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Domanda aperta: Se, da parte dei genitori, sia necessario spiegare sempre i sì e i no che si dicono ai figli

Tesi: È sempre necessario che le domande o le provocazioni dei figli trovino delle risposte almeno all’interno di noi; l’arte di essere figli consiste nel mettere in discussione la profondità vitale dei genitori; l’arte dei genitori consiste nel lasciarsi mettere in discussione dal proprio partner e dai propri figli.

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No alla senatrice Cirinnà: è invece possibile tornare ad essere papà e mamma?

Dice Monica Cirinnà: “Odioso provvedimento quello della reintroduzione dei termini madre e padre nei documenti dei minori”.

La dicitura “genitore 1” e “genitore 2” sarebbe più rispettosa delle “famiglie arcobaleno”, dove si scambia la fantasia per irresponsabilità.

Qualcuno potrebbe dire che non esiste la famiglia perfetta, quella del “Mulino Bianco”.

Ma esistono famiglie felici nella normalità, giustizia, libertà e fantasia responsabile.

 

Perché un difetto (in fondo, il peccato) deve essere non solo tutelato e garantito, ma anche obbligato dalla legge?

 

don Paolo Mojoli

 

 

Gianfranco Vanzini. Il lavoro femminile e la conciliazione fra lavoro in casa e fuori casa

Agosto 2002. Pochi giorni prima di lasciare il mio incarico di Direttore Generale presso una importante azienda di abbigliamento, oltre  1.000 dipendenti di cui due terzi donne, una giovane madre, al momento dei saluti, mi ha inviato una e-mail che fra le altre cose diceva:” ………la ringrazio enormemente per quello che ha fatto per noi donne e soprattutto noi mamme,  per averci dato la possibilità di continuare a sentirci realizzate come persone che lavorano e che operano all’interno della società  e che, allo stesso tempo, si prendono cura dei propri figli e della propria famiglia…………….” 

Era una mamma che lavorava con un contratto di lavoro “ part-time.”

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MI chiamo Chiara…

Mi chiamo Chiara sono cresciuta in una famiglia cristiana che sin da bambina mi ha insegnato ad avvicinarmi alla fede.
Quando avevo 5 anni mia madre cominciò a frequentare una comunità del Rinnovamento dello Spirito e così anche io e mia sorella cominciammo questo percorso di fede che ci ha accompagnato nella crescita e mi ha insegnato a pregare e a rivolgermi in maniera semplice a Gesù come ad un amico a cui raccontare le mie difficoltà e i miei dubbi, ma soprattutto mi ha insegnato a condividere la fede con i fratelli che camminavano con me.

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Da Costanza Miriano. L’attacco al padre è un attacco alla paternità di Dio

Nei giorni scorsi, quelli successivi alla manifestazione contro la violenza sulle donne, si sono succedute alcune voci che secondo me meritano una reazione seria. Sentendo la Finocchiaro declamare (a dei bambini, peraltro) da Rai 3 che gli uomini sono tutti dei pezzi di m…, o la Murgia dire che nascere maschio in un sistema patriarcale è come essere figlio di un mafioso, anche io ho pensato che non fossero degne di attenzione o, che, come ha scritto qualche illustre pensatore sui social, mettersi a rispondere a questo livello è come fare a gara di rutti. Si potrebbe replicare con affermazioni dello stesso spessore speculativo, tipo che le sarde sono tutte basse e brutte (e pazienza che ne conosco di bellissime, come Silvia e Annamaria – scusa Elisabetta Canalis, ho le mie preferenze – ma l’ideologia non considera i fatti, sennò magari è costretta a cambiare). Si potrebbe scherzare come il mitico Lercio (“Partorisce un maschio: Murgia arrestata per associazione mafiosa”), che comunque fa molto più ridere della Finocchiaro.

Eppure la questione è un po’ più seria di così. Mi piacerebbe moltissimo che la Finocchiaro e la Murgia, soprattutto, argomentassero con qualche fatto: dove sarebbe questa società patriarcale? Non vedo tracce di patriarcato in Italia, ma io direi neanche in Europa, il continente senza padri – letteralmente, visto che di figli non se ne fanno più; senza padri anche culturalmente – è dal ’68 che si inneggia a una società senza padri, persino la psicanalisi, con Lacan, ne prende atto: l’Europa delle quote azzurre (in Norvegia), dei congedi obbligatori di paternità (in Svezia), l’Europa dove le donne abortiscono a milioni senza che i padri possano dire una sillaba, l’Italia dove le mie amiche – non so quelle della tv delle ragazze – vorrebbero più figli e più tempo per stare con loro, e più sono giovani meno capiscono simili questioni da vecchie babbione. Loro, le ragazzine di oggi, i loro coetanei se li mangiano a colazione, hanno le stesse possibilità di lavoro e di carriera, sono più brave a scuola, vivono la loro sessualità con tutta la libertà del mondo, ricevono istruzioni per i contraccettivi dalla scuola media, a volte prima della pubertà. Abbiamo un problema di paternità anche nella Chiesa, con pastori che si vergognano di ciò che sono, e invitano a non fare il presepe per rispetto degli altri, stravolgono il credo, insegnano nei seminari che la Madonna non era vergine e che quello che Gesù ha detto non era tanto certo perché non c’era il registratore, raccomandano l’uso della contraccezione.

Il problema però è che per un vecchio corto circuito del solito piccolo circoletto pseudo intellettuale, sono chiamati a parlare in tv, a scrivere editoriali sui giornaloni, sempre i soliti esponenti di una sola cultura, che si è conquistata un posto egemonico col ’68 e non lo ha più lasciato, e pazienza il crollo degli ascolti, pazienza le copie sempre più esigue di libri e giornali, pazienza se la realtà dice altro, pazienza se non rappresentano più nessuno. Pazienza anche se il voto ha recentemente giudicato con estrema severità un partito liquido e femminilizzato che ha fatto delle unioni civili il suo gonfalone, appuntandosi poi come medaglia sul petto le Dat, cioè il suicidio, quando un uomo vero di fronte al dolore non scappa ma lo affronta virilmente.

La realtà, al contrario di quello che declama il solito gruppetto di intellettuali, è che viviamo in una società senza maschi e senza padri, la realtà è che nelle relazioni personali normali il potere, come è sempre stato e sempre sarà, è delle donne, che possono usarlo o per rendere gli uomini più virili e padri, o per manipolarli, esattamente come gli uomini che non sanno amare possono usare la forza e la violenza, che è il loro modo di esprimere il loro limite. Oggi solo l’ideologia può negare che l’emancipazione delle donne sia definitivamente compiuta: non so a Cabras, ma a Perugia già trenta anni fa una ragazzina normale come me, figlia di una mamma a tempo pieno, alla fine del liceo poteva andare a New York senza genitori, pensare il suo futuro senza contemplare la famiglia e i figli (per fortuna poi non è andata così) e immaginare di misurarsi in qualsiasi campo del sapere, senza avere mai subito nessuna sorta di discriminazioni, esercitando la sua facoltà di andarsene quando intuiva che una relazione poteva essere in qualche modo malata o pericolosa.

Oggi a essere sotto attacco è invece l’uomo, maschio, eterosessuale, bianco, euroatlantico. È lui il colpevole di tutto, quando invece avremmo così bisogno che tornasse a esercitare la sua paternità su figli sempre più fuori controllo a scuola e fuori, incapaci di concentrarsi e di rispettare la pur minima regola. E avremmo bisogno anche di professori con gli attributi, che non patteggiano compiti e interrogazioni con i ragazzi, che non contrattano voti, ma professori come quelli della generazione precedente, talmente autorevoli che bastava una loro occhiata a precipitare nel silenzio la classe, a costringere a ore e ore di studio. Ho sentito un professore universitario americano auspicare di poter assumere per una cattedra una donna, di colore, lesbica, così “con una ho soddisfatto tre minoranze, e gli altri li posso scegliere in base al merito”.

Io lo so, perché i figli che studiano ce li ho, e posso dire che il livello che è oggi loro richiesto è figlio di un appiattimento verso il basso che viene proprio dalla rinuncia dell’esercizio dell’autorevolezza, che non è stata affatto sostituita da una capacità di far innamorare del sapere o di trovare se stessi, ma semplicemente da una grande cialtroneria.

È evidente oggi che c’è un pregiudizio negativo nei confronti dei padri, che io invece vedo presenti come non mai, e molto, molto più dei loro padri: una vicinanza emotiva che ha fatto sicuramente perdere qualcosa in capacità normativa, con la complicità di madri dilaganti e poco inclini a dare ai padri il giusto spazio (non sono una sociologa ma ho una larga esperienza di mamma con figli con amichetti, e di sicuro ho più titolo a parlare di di certe maitre a penser che non frequentano asili e scuole e licei).

Il bersaglio ultimo, a livello macroculturale, è l’autorità paterna come matrice della realtà, quindi il Padre, quindi Dio.

Papa Francesco. Catechesi sui Comandamenti: Onora tuo padre e tua madre

Le nostre ferite iniziano ad essere delle potenzialità quando per grazia scopriamo che il vero enigma non è più “perché?”, ma “per chi?”, per chi mi è successo questo. In vista di quale opera Dio mi ha forgiato attraverso la mia storia? Qui tutto si rovescia, tutto diventa prezioso, tutto diventa costruttivo.

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Costanza Miriano: La felicità delle donne, più forte delle bugie

Al Corriere della sera sono volute 1500 interviste a italiani dai 18 ai 75 anni per scoprire l’acqua calda: “la donna è soddisfatta se ha figli”. E’ questo il primo risultato del lavoro dell’ufficio ricerche del Corriere della sera/ 27Ora che si concluderà a settembre con l’evento il Tempo delle donne, quest’anno dedicato alla felicità. Per me, personalmente, la notizia non è questa: sono certa del fatto che ogni persona trova la sua vita quando la dà, la donna in un modo speciale, rispetto all’uomo, totalmente costitutivo di se stessa.

Lo so perché lo so per me, e lo so perché ho incontrato ormai un’infinità di donne in tutta Italia, e con tante ci siamo aperte il cuore a vicenda. Per me dunque la notizia non è questa, ma il fatto che le donne nonostante decenni di propaganda in senso contrario continuino a riconoscere la propria verità, e che lo dica addirittura il Corriere, ormai fanzine di un certo femminismo militante lgbt (quello che non trova offensivo per le donne l’utero in affitto).

Eppure il femminismo in un certo senso era partito bene. Aveva dato voce al sacrosanto desiderio femminile di libertà – la donna più dell’uomo è insofferente e ribelle alle regole, perché le regole incasellano la vita, e invece la vita che le donne maneggiano con più passione degli uomini, è eccezione, perché è unica -; aveva soprattutto dato voce al desiderio di ogni donna di essere guardata, riconosciuta, valorizzata. Il problema è che la terapia è stata sbagliata, perché sbagliata è stata la diagnosi. Non è che gli uomini siano cattivi, e le donne vittime della loro prepotenza. È che uomini e donne sono entrambi feriti dal peccato, allo stesso modo, e imparare ad amare, per entrambi, è un lungo cammino di conversione irto di ostacoli. Rifiutare la femminilità per cercare di ribellarsi all’oppressione maschile è una bugia talmente grossa che non trovo le parole. Eppure continuo a cercarle, perché nel frattempo le donne occidentali se la sono bevuta. Hanno smesso di fare figli, comunque li fanno sempre più tardi e meno di quanti ne desidererebbero, e scoprono la verità – “sono felici se hanno figli” – solo se fortunate, nonostante siano spinte in senso contrario in tutti i modi, e sin da quando sono piccole. Devono percorrere uno slalom tra gli ostacoli – contraccezione, liberazione sessuale, uomini sempre meno disponibili a fare i padri, obbligo sociale di affermarsi e realizzarsi prima di ogni altra cosa – e se ce la fanno alla fine approdano a quello che le nostre nonne sapevano già.

Certo, a volte il destino era subito passivamente, e io ringrazio le donne che mi hanno aiutata a pensare la mia vita come una libera scelta e non come una condanna. Ma non le ringrazio per tutte le bugie che mi hanno detto, prima di tutto perché hanno parlato del diritto a uccidere i nostri bambini come di una conquista. Chissà, magari qualcuna di loro oggi, da vecchia, sta facendo un bilancio della sua vita. Le più coraggiose avranno il coraggio di ammettere che hanno sbagliato tutto, ma sono pochissime, pochissime eccezioni. Per la maggior parte delle persone ammettere di avere sbagliato tutto nella vita è troppo doloroso. Meglio continuare a difendere l’errore piuttosto che ammettere di avere sbagliato. Meglio dare la colpa alla società patriarcale che dire “sono stata una deficiente, non ho avuto figli, ho abortito, mi sono persa in relazioni che avrebbero potuto essere diverse”. È difficile ammetterlo.

Eppure io l’ho vista Emma Bonino con gli occhi lucidi mentre parlava con la mia caporedattore, prima di una trasmissione, e raccontava di quando aveva avuto, se ricordo bene per un breve periodo, due bambine in affido. Erano passati tanti anni, e ancora si commuoveva a parlarne. Chissà cosa le aveva toccato il cuore in quel periodo di maternità, seppur non biologica, qualcosa di così struggente, seppur durato poco, che ancora la faceva piangere a distanza di anni. Chissà quali bugie si deve raccontare quella donna per non pensare che è responsabile della morte di milioni di bambini, il grande genocidio italiano, solo una parte del più grande genocidio mondiale (a quando un giorno della memoria?). Avevo una collega a cui se dicevo una cosa del genere mi tirava le cassette… eppure io sapevo che quella rabbia nascondeva il dolore di essere stata fregata da una colossale bugia. Meglio arrabbiarsi con me che pensare di avere sprecato la propria vita mancando il bersaglio della felicità.

Il punto è sempre quello: credere che chi ci ha creati ci ama più di quanto noi amiamo noi stessi, e la chiamata a dare la vita – l’albero della vita nel Giardino dell’Eden – è a nostra disposizione per la nostra felicità, non è una trappola per fregarci, come sostiene il serpente, che ci ha convinti a tenerci stretta la nostra vita, a non darla a nessuno, per lasciarci poi con un pugno di nulla nelle mani chiuse.

Due notizie dagli USA e le elezioni italiane. Di Marco Tosatti.

Due notizie dagli Stati Uniti mi hanno fatto pensare alle elezioni di domenica prossima. La prima è di oggi. Il Senato dello Iowa mercoledì ha approvato una misura che proibisce l’aborto nel momento in cui viene rilevato il battito cardiaco del feto. La legge prevede alcune eccezioni in caso di emergenze mediche. La Conferenza Cattolica dello Iowa ha apprezzato “i legislatori per il loro sforzo nel far avanzare la protezione dei bambini non nati”.

La seconda è di qualche giorno fa, ed è molto interessante. Un vescovo, quello di Springfield, Thomas Paprocki, ha emesso un comunicato, in cui annuncia che il senatore Richard Durbin non dovrebbe essere ammesso alla comunione, a causa della sua “ostinata persistenza in un peccato grave manifesto”. Richard Durbin è un senatore democratico, e nel gennaio scorso ha votato contro un progetto di legge che voleva impedire l’aborto dopo la ventesima settimana di gestazione, il “Pain-Capable Unborn Child Protection Act”. Gli Stati Uniti sono fra i sette Paesi al mondo –compresi Cina Popolare e Corea del Nord – che permettono la soppressione di un bambino dopo quel limite.

“Sono completamente d’accordo con S.E. il cardinale Timothy Dolan, che ha definito il fallimento del passaggio al Senato del Pain-Capable Unborn Child Protection Act ‘terribile’. Quattordici senatori cattolici – scrive mons. Paprocki – hanno votato contro la legge che avrebbe proibito gli aborti dopo la ventesima settimana, compreso il sen. Richard Durbin, che abita a Springfield, Illinois”.

Già nell’aprile del 2004, racconta mons. Paprocki, quello che era allora il pastore di Durbin, e ora è vescovo a Orange, in California, aveva detto che avrebbe esitato a dare la comunione al sen. Durbin perché “le sue posizioni pro aborto lo mettevano fuori della comunione o dell’unità con gli insegnamenti della Chiesa sulla vita. Il mio predecessore, l’arcivescovo Lucas di Omaha, disse che avrebbe appoggiato quella decisione. Io ho continuato in quella posizione”.

Il comunicato ricorda il Canone 915 del Codice: “chi ostinatamente persiste in un peccato grave manifesto non deve essere ammesso alla Santa Comunione”. Di conseguenza, scrive mons. Paprocki, “il senatore Durbin non può essere ammesso alla Santa Comunione fino a quando non si penta del suo peccato. Questa misura non è intesa in senso punitivo, ma per portare a un cambiamento di cuore. Il senatore Durbin una volta era pro-life. Prego sinceramente affinché si penta, e torni ad essere pro-life”.

Sto pensando a questo vescovo coraggioso, e ai vescovi nostrani. Indignati se un politico mostra un rosario, e promette sul Vangelo. Ma non indignati perché un politico, che si dichiara cattolico, risolve il problema di lista della più grande pro-abortista della storia italiana (in teoria e in pratica: la famosa foto con la pompa da bicicletta è vera, ed è stata pubblicata su un grande settimanale italiano in quegli anni), che può così allestire una campagna faraonica con soldi giunti dall’estero; e sappiamo da chi. E non indignati se dei cattolici la votano. Per questo non c’è indignazione, perché fa squadra con il partito per cui troppi vescovi, e il vertice della Conferenza Episcopale, hanno mostrato e continuano a mostrare una contiguità imbarazzante, a dispetto delle leggi anti-famiglia e anti-vita approvate.

Avessimo dei Paprocki! Prendetela come un’intenzione (e un consiglio ampio) di voto. Domenica i vescovi non possiamo mandarli a casa. Altri invece sì. E se per caso quelli che spero che vincano ci prenderanno in giro anche loro….beh, almeno ci avremo provato. Noi non avremo da rimproverarci nulla, se non la nostra ingenuità. Altri – vescovi e compagnia cantante e scrivente – forse sì.