Da Avvenire. Titti che sarà fuori per Natale: «In cella è nata un’altra donna»

C’è un albero di Natale all’ingresso della casa circondariale “Panzera” di Reggio Calabria, dove centinaia di uomini e di donne che hanno sbagliato stanno scontando la loro pena.
L’abete ci accoglie appena varcato il portone dell’istituto di pena, insieme alla direttrice del carcere Maria Carmela Longo. «Questo è il quindicesimo Natale che trascorro in questo Istituto penitenziario – spiega – ed è sempre un momento di grande fede e partecipazione da parte di tutti i detenuti». Il Natale è un tempo che «induce a riflettere sul proprio vissuto e a volgere lo sguardo oltre il presente». D’altronde questa è la funzione del carcere: «Una volta usciti, si deve avere la possibilità concreta di essere persone diverse rispetto a quella che si era al momento dell’ingresso».
Accanto alla direttrice c’è monsignor D’Anna – per tutti don Giacomo – storico cappellano della casa circondariale reggina dal 2004 al 2018: proprio all’inizio di questo mese e dopo ben 14 anni di servizio ha passato il testimone a padre Carlo Cuccomarino Protopapa. «In questo luogo si vive l’umanità: si tocca con mano ciò che si è veramente, senza finzioni o “coreografie”. L’uomo nudo, come Gesù nella mangiatoia, che si presenta con i suoi limiti, le fragilità, i peccati e gli errori», dice monsignor D’Anna spiegando anche lo stile della pastorale carceraria.
«Un cappellano “si pone accanto”: nessuna lezione, nessuna soluzione per i detenuti. Ci siamo messi in cammino sulla via della redenzione: riscatto e conversione sono le parole-chiave per condurre ogni uomo o donna recluso a recuperare la sua dignità». Una sfida tutt’altro che semplice per la natura stessa del carcere reggino: «In questa casa circondariale, che per tanti rappresenta la “prima accoglienza” subito dopo l’arresto, sono transitati negli anni del mio ministero migliaia di fratelli e sorelle. Quelle prime ore e quei primi giorni sono tra i più concitati: si inizia a fare i conti con i crimini di cui si è accusati, ma anche con i primi passi in una realtà spesso sconosciuta come la detenzione. Si viene strappati dai propri affetti: immaginate la sofferenza che si prova. In questo momento proviamo a esserci, con l’obiettivo di essere portatori di speranza proprio nel momento in cui tutto sembra perso».
Don Giacomo ci accompagna da Titti; una donna sulla quarantina, capelli corti, occhi cerulei. È in carcere da quasi 5 anni: sta scontando gli ultimi mesi con la “messa alla prova” del lavoro fuori dalla sezione femminile dove è reclusa. «Siamo madri, siamo mogli, siamo figlie. Il nostro pensiero va alle nostre famiglie. La mia speranza è che, grazie a questo percorso rieducativo ci ritroveremo tutte fuori. Da persone libere». Titti conta i giorni che la separano dal suo ritorno a casa. Ha grande dignità nel raccontarsi, guardandoci sempre negli occhi. Spesso spezza le sue risposte con un sorriso.
Sta già iniziando a prendere confidenza con la libertà proprio grazie al percorso personalizzato che i responsabili dell’area educativa hanno pensato per lei. «In vista dell’ormai prossimo Natale, sto vivendo l’emozione di poter andare in permesso a casa per riabbracciare la mia famiglia. Devo ammettere che, nella mia quotidianità, all’interno dell’istituto vivo una condizione altrettanto “familiare”: può sembrare paradossale, ma è così».
In effetti queste celle, col passare del tempo, diventano una “seconda casa” soprattutto quando – accanto alla sofferenza della condizione di detenuta – si affiancano presenze silenziose ma costanti. Un paradosso, certamente: individui a cui è sottratto il bene più prezioso, la libertà, che riescono a trovare e condividere sentimenti genuini come quello dell’amicizia, seppur nei limiti della carcerazione.
Il percorso è lungo, tortuoso, non mancano le ferite ancora aperte che nel continuo esercizio della rielaborazione di sé tornano a galla. Titti lo confessa: «Sono tornata a ripensarmi come una persona: qui dentro siamo categorizzati come delinquenti e questo è un macigno che ci portiamo sulle nostre spalle. Probabilmente il grande passo in avanti è proprio questo: io sto scontando la mia pena, ma non passa giorno in cui non credo di essere una persona nuova, una volta uscita da qui».

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Autore: Davide Imeneo

Fonte:https://www.avvenire.it/attualita/pagine/titti-carcere-reggio-calabria




Da Avvenire. Sant’Agostino e l’umiltà di Dio

Il mistero di Dio che si fa uomo toglie il fiato, lascia senza parole anche i grandi della terra. Come sant’Agostino che si lascia travolgere dalla meraviglia a dalla gratitudine.

Tra i tanti doni che possiamo ricevere a Natale, forse il più grande è la capacità di stupirci davanti a un mistero che ci supera, che fatichiamo a capire fino in fondo. Ed ecco che la gratitudine può diventare canto. E preghiera. 

Il prezzo della superbia umana

L’esempio, come spesso accade, arriva da sant’Agostino, vescovo e dottore della Chiesa (354-430) che in un noto sermone si inchina alla meraviglia dell’umiltà divina.

Sant'Agostino nel suo studio, di Sandro Botticelli

Sant’Agostino nel suo studio, di Sandro Botticelli

Osserva, uomo, che cosa è diventato per te Dio: sappi accogliere l’insegnamento di tanta umiltà, anche in un maestro che ancora non parla. Tu una volta, nel paradiso terrestre, fosti così loquace da imporre il nome ad ogni essere vivente (Cf. Gn 2, 19-20); il tuo Creatore invece per te giaceva bambino in una mangiatoia e non chiamava per nome neanche sua madre. Tu in un vastissimo giardino ricco di alberi da frutta ti sei perduto perché non hai voluto obbedire; lui per obbedienza è venuto come creatura mortale in un angustissimo riparo, perché morendo ritrovasse te che eri morto. Tu che eri uomo hai voluto diventare Dio e così sei morto (Cf. Gn 3); lui che era Dio volle diventare uomo per ritrovare colui che era morto. La superbia umana ti ha tanto schiacciato che poteva sollevarti soltanto l’umiltà divina.
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Autore: Riccardo Maccioni

Fonte:https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/sant-agostino-e-l-umilta-di-dio




Il sole nella notte

Sento ancora il profumo

di un sole che ormai a dicembre

scalda profondo nel cuore.

Ora la notte tiranneggia nei campi.

Ma una folata, brivido e raggio di luce,irrompe a far fiorire la speranza.




Edith Stein. Un brano tratto da “Il mistero del Natale. Incarnazione e umanità”

Allora è il momento in cui la nostra speranza si sente beatamente appagata.

Seguire il Figlio incarnato di Dio

Ognuno di noi ha già sperimentato una simile felicità del Natale. Ma il cielo e la terra non sono ancora divenuti una cosa sola. La stella di Betlemme è una stella che continua a brillare anche oggi in una notte oscura. Già all’indomani del Natale la Chiesa depone i paramenti bianchi della festa e indossa il colore del sangue: Stefano, il protomartire, che seguì per primo il Signore nella morte, e i bambini innocenti, i lattanti di Betlemme e della Giudea, che furono ferocemente massacrati dalle rozze mani dei carnefici.

“Rallegriamoci tutti nel Signore, perché è nato nel mondo il Salvatore! Oggi la vera pace è discesa dal Cielo.” [Notre Dame – Paris]

Che significa questo? Dov’è ora il giubilo delle schiere celesti, dov’è la beatitudine silente della notte santa? Dov’è la pace in terra? “Pace in terra agli uomini di buona volontà”. Ma non tutti sono di buona volontà. Per questo il Figlio dell’eterno Padre dovette scendere dalla gloria del cielo, perché il mistero dell’iniquità aveva avvolto la terra.

Le tenebre ricoprivano la terra, ed Egli venne come la luce che illumina le tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolto. A quanti lo accolsero Egli portò la luce e la pace; la pace col Padre celeste, la pace con quanti come essi sono figli della luce e figli del Padre celeste, e la pace interiore e profonda del cuore; ma non la pace con i figli delle tenebre.

Ad essi il Principe della pace non porta la pace, ma la spada. Per essi Egli è la pietra d’inciampo, contro cui urtano e si schiantano. Questa è una verità grave e seria, che l’incanto del Bambino nella mangiatoia non deve velare ai nostri occhi. Il mistero dell’incarnazione e il mistero del male sono strettamente uniti. Alla luce, che è discesa dal cielo, si oppone tanto più cupa e inquietante la notte del peccato. Il Bambino protende nella mangiatoia le piccole mani, e il suo sorriso sembra già dire quanto più tardi, divenuto adulto, le sue labbra diranno: “Venite a me voi tutti che siete stanchi e affaticati”.

Alcuni seguirono il suo invito. Così i poveri pastori sparsi per la campagna attorno a Betlemme che, visto lo splendore del cielo e udita la voce dell’angelo che annunciava loro la buona novella, risposero pieni di fiducia : “Andiamo a Betlemme” e si misero in cammino; così i re che, partendo dal lontano Oriente, seguirono con la stessa semplice fede la stella meravigliosa. Su di loro le mani del Bambino riversarono la rugiada della grazia, ed essi “provarono una grandissima gioia”.

Queste mani danno e esigono nel medesimo tempo; voi sapienti deponete la vostra sapienza e divenite semplici come i bambini; voi re donate le vostre corone e i vostri tesori e inchinatevi umilmente davanti al Re dei re; prendete senza indugio su di voi le fatiche, le sofferenze e le pene che il suo servizio richiede. Voi bambini, che non potete ancora dare alcunché da parte vostra: a voi le mani del Bambino nella mangiatoia prendono la tenera vita prima ancora che sia propriamente cominciata; il modo migliore di impiegarla è quello di essere sacrificata per il Signore della vita.

“Seguitemi”, così dicono le mani del Bambino, come più tardi diranno le labbra dell’uomo adulto. Così dissero esse al giovane amato dal Signore e che ora fa anche parte della schiera disposta attorno alla mangiatoia. E san Giovanni, il giovane dal cuore puro e semplice, lo seguì senza domandare: Dove? A che scopo? Abbandonò la barca del padre e andò dietro al Signore su tutte le sue strade, fino al Golgota.

“Seguimi”, questo invito percepì anche il giovane Stefano. Egli seguì il Signore nella lotta contro le potenze delle tenebre, contro l’accecamento della testarda mancanza di fede; gli rese testimonianza con le sue parole e col suo sangue; lo seguì anche nel suo spirito, nello spirito dell’amore, che combatte il peccato, ma ama il peccatore e intercede per l’assassino davanti a Dio anche in punto di morte.

Di fronte ad essi sta la notte dell’indurimento e dell’accecamento incomprensibile: gli scribi, che sono in grado di dare informazioni sul tempo e sul luogo in cui il Salvatore del mondo deve nascere, ma che non deducono alcun “Andiamo a Betlemme!”; il re Erode, che vuole uccidere il Signore della vita. Di fronte al Bambino nella mangiatoia gli spiriti si dividono. Egli è il Re dei re e il Signore della Vita e della morte, pronuncia il suo “Seguimi”, e chi non è per lui è contro di lui. Egli lo pronuncia anche per noi e ci pone di fronte alla decisione di scegliere fra luce e tenebre.




Da Costanza Miriano. L’incredibile “migrazione” di Dio fatto uomo

La vera, vertiginosa, incredibile “migrazione” di Dio è stata dalla sua natura divina a quella umana, assunta mantenendo anche quella divina. È questo che lo rende il punto zero della storia, il centro di gravità dell’universo. Credo che banalizzare questo annuncio dirompente – Dio ha preso la carne umana per amore degli uomini, e ha accettato di perdere, rinunciando all’esercizio della sua onnipotenza, o meglio, di realizzarla proprio morendo sulla croce per amore degli uomini – mettendoci a discutere quanto Gesù fosse ricco o povero, se fosse un immigrato irregolare o un profugo o semplicemente uno che è nato lontano da casa per un viaggio, sia dimenticare, o almeno non mettere abbastanza al centro il mistero, la vita eterna che è venuto a spalancarci. Parlare dell’incarnazione di Dio in un luogo e in un momento della storia, solo per leggere la società e l’economia di oggi significa usare categorie non sovrapponibili, con il rischio – fortissimo – di mancare il bersaglio.

Non voglio neanche entrare nella questione, per quanto a me pare pacificamente evidente che Gesù è stato un profugo durante la fuga in Egitto, mentre per il resto della vita terrena è appartenuto a una tranquilla famiglia  della provincia dell’impero romano, che intorno ai giorni della sua nascita si è dovuta spostare da una città all’altra per obbedire a una legge (il censimento). Posso spingermi a pensare che, affinché non si distogliesse dalla sua missione Dio non ha permesso che Gesù fosse povero o costretto dalla necessità a lasciare la sua terra per cercare lavoro, ma sinceramente non credo che sia una questione rilevante. Non mi cambierebbe molto.

Gesù non è venuto a portare una soluzione sociale, nemmeno alle ingiustizie più macroscopiche, come la schiavitù. È venuto a salvarci, anche da schiavi, a dirci che Dio è Padre e ci ama e ci vuole vivi per sempre.

Il punto è che non credo che diventerei capace di amare solo perché penso che Dio è stato povero e irregolare. Penso invece che grazie al battesimo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, quello che Gesù è venuto a portare possiamo sperare di diventare capaci di amare, mendicando da Dio che riempia del suo Spirito la nostra natura umana, e la possieda sempre più interamente. Possiamo mendicare la capacità di amare, nonostante la nostra umanità, nonostante il nostro ego così pesante e invadente, nonostante l’istintivo fastidio che possiamo provare quando qualcuno viene a prendere il nostro spazio e le nostre risorse (senza lo Spirito Santo non si può, e infatti non a caso i più favorevoli a un certo tipo di accoglienza sono quelli che vivono lontano dai luoghi fisicamente deputati ad accogliere, i residenti dei quartieri borghesi o ricchi, ai quali non costa nulla pensare di essere buoni).

Papa Francesco chiede a Gesù bambino: “la tua tenerezza risvegli la nostra sensibilità e ci faccia sentire invitati a riconoscerti in tutti coloro che arrivano nelle nostre città, nelle nostre storie, nelle nostre vite”. Ma appunto, essere capaci di amare è un dono di Dio, e non qualcosa che possiamo suscitarci da soli, né tanto meno frutto di una posizione ideologica. Essere capaci di amare è un regalo, che noi non possiamo farci da soli, ma che possiamo ottenere da Dio se gli facciamo una testa così, pregando, essendo fedeli ai sacramenti, digiunando, stando attaccati alla maternità della Chiesa, se lo chiediamo giorno e notte, supplicando Dio che cambi il nostro cuore di pietra. Un cambiamento che non possiamo ottenere ma solo attendere, come non possiamo far sorgere il sole, ma farci trovare lì quando sorge. Stare in attesa. A questo ci allena l’Avvento.

L’attesa della redenzione del nostro cuore, l’attesa di una grazia che ci liberi del nostro io così grossolano e che faccia il miracolo, ci renda capaci di farci agnelli, di prendere pesi che non ci competono, di passare per scemi, di non dire parole prive di carità su nessuno, e, certo, di amare anche i più lontani (magari se possibile partendo dai vicini, persino dai parenti visto che si avvicina il Natale, che spesso sono i meno gratificanti da amare): è questo il viaggio a cui anche noi siamo chiamati, in questo caso, sì, ad essere migranti. Dalla terra verso il cielo, dove non saremo “più stranieri né ospiti, ma concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti”.

Autore: Costanza Miriano

Fonte: https://costanzamiriano.com/2018/12/12/lincredibile-migrazione-di-dio-fatto-uomo/#more-20259




Dal Corriere della Sera. Salviamo il Natale dai cattivisti

Oggi soltanto un pazzo si azzarderebbe ad augurare buon Natale. Non è aria. Oggi bisogna essere arrabbiati, rancorosi, cattivi. Invidiare la felicità degli altri è diventato più desiderabile, o comunque più facile, che perseguire la propria. Anni e anni di dittatura del politicamente corretto hanno generato per rigetto un’ostilità verso tutto ciò che sa di buoni sentimenti. La gentilezza è dei deboli, la bontà degli ipocriti. Ed ecco che sull’inverno del nostro scontento incombe questa festa della famiglia, a lungo bersagliata dai lampi della retorica e adesso invece sbeffeggiata persino sui giornali. Nessuno si vergogna più a dire che i regali sono una tortura, i pranzi con i parenti un tormento, l’esibizione di pulsioni amorevoli una costrizione imposta dal calendario. 

Tutto vero. Se però uno legge i risultati della ricerca di Harvard sulla felicità — un esperimento scientifico senza precedenti, centinaia di persone di ogni condizione sociale seguite passo dopo passo e Natale dopo Natale per tutto l’arco della loro vita — scopre qualcosa di apparentemente scontato, ma estremamente impopolare. Che a dare la felicità non sono i soldi e il successo, ma è solo la qualità delle relazioni umane. Tra gli osservati speciali di Harvard, chi ha saputo curare i rapporti affettivi ha vissuto meglio e persino più a lungo rispetto a chi li ha sacrificati sull’altare dell’ego. Potrebbe valere la pena di ricordarsene, appena qualcuno ci guarderà storto durante il pranzo di Natale.

22 dicembre 2018 (modifica il 22 dicembre 2018 | 07:07)© RIPRODUZIONE RISERVATA

Autore: Massimo Gramellini

Fonte:https://www.corriere.it/caffe-gramellini/18_dicembre_22/salviamo-natale-cattivisti-873d0874-0574-11e9-af08-7a4d04b4d2e4.shtml




Papa Francesco. Natale: le sorprese che piacciono a Dio

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Tra sei giorni sarà Natale. Gli alberi, gli addobbi e le luci ovunque ricordano che anche quest’anno sarà festa. La macchina pubblicitaria invita a scambiarsi regali sempre nuovi per farsi sorprese. Ma mi domando: è questa la festa che piace a Dio? Quale Natale vorrebbe Lui, quali regali, quali sorprese?

Guardiamo al primo Natale della storia per scoprire i gusti di Dio. Quel primo Natale della Storia fu pieno di sorprese. Si comincia con Maria, che era promessa sposa di Giuseppe: arriva l’angelo e le cambia la vita. Da vergine sarà madre. Si prosegue con Giuseppe, chiamato a essere padre di un figlio senza generarlo. Un figlio che – colpo di scena – arriva nel momento meno indicato, cioè quando Maria e Giuseppe erano sposi promessi e secondo la Legge non potevano coabitare. Di fronte allo scandalo, il buon senso del tempo invitava Giuseppe a ripudiare Maria e salvare il suo buon nome, ma lui, che pur ne aveva diritto, sorprende: per non danneggiare Maria pensa di congedarla in segreto, a costo di perdere la propria reputazione. Poi un’altra sorpresa: Dio in sogno gli cambia i piani e gli chiede di prendere con sé Maria. Nato Gesù, quando aveva i suoi progetti per la famiglia, ancora in sogno gli vien detto di alzarsi e andare in Egitto. Insomma, il Natale porta cambi di vita inaspettati. E se noi vogliamo vivere il Natale, dobbiamo aprire il cuore ed essere disposti alle sorprese, cioè a un cambio di vita inaspettato.

Ma è nella notte di Natale che arriva la sorpresa più grande: l’Altissimo è un piccolo bimbo. La Parola divina è un infante, che letteralmente significa “incapace di parlare”. E la parola divina divenne “incapace di parlare”. Ad accogliere il Salvatore non ci sono le autorità del tempo o del posto o gli ambasciatori: no; sono dei semplici pastori che, sorpresi dagli angeli mentre lavoravano di notte, accorrono senza indugio. Chi se lo sarebbe aspettato? Natale è celebrare l’inedito di Dio, o meglio, è celebrare un Dio inedito, che ribalta le nostre logiche e le nostre attese. 

Fare Natale, allora, è accogliere in terra le sorprese del Cielo. Non si può vivere “terra terra”, quando il Cielo ha portato le sue novità nel mondo. Natale inaugura un’epoca nuova, dove la vita non si programma, ma si dona; dove non si vive più per sé, in base ai propri gusti, ma per Dio; e con Dio, perché da Natale Dio è il Dio-con-noi, che vive con noi, che cammina con noi. Vivere il Natale è lasciarsi scuotere dalla sua sorprendente novità. Il Natale di Gesù non offre rassicuranti tepori da caminetto, ma il brivido divino che scuote la storia. Natale è la rivincita dell’umiltà sull’arroganza, della semplicità sull’abbondanza, del silenzio sul baccano, della preghiera sul “mio tempo”, di Dio sul mio io. 

Fare Natale è fare come Gesù, venuto per noi bisognosi, e scendere verso chi ha bisogno di noi. È fare come Maria: fidarsi, docili a Dio, anche senza capire cosa Egli farà. Fare Natale è fare come Giuseppe: alzarsi per realizzare ciò che Dio vuole, anche se non è secondo i nostri piani. San Giuseppe è sorprendente: nel Vangelo non parla mai: non c’è una parola, di Giuseppe, nel Vangelo; e il Signore gli parla nel silenzio, gli parla proprio nel sonno. Natale è preferire la voce silenziosa di Dio ai frastuoni del consumismo. Se sapremo stare in silenzio davanti al presepe, Natale sarà anche per noi una sorpresa, non una cosa già vista. Stare in silenzio davanti al presepe: questo è l’invito, per Natale. Prenditi un po’ di tempo, vai davanti al presepe e stai in silenzio. E sentirai, vedrai la sorpresa.

Purtroppo, però, si può sbagliare festa, e preferire alle novità del Cielo le solite cose della terra. Se Natale rimane solo una bella festa tradizionale, dove al centro ci siamo noi e non Lui, sarà un’occasione persa. Per favore, non mondanizziamo il Natale! Non mettiamo da parte il Festeggiato, come allora, quando «venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto» (Gv 1,11). Fin dal primo Vangelo dell’Avvento il Signore ci ha messo in guardia, chiedendo di non appesantirci in «dissipazioni» e «affanni della vita» (Lc21,34). In questi giorni si corre, forse come mai durante l’anno. Ma così si fa l’opposto di quel che Gesù vuole. Diamo la colpa alle tante cose che riempiono le giornate, al mondo che va veloce. Eppure Gesù non ha incolpato il mondo, ha chiesto a noi di non farci trascinare, di vegliare in ogni momento pregando (cfr v. 36). 

Ecco, sarà Natale se, come Giuseppe, daremo spazio al silenzio; se, come Maria, diremo “eccomi” a Dio; se, come Gesù, saremo vicini a chi è solo; se, come i pastori, usciremo dai nostri recinti per stare con Gesù. Sarà Natale, se troveremo la luce nella povera grotta di Betlemme. Non sarà Natale se cercheremo i bagliori luccicanti del mondo, se ci riempiremo di regali, pranzi e cene ma non aiuteremo almeno un povero, che assomiglia a Dio, perché a Natale Dio è venuto povero. 

Cari fratelli e sorelle, vi auguro buon Natale, un Natale ricco delle sorprese di Gesù! Potranno sembrare sorprese scomode, ma sono i gusti di Dio. Se li sposeremo, faremo a noi stessi una splendida sorpresa. Ognuno di noi ha nascosta nel cuore la capacità di sorprendersi. Lasciamoci sorprendere da Gesù in questo Natale.

Fontehttp://w2.vatican.va/content/francesco/it/events/event.dir.html/content/vaticanevents/it/2018/12/19/udienzagenerale.html




Da Avvenire. Inedito. G.K.Chesterton: «Così abbiamo tradito il Natale»

Questo inedito di G.K. Chesterton apre il nuovo numero di “Luoghi dell’Infinito”, il mensile di arte e cultura di “Avvenire”, in edicola da martedì 11 dicembre.

Nell’immagine: Margaret W.Tarrant, “The Christmas Party” (1920 circa) / Mary Evans – Scala

 

 

 

È una caratteristica dei nostri tempi quella di creare aspettative grandiose sul Natale, trasformandolo in un gigantesco spot pubblicitario. La maggior parte dei giornalisti inizia a scrivere i primi articoli sulla stagione natalizia alla fine dell’estate e si prepara a lanciarli già nel cuore dell’autunno. Iniziano a pensare all’agrifoglio e al vischio mentre fioriscono ancora le ultime rose dell’estate e immaginano che fiocchi la neve nella foresta quando a cadere sono solo le foglie. Singolare caratteristica della modernità, collegata in parte a quello spirito profetico delle utopie moderne che ha portato alcuni a chiamarsi futuristi, nell’ipotesi pittoresca che sia possibile affezionarsi al futuro. È connessa a quel romanticismo espresso un tempo con la frase “arriveranno tempi migliori”; seguita da quelli che dicono “non ci metteremo molto”, che i critici più sardonici denuncerebbero come una promessa non mantenuta. Almeno, nel campo di una società perfetta del futuro, si può dire che in molti attendono tempi migliori, anche se sarebbe difficile sostenere, in questo momento, che non ci metteremo molto. Sono coloro tuttora convinti che l’utopia si realizzerà, così come arriverà il Natale, specialmente quando lo declamano (con una certa amarezza) nel mese di maggio. Ma, per il mondo della pubblicità, il Natale sta arrivando quando è ancora di là da venire. Non si può mai dire, con soddisfazione completa e piena, che è giunto finalmente il giorno di Natale. La moda futurista dei nostri giorni ci porta a cercare la felicità nel domani piuttosto che nel presente. Quindi, mentre aumenta incessantemente il clamore nell’approssimarsi delle feste natalizie, non altrettanto clamore suscita la festa in sé.

Gli uomini d’oggi pensano che quando la festa è arrivata sia già finita. Nel mondo commerciale odierno le preparazioni per il Natale sono infinite mentre la festa dura il tempo di un lampo. Il che contrasta nettamente con le usanze antiche, ai tempi in cui la festa era sacra per la gente semplice, quando ci si preparava con austerità all’Avvento e si digiunava alla vigilia. Poi però esplodeva una festa continua e gioiosa che durava dodici giorni e che culminava in quella bizzarria che Shakespeare definì La dodicesima notte, o quel che volete. Come nei Saturnali, che terminavano in una baraonda dove tutti facevano quello che volevano. Quei dodici giorni dal Natale all’Epifania sono stati resi poeticamente con tanta bellezza da William Shakespeare. Una poesia del tutto assente nelle pubblicazioni giornalistiche dei nostri giorni sulla preparazione del Natale. Sarebbe vano nascondere i miei gusti reazionari, che propendono per quelle antiche usanze. Suggerisco addirittura che ognuno si goda il Natale quando arriva, invece di essere bombardato dagli annunci che sta arrivando. Penso persino che sia meglio che il monello si ammali per aver mangiato troppo pudding di Natale invece di diventare un piccolo nichilista e pessimista a furia di vedere le foto della torta natalizia nelle riviste o nei tabelloni pubblicitari mesi prima di poterlo gustare. In ogni caso, solo mangiandolo si potrà dimostrare che quel dolce natalizio è buono. Ed è un simbolo che andrebbe tenuto a mente e che troppa gente oggi ha dimenticato: bisogna gustare le prelibatezze quando vengono consumate.

Viene data troppa importanza alle parole invece che alle cose: siamo inondati da progetti, schemi e annunci illustrati di certi beni e si perdono di vista i beni stessi. Il nostro mondo è tediato da troppe chiacchiere: reportage e previsioni hanno preso il posto del gusto diretto delle cose e delle esperienze concrete. Si vivrebbe meglio se le persone riscoprissero la vita semplice del contadino. Ma l’uomo moderno trova più affascinante il paesaggio immaginario dei film che non quello reale della terra e delle fattorie. In realtà il paesaggio della fattoria è mille volte più interessante di quello cinematografico. Tuttavia i critici non ammettono che l’uomo possa tornare a gustare le cose vere, originali, al posto delle copie. Nonostante tutto il materialismo e i meccanismi massificanti che contraddistinguono la nostra cultura, viviamo in un mondo di ombre. Forse ciò avviene proprio perché i profeti e i progressisti proiettano la loro ombra sugli eventi a venire. Si considera che solo la danza di ombre sia entusiasmante; e così perdiamo il significato delle cose concrete. Il dolce natalizio può essere considerato un’allegoria e un simbolo anche in un altro modo. Il bambino si aspetta di trovare sei centesimi nella torta; il che va bene, a patto che la torta sia considerata più importante dei sei centesimi. Il cambiamento dalla mentalità medievale a quella moderna sta proprio in quest’immagine. Prima si mettevano i sei centesimi nel pudding, oggi i sei centesimi prevalgono sul pudding.

Anche nel Natale antico c’erano i denari, le mercanzie e i mercanti. Ma lo schema morale dell’ordine antico, per quanto pieno di difetti, si basava sul fatto che il denaro non prevaleva sui beni, che il mercante non prevaleva sull’artigiano. Vi erano talvolta guadagni inattesi, come quei sei centesimi trovati incredibilmente dentro un dolce natalizio. Ma l’idea della proprietà stabile e del suo godimento prevaleva sul guadagno frutto del caso e della fortuna. Con l’avvento dei mercanti spregiudicati la mentalità cambiò fino a un totale ribaltamento di prospettiva. Il mondo iniziò a essere dominato da quelli che Lord Birkenhead chiamò “i prezzi luccicanti” senza i quali le persone non possono intraprendere alcuna attività sana e proficua. E così le persone iniziarono a pensare un po’ troppo ai prezzi e poco al pudding. Il che, in riferimento al dolce è un errore, in riferimento al Natale una bestemmia. In quanto vi è un senso di perversione, non estranea a una certa dissacrazione, quando il commercio trasforma completamente una tradizione di origine sacra. Milioni di persone rette e di valore ci tengono ancora al Natale; e in tutta sincerità lo mantengono sacro e felice. Ma vi sono coloro che, approfittando di istinti naturali come la giocosità e la ricerca del piacere, lo hanno trasformato in qualcosa di molto più vile della giocosità o della ricerca del piacere. Hanno tradito il Natale. Per loro l’essenza del Natale, così come l’essenza del pudding natalizio, è diventata qualcosa di stantio da seppellire con i loro tesori; e hanno solamente moltiplicato i sei centesimi in trenta denari.

 

(da “Illustrated London News”, 23 dicembre 1933 Traduzione di Andrea Colombo)

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Fontehttps://www.avvenire.it/agora/pagine/gk-chesterton-e-il-natale-svenduto



La Nuova Bussola Quotidiana. Cristiani discriminati: un’anziana insegna a reagire

Mentre lo State Capitol dell’Illinois pone a fianco della natività la statua del diavolo, le scuole bandiscono il Natale e Facebook censura la foto di Santa Claus che contempla Gesù perché “violenta”, una 85enne difede l’immagine della Madonna posta sul muro di casa: «Prima di rimuoverla devono uccidere me, questa è l’America e finché ho due braccia e due gambe non lo farò». Qual è la differenza fra i cristiani relativisti e questa donna?

Non è uno scherzo che lo State Capitol dell’Illinois abbia accettato la richiesta della setta Satanic Temple di porre al centro della sua hall principale la statua di satana che induce Eva a cogliere la mela, accostandola così a quella della natività. Perché questo è quello che accade nell’America del relativismo, dove il primo emendamento della Costituzione, forse il più importante per la storia di questo popolo, che sancisce la libertà religiosa e di espressione, viene interpretato al di là del bene e del male ormai messi sullo stesso piano. Anche se in realtà questa confusione non fa che favorire il secondo.

Basti pensare che, mentre sui social girano immagini di ogni tipo, violente da ogni punto di vista, mercoledì scorso Facebook ha oscurato l’immagine del vecchio Babbo Natale in contemplazione di Gesù nella mangiatoia. “Perché?”, vi chiederete. Il social avvisava i lettori che prima di poter visionare l’immagine dovevano sapere che «questa foto è stata oscurata automaticamente in modo che possiate decidere voi se guardarla», perché «potrebbe mostrare contenuti violenti o espliciti». Chissà che cosa si saranno immaginati i lettori magari evitando di accedere alla raffigurazione.

Ovviamente, una mentalità simile, che avendo prima messo il male sullo stesso piano del bene ora può invertirli facilmente, è più che diffusa. Lo dimostrano gli episodi che ormai si verificano ogni Natale, come quello della preside della Manchester Elementary School in Nebraska, che ha vietato di esporre ogni simbolo natalizio o di cantare i carols che potevano far ricordare agli alunni la nascita di Gesù. La preside ha infatti dichiarato che non voleva vedere nemmeno girare le caramelle a forma di J e a strisce rosse e bianche, perché «storicamente, la forma di “J” sta per Jesus. Il rosso è per il sangue di Cristo e il bianco è un simbolo della sua risurrezione».

Ma mentre tutto questo avviene, mentre negli Stati Uniti, come in Italia, tutto ciò che è cristiano, nonostante il messaggio di Misericordia di un Dio che nasce in una mangiatoia per salvare gli uomini, viene perseguitato e liquidato come violento, negli Stati Uniti la testimonianza di una 85enne della classe popolare fa pensare quanti sono convinti che non valga ormai più la pena lottare. Spiegando come si affronta la persecuzione.

All’anziana Millie Francis, residente in un villaggio di case di compensato della Florida, è stato chiesto dall’amministrazione del quartiere di rimuovere il pezzo di compensato con cui ha coperto la sua finestra e su cui era stata dipinta l’immagine della Madonna di Guadalupe. Ma la risposta per nulla tenera della donna è stata che «prima di farlo devono uccidere me». Insomma, la Vergine non si tocca perché «non direte ad una vecchia signora cosa fare…questa è l’America. E finché ho due braccia e due gambe, non lo farò».

Colpisce la forza di una donna povera la cui fede non l’ha solo portata, mentre pregava in Chiesa, ad essere ispirata dall’Alto per porre l’immagine mariana sul muro di casa, ma anche ad agire: «Andrò in tribunale se necessario…è pieno di cose di ogni tipo là fuori (molte altre case sono decorate, ndr), ma fanno così perché io sono cattolica e si sbagliano», ha dichiarato la signora, il cui avvocato ha spiegato che «i documenti provano che Fracis aveva avuto il permesso di sostituire la finestra con l’immagine». Ma l’amministrazione del villaggio ha ribattuto che la donna ha apportato il cambiamento al di là del limite di tempo stabilito, anche se, ha proseguito il suo avvocato «Fracis non solo ha finito i lavori in tempo ma non vi sono regole circa le decorazioni delle facciate».

Infine, sebbene la possibilità di andare in tribunale alla sua età non le faccia proprio piacere, la donna non ha rinunciato a celebrare il Natale (mettendo delle luci intorno all’immagine) solo perché qualcuno non gradisce. Infine Francis ha dichiarato: «Dicono che dovrò pagare le loro spese legali se vinceranno in tribunale. Non posso permettermelo. Ho bisogno di aiuto e non so cosa mi succederà, ma so che non toglierò l’immagine». È chiaro che solo la fede e la certezza che il bene sia uno e lo stesso per tutti e che il suo credo non possa nuocere a nessuno, ne tanto meno infondere odio, può permettere ad un cristiano, anche nulla tenente, di non farsi piegare dal potere. E forse se questa reazione oggi non va per la maggiore è perché noi cristiani influenzati dal relativismo ormai dubitiamo persino di questo.

 

Autore: Benedetta Frigerio

 

Fontehttp://www.lanuovabq.it/it/cristiani-discriminati-unanziana-insegna-a-reagire




Abba Filippo ci scrive

Carissimi amici, come state? Spero bene, qui abbiamo appena festeggiato il Natale, il 7 gennaio con una bellissima festa.
Tutto e’ iniziato la sera prima con una bella celebrazione nella notte, tutti i bambini e i ragazzi erano molto eccitati nel venire fuori di casa al buio per venire alla Messa, tanto entusiasmo, e poi anche alla mattina abbiamo celebrato la Messa di Natale, con l’arrivo del bambino Gesù. Poi nel nostro cortile abbiamo organizzato delle danze, alcune scenette sul Natale molto divertenti e infine dei giochi, fino al grande pranzo, un piattone di polenta con un bel pezzo di carne, una mucca che abbiamo comprato nei giorni prima e che poi la sera prima l’abbiamo “sistemata” e cucinata per il giorno di Natale. Tutti super contenti. Al pomeriggio grande sfida a calcio e pallavolo tra i giovani dell’oratorio e i giovani del convitto con premi finali per tutti.
Questa volta vi lascio un po’ di foto della festa di Natale e ringrazio tutti i nostri benefattori che hanno permesso questa bella festa.

Infine, questo mese e’ dedicato a don Bosco, il 31 gennaio è la sua festa, il nostro santo, il punto di riferimento per seguire Gesù, e vorrei ricordare due sue frasi:

“L’educazione è cosa del cuore.”

“In ogni ragazzo, anche il più disgraziato, vi è un punto accessibile al bene, compito di ogni educatore è trovare quella corda sensibile e farla vibrare.”

Ogni giorno proviamo a vivere queste frasi, proviamo ad essere don Bosco qui in Africa, W DON BOSCO.

Ciao a tutti
Abba Filippo