletta è vera, ed è stata pubblicata su un grande settimanale italiano in quegli anni), che può così allestire una campagna faraonica con soldi giunti dall’estero; e sappiamo da chi. E non indignati se dei cattolici la votano. Per questo non c’è indignazione, perché fa squadra con il partito per cui troppi vescovi, e il vertice della Conferenza Episcopale, hanno mostrato e continuano a mostrare una contiguità imbarazzante, a dispetto delle leggi anti-famiglia e anti-vita approvate.

Avessimo dei Paprocki! Prendetela come un’intenzione (e un consiglio ampio) di voto. Domenica i vescovi non possiamo mandarli a casa. Altri invece sì. E se per caso quelli che spero che vincano ci prenderanno in giro anche loro….beh, almeno ci avremo provato. Noi non avremo da rimproverarci nulla, se non la nostra ingenuità. Altri – vescovi e compagnia cantante e scrivente – forse sì.

Creature e Creatore. 14. Natale in carcere

Le carceri hanno sempre fatto parte del mio “paesaggio”: nelle vicinanze di casa mia, a qualche centinaio di metri dalle mura di cinta della città, sulla strada, oggi molto trafficata, che porta dalla periferia al centro storico. Inevitabile passarci davanti per andare a messa, a scuola, in centro, alla stazione per cui quella strada, nel nostro comune linguaggio, è chiamata “la strada delle carceri” più che con il nome della Santa a cui è dedicata. Quindi, per me luogo normale, attorno al quale non ci avevo davvero mai speso alcun pensiero se non di leggero timore quando, negli anni delle grandi rivolte, lotte e contestazioni, è capitato che i detenuti si abbarbicassero sui tetti dei bracci e lanciassero tegole verso la strada oppure quella volta in cui si è favoleggiato di una rocambolesca fuga attraverso un tunnel scavato sotto il muro di cinta e allo sbocco del quale, nel giardino della villetta adiacente, c’erano le guardie ad attendere i fuggiaschi oppure di impazienza quando dovevo aspettare che la strada venisse liberata dalle auto di scorta nelle occasioni in cui “venivano mossi” ospiti decisamente importanti. Per me era come se tutto finisse con quell’alto muro di cinta su cui vedevo continuamente e con ogni tempo camminare la ronda armata.

Una domenica al termine della celebrazione, il giovane parroco dice che poi (si scusa di non potersi fermare per gli abituali brevi colloqui in quanto) deve scappare in carcere per la messa nel braccio minorile di cui ne è cappellano. In quel periodo, sperando di avere finalmente un po’ di tempo a disposizione, sto cercando un ambito di volontariato nel quale potermi inserire e subito penso che quello, con i giovani così sfortunati, potrebbe essere una buona idea. E così, dopo alcuni incontri di reciproca conoscenza con i responsabili dell’associazione, viene programmato il mio primo ingresso in carcere per la Messa del giorno di Natale, assieme ad altri nuovi aspiranti volontari (i primi ingressi si fanno nelle solennità più importanti perchè presente la quasi totalità degli iscritti, l’occasione è di festa, gli ospiti più ben disposti e quindi l’impatto è “meno duro” per noi new entry). Ci si trova tutti fuori il grande cancello carraio per fare, per ovvi motivi, un’unica entrata. Ci viene chiesto di consegnare i documenti alle guardie della portineria e si aspettano i momenti successivi in uno stretto corridoio chiuso dal portoncino blindato d’ingresso. Prima che venga aperto ogni porta o cancello si deve aspettare che tutti siano passati e che venga chiuso quello alle nostre spalle. E’ proprio come si vede nei film. Si passano corridoi (freddi, per quanto decorati con cartelloni fatti dai prigionieri) e un cortile interno di cemento chiuso da alti muri con finestre chiuse da spesse grate. Suoni metallici di serrature che si aprono, di battenti di ferro che sonoramente si chiudono. Non si vede nessuno. Silenzio; nessun rumore, nessuna voce a parte il leggero vocio dei volontari esperti. In fondo ad un corridoio la giovane univesitaria a cui sono stata affidata mi mostra un grande tabellone e dei lavoretti-decori frutto del lavoro dei ragazzi nei laboratori tenuti, appunto, dall’associazione. Mi dice che non si possono fare progetti impegnativi e continuativi perchè i giovani ruotano spesso e i loro soggiorni talvolta sono anche relativamente brevi. Ma è pur sempre qualche cosa…..Si esce, dopo l’ennesima porta blindata e scatto di serratura, in un cortiletto interno, anch’ esso chiuso su tutti e quattro i lati (il cielo terso e gelido è davvero un quadrato in alto…come nei quadri…come nei film…come nei racconti…) al centro del quale c’è quello che doveva essere un minuscolo prato ma che ora è solo un pavimento duro di terra battuta con una leggera ombra di verde solo lungo i lati e qualche albero spoglio. Sento tutto ancora più triste degli ambienti chiusi che ho attraversato (questo è il primo termine che mi viene, o è meglio grigio, freddo, anonimo carcere?) I ragazzi sono lì in gruppetti che chiacchierano tra di loro e non si scompongono al nostro arrivo. Gran bella accoglienza, davvero! Gli animatori sono un po’ agitati perchè vedono che la palestrina non è stata, come tutte le altre domeniche, sgombrata dai pochi attrezzi e allestita per la celebrazione della Messa. Si scusano con noi nuovi…forse i ragazzi non ne avevano voglia….Il Don organizza tutto velocemente mentre noi veniamo invitati a restare nel cortiletto e a familiarizzare con gli ospiti. Fa freddo, il piumino e i guanti non bastano a scaldarmi. Resto in disparte: mi hanno detto di non chiedere i nomi, la provenienza ed in particolare il reato; di non fornire i miei dati, di stare sul generale. Già, sul generale. Ma cosa chiedo? cosa hanno fatto di bello ieri sera? Guardo quei giovani volti di varie etnie e nazionalità africane ed est europee; una sonora risata e una colorita esclamazione in napoletano mi fanno capire che quello è il gruppetto degli italiani (tra di loro dovrebbe esserci anche quel ragazzo che ha commesso poco addietro un grave delitto di cui tutti i giornali ne avevano parlato. Ma qual’è? nessuno di loro è un mostro a due teste e quattro braccia.) Sono tutti ragazzi normali vestiti in jeans e felpa, che stanno spavaldamente fumando una sigaretta o simulando una lotta o menandosi forti pacche sulle spalle. Noto uno, carnagione slava, isolato dagli altri, con le spalle appoggiate al grigio muro freddo, la testa e gli occhi bassi, visibilmente chiuso in sè stesso e al mondo. Quella solitudine così chiaramente espressa mi sgomenta. Vorrei avvicinarmi…ma ricordo le raccomandazioni: la prima volta mai da sola, sempre con un volontario esperto. E poi, davvero non saprei cosa dirgli e sento tutta la mia impotenza. La Messa inizia con le chitarre dei giovani dell’asssociazione, il Don ce la mette tutta per spiegare a quel gruppetto di musulmani e “senza dio” (ma almeno gli italiani che siano stati battezzati?) il grande mistero d’Amore di quel Dio fattosi bambino e che, come loro, è stato anche in carcere e sa di cosa si parla quando si dice di emarginazione, povertà, guerra, violenza subita; un Dio che ama e che perdona e che guarda al cuore e che è sempre lì per ciascuno di loro e cerca con parole semplici e comprensibili di dare speranza al di là del credo (o non credo) di ciscuno. E’ davvero strana quella Messa di Natale! Il momento delle preghiere è libero e molti ringraziano e pregano per quel nucleo di giovani progionieri; anche qualcuno dei ragazzi detenuti ringrazia ed uno in particolare mi commuove. Il napoletano alle mie spalle si unisce ai canti con bella voce e molto ben intonata: mi giro e gli faccio i complimenti (Ho sbagliato? troppo personale questo approccio?). Allo scambio della pace partecipano tutti, anche quei due africani che erano rimasti fuori della porta spalancata sul cortile. Stringo le mani a questi “delinquenti”: sono mani di adolescenti, o poco più, vive e calde come quelle dei miei figli. Un pensiero mi fulmina l’anima: io, la mia famiglia, noi non abbiamo nessun merito. Anche i miei figli avrebbero potuto in qualsiasi momento deviare, incontrare brutte amicizie, aderite a tentazioni di altre strade e situazioni. Sono stati solo fortunati a non nascere in certe realtà di degrado, a non aver visto e subito violenze, a non…..La Messa finisce e subito inizia il brindisi con panettone e bibite. Una signora volontaria quest’anno ha portato dei pacchi dono: uno per ogni ragazzo con scritto il suo nome sul bigliettino di auguri e dentro una felpa. Tutto per noi così normale! ma decisamente non per loro sia per il dono stesso (se e quando mai hanno ricevuto regali?) e poi il loro nome, proprio il loro…quindi non più anonimi, non più trasparenti, non più nessuno. E’ anche un modo per sentire la famiglia, la mamma vicina, in quel giorno di festa lontani dalle proprie origini e isolati dal resto del mondo. Vedo la loro gioia, si confrontano la taglia, si fanno dei commenti e battute. Ma su tutto non posso non sentire la solitudine, il vuoto, forse anche la disperazione. Quale futuro? quale speranza? Tutta quella situazione mi commuove fino alle lacrime e non riesco a contenere la viva commozione. All’improvviso mi sento mamma di tutti loro quasi che il loro dolore, seppur così ben mascherato in quel festoso momento, fosse il mio, della mia carne. Il mio cuore si dilata in una maternità che li abbraccia uno ad uno nella loro difficile e abbandonata adolescenza, li unisce ai miei due figli e non vedo più alcuna differenza tra loro e i figli del mio cuore.

 

La Diocesi di Firenze vende il terreno per la moschea. La Croce Rossa toglie le croci

La diocesi di Firenze ha venduto il terreno per la costruzione di una moschea. Ecco la notizia di agenzia: “(ANSA) – FIRENZE, 14 DIC – Una nuova moschea nascerà su un terreno nel comune di Sesto Fiorentino (Firenze), attualmente di proprietà della curia di Firenze. La notizia, anticipata oggi dal quotidiano La Nazione, è confermata da una nota congiunta di Comune di Sesto, Arcidiocesi di Firenze, Università di Firenze e Associazione per la Moschea di Firenze. L’operazione potrebbe dunque rappresentare una soluzione all’annosa questione della ricerca di un terreno su cui far sorgere il luogo di culto islamico, risoltasi per ora negativamente quanto a disponibilità di siti nel territorio comunale di Firenze. Un protocollo d’intesa che sarà firmato venerdì prevede che l’Arcidiocesi, ceda a titolo oneroso la proprietà dell’area alla Comunità musulmana della provincia di Firenze affinché possa realizzarvi una moschea e un centro culturale islamico. Contestualmente l’Arcidiocesi otterrà, a titolo oneroso, un altro terreno di proprietà dell’Università nell’area del Polo scientifico di Sesto sul quale realizzare un centro religioso”. Ci sembra che questa notizia possa affiancarsi senza difficoltà alla decisione della Croce Rossa di togliere i crocefissi dalle loro sedi, per non urtare sensibilità religiose diverse. In Belgio molti volontari si sono opposti. Trovo difficile non concordare con il ministro degli Affari Esteri ungherese: Péter Szijjártó: “Questi provvedimenti devono essere considerati come dei tentativi di sbarazzarsi della civiltà e della cultura del continente”.

 

 

Fonte:

https://www.marcotosatti.com/2017/12/16/bestiario-avvenire-dat-e-migranti-james-martin-e-guadalupe-che-si-insegna-al-catechismo-a-l-e-lignoranza-dei-vertici-della-chiesa-la-moschea-a-firenze-grazie-diocesi-la-croce-rossa-to/

Massacro di sufi nel Sinai, il venerdì nero dell’Egitto

Per l’Egitto ieri è stato il venerdì nero. Realmente nero. Non un giorno di preghiera, come da religione islamica, neppure un’occasione di sconti e acquisti all’ingrosso, come in Occidente. E’ stato un giorno di massacro: gli jihadisti hanno colpito i musulmani sufi in preghiera nella moschea di al Rawda, nella città di Bir al Abed, nella penisola del Sinai. Secondo un bilancio ancora provvisorio, i morti sono 235.

Secondo una prima ricostruzione degli avvenimenti, i terroristi sono giunti a bordo di fuori strada nel momento della preghiera del venerdì. Dopo aver lanciato granate sulla folla dei fedeli, hanno iniziato a sparare con i mitra contro tutti quelli che cercavano di fuggire. Poi hanno sparato anche contro i primi soccorsi medici in arrivo. Hanno anche dato fuoco ai veicoli parcheggiati di fronte alla moschea per impedire la fuga dei fedeli e per aumentare il livello di panico. Una strage. I 235 morti, ancora secondo un bilancio provvisorio, possono aumentare di ora in ora. La massa dei feriti ha intasato gli ospedali della zona. Si tratta già dell’attentato più sanguinoso della storia recente egiziana.

Il presidente Al Sisi ha dichiarato che la risposta sarà effettuata con “forza bruta” da parte dell’esercito. Secondo notizie non ancora confermate, vi sarebbero già state nel pomeriggio di ieri, le prime incursioni aeree contro basi individuate dello Stato Islamico nel Sinai, sulle montagne attorno a Bir al Abed. Al Sisi ha anche proclamato tre giorni di lutto nazionale. L’attentato, comunque, mostra quanto ci sia ancora da combattere per il controllo del Sinai, nonostante quattro anni di intensa attività contro-insurrezionale da parte del governo.

Non è ancora arrivata alcuna rivendicazione da parte dei terroristi. Non si sa ancora con certezza chi possa aver commesso un attacco così spietato, anche se i sospetti portano tutti allo Stato Islamico, che nel Sinai sta pazientemente costruendo la sua roccaforte. Il bersaglio può essere indicativo per capire il movente, se non altro. Finora la branca egiziana dell’Isis aveva attaccato soprattutto forze di sicurezza, esercito e chiese cristiane. Nell’ultima azione da loro rivendicata, a settembre, nei pressi di El Arish, gli jihadisti avevano attaccato un convoglio della polizia, uccidendo 18 agenti. Sempre dello Stato Islamico è la rivendicazione dell’attentato al volo charter dei russi, decollato da Sharm el Sheik, distrutto in volo da una bomba a bordo il 31 ottobre 2015 (224 morti, tutti i passeggeri e l’equipaggio).

Questo sarebbe dunque il primo attacco massiccio del movimento terrorista contro fedeli musulmani in preghiera. Ma i sufi, che praticano un islam mistico, sono nel mirino dello Stato Islamico, che li considera degli “eretici”. Già nel dicembre del 2016, lo Stato Islamico aveva rapito e decapitato due anziani religiosi sufi, nel Sinai. In quella occasione, nel loro video di propaganda, gli jihadisti avevano intimato i sufi a “pentirsi”, pena la morte. Potrebbe anche esserci una componente etnica, nel movente. L’attentato viene letto da alcuni osservatori, come una punizione contro il clan beduino dei Sawarka, schierato al fianco dell’esercito e disponibile a collaborare per l’individuazione dei jihadisti. Questo rafforzerebbe la tesi che a colpire può essere stato veramente lo Stato Islamico. Anche se si attende una rivendicazione, prima di darlo per certo.

Libro della settimana. Simona Atzori, “dopo di te”

“Ora so che posso volare anche da sola. Grazie a te, mamma” (S. Atzori)

 

Le emozioni intime della ballerina, pittrice e scrittrice nata senza braccia riguardo la perdita della madre, in un libro delicato e forte

“Cosa ne sarà di mio figlio dopo di me? Chi lo proteggerà? Chi lo aiuterà?” Queste sono le domande che rappresentano la preoccupazione più grande di molti genitori, soprattutto nel caso in cui i figli abbiano delle disabilità. Un po’ la sensazione e quell’istinto innato di protezione, un po’ perché in Italia sono ancora insufficienti le leggi che si occupano di risolvere in modo definitivo la questione del “dopo di noi”.

Questi interrogativi possono trovare una risposta nelle parole di Simona Atzori: ballerina, pittrice e scrittrice, nata senza braccia che decide di dedicare la sua seconda opera letteraria (la prima nel 2011 Cosa ti manca per essere felice?) alla sorella Gioia, al padre e alla madre Tonina, rivolgendosi direttamente a quest’ultima.

“Dopo di te -Ora so che posso volare anche da sola. Grazie a te, mamma-” è il titolo del libro, un diario intimo  e toccante in cui Simona ripercorre l’ultimo periodo di vita di sua madre, dall’inizio della malattia fino al suo ultimo respiro, svelandole preoccupazioni e sentimenti che in quel periodo provava silenziosamente e che faticava ad esprimere. Mentre soffriva per la madre, contemporaneamente emergeva in Simona la consapevolezza che la sua vita sarebbe cambiata.

Ti ricordi mamma quando il giorno della mia nascita hai avuto la sensazione che l’ospedale e tutta Milano ti crollassero addosso? Trentotto anni dopo, nello stesso mese di giugno avevo l’impressione di sentirmi così. La differenza era che, se la tua sensazione arrivava in coincidenza con un inizio – che tu, grazie a Dio, hai saputo trasformare in luce e speranza di vita vera-, la mia sapeva di buio, di disperazione, di fine.”

In “Dopo di te” Simona racconta passo per passo come è riuscita a maturare ed accettare questa consapevolezza. La iniziò a sentire dentro di sé, le sarebbe mancato quel sostegno che sempre l’aveva sorretta e che l’aveva aiutata ad affrontare con grinta le sfide della vita. Una donna forte quella che descrive Simona, un pilastro della famiglia, fino a  quando la malattia portò  a cambiare le dinamiche all’interno della loro famiglia: i ruoli si stavano capovolgendo, era Tonina che avrebbe avuto bisogno del loro sostegno:
“Una parte di noi avrebbe voluto chiamare la mamma, come sempre da piccole nei momenti critici, ma ora eravamo noi chiamate a proteggere lei, la donna che ci aveva sempre protetto. In qualche modo eravamo diventate noi la sua mamma, ed era giusto così. Sapevamo che anche papà avrebbe avuto bisogno del nostro aiuto, di essere accompagnato per mano e con delicatezza, in questo nuovo percorso. Sapevamo che avremmo dovuto proteggere anche lui. (…)Avrei voluto essere più forte, ma non ce l’ho fatta. Per la prima volta avevo la sensazione che anche tu fossi fragile. Riuscivo a pensare solo che anche le leonesse cadono, benché tu non fossi ancora caduta- e, per la verità, non sei mai caduta. Ero io: io stavo cadendo. Io ero inciampata e temevo che non sarei riuscita a tenermi in piedi.

Un rapporto speciale come quello che spesso si instaura tra una madre e una figlia ma che nel caso di Simona e la madre si è sempre contraddistinto dal fatto che Tonina, come ha dichiarato Simona, fungeva da braccia alla figlia, sostenendo anche le sue scelte artistiche: l’accompagnava durante le esibizioni e nei numerosi viaggi in giro per l’Italia.
Così Simona racconta i primi suoi timori, come quella volta in cui doveva andare a Roma a ballare per il concerto per il Papa, pensando che sarebbe stata accompagnata, come per tutti gli spettacoli precedenti, dalla madre. Questa volta Tonina a causa del suo malessere non poteva andare. Simona  inizialmente decise di non partire ma la madre “si arrabbiò”, mai avrebbe permesso che sua figlia rinunciasse allo spettacolo. Simona quindì partì e  durante il viaggio in treno, in direzione Roma, la ballerina capì che “il dopo di te, in un certo senso era già cominciato”.

E’ la storia di una famiglia normale, di una madre che ha raccolto tutte le sfide della vita, superandole anche con ironia. Una madre che alle figlie ha voluto dare tutti gli strumenti per poter vivere serenamente. Ed in particolare a Simona, ha voluto far comprendere la vita, da un lato diventando le sue braccia, dall’altro aprendole tutte le possibilità per riuscire ad essere serena con ciò che ha, concentrandosi sempre su ciò che può fare e non su ciò che non può fare, con coraggio (quante volte se lo sono sentite dire!)  e umiltà, un sentimento che Simona ha imparato a scoprire ed a comprendere grazie alla madre.

“Ecco cosa mi era mancato. L’umiltà di accettare i cambiamenti, di perdonarmi se non ce la facevo, di smettere d’insistere quando era troppo. Volevo così tanto farcela da sola che stavo rischiando di smarrirmi, di non riuscire ad accettare fino in fondo gli enormi cambiamenti che mi erano capitati; è stata la sfida maggiore di quel periodo: accogliere il cambiamento con coraggio.(…)Dovevo farmi forza, raccogliere la signora Umiltà nella mia vita e farla accomodare nel posto d’onore della mia casa. Avrei dovuto guardala negli occhi ogni volta che stavo male, ogni volta che piangevo, ogni volta che chiedevo a Dio il perché di tutto questo. L’ho fatto. Lei mi è sempre stata accanto per ricordarmi, con pazienza, che potevo farcela. Potevo smetterla di lottare e accettare il cambiamento.”

Simona non si è abituata all’assenza della madre ma sa che, come ha fatto in questo libro, può trovare il modo di comunicare con lei, magari attraverso l’arte, in un quadro o ballando, come piaceva tanto a Tonina.

 

Fonte: https://www.disabili.com/aiuto/articoli-qaiutoq/simona-atzori-racconta-il-suo-dopo-di-te-alla-madre