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Da Francesco Marchese Ragone del Giornale. Francesco e i migranti: “L’Italia non può accoglierli tutti da sola”

«Quello dei migranti è un problema che riguarda l’Italia, risolvetelo!». Una risposta perentoria, che è suonata come una doccia fredda per molti dei vescovi italiani radunati in Vaticano per l’Assemblea Generale della Cei.

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Da Costanza Miriano. “Come questo pontificato mi avvicina più a Cristo?”

Carissima,

se dovesse trovare il tempo di aiutarmi a dissipare un mio dubbio, riceverei il dono prezioso di essere aiutato da una persona che seguo come luminoso punto di riferimento. Altrimenti capirò la sua mancanza di tempo. Il mio dubbio è in effetti una sensazione di disorientamento di fronte alle questioni di cui dibattono i cattolici fedeli al Papa e quelli che addirittura lo considerano un eretico, in un confronto che mina lentamente l’unità della Chiesa.

Fermo restando che pronunciare un verdetto di eresia spetterebbe ad organi competenti seguendo procedure sicuramente regolamentate con grande cura dal Diritto Canonico, e quindi nessuno dovrebbe arrogarsi il diritto di pronunciare soltanto questa parola, figuriamoci nei confronti del Papa; però, perché dall’alto lato si difende la figura del Vicario di Cristo ad oltranza e senza argomentare? Nel Vangelo pare proprio Pietro l’apostolo che incorre in un maggior numero di correzioni da parte di Gesù, dal Vade Retro ad altre ramanzine, a volte anche severe. Inoltre Pietro è colui che rinnegherà per tre volte il suo Signore. Insomma non è che si presenti la Pietra su cui si regge la Chiesa come infallibile, e questo a riprova del fatto che la Chiesa fondata da Cristo vuole essere presentata come una istituzione umana, condotta dagli uomini, con tutti i difetti possibili che la nostra condizione produce. Forse il motivo per cui Pietro viene rappresentato in questo modo nei Vangeli sta nel fatto che in realtà la guida della Chiesa non è mai nelle mani del Papa Regnante, ma in quelle di Cristo in persona, alle cui Verità il suo Vicario è tenuto ad aderire. Se questo non accadesse, penso che i fedeli debbano con tutto il diritto notarlo, farlo notare e renderlo oggetto di un rispettoso dibattito. Non credo che si debba supportare il Papa per partito preso, il Capo della Chiesa resta Gesù. Mi spieghi per favore se la mia riflessione ha fondamento. Approfitto per comunicarle tutta la mia stima e per ringraziarla per la sua preziosa attività.

***

Ho deciso di pubblicare questa lettera, dopo averne chiesta l’autorizzazione all’autore, perché è una delle tante espressioni di un disorientamento e di una sofferenza che continuo a registrare da più parti, anche andando in giro per l’Italia, parlando con tanti credenti, con tante persone di buona volontà. Io non penso che la migliore risposta a questo sentimento diffuso tra tanti cattolici, in questo momento della vita della Chiesa, sia il dare con violenza degli infedeli a coloro che fanno qualche fatica a comprendere alcune cose. Trovo anche poco accogliente questa difesa aggressiva da parte di alcuni degli schinieri di Francesco, perché l’accoglienza non va esercitata solo verso i lontani, ma anche verso i vicini (quante volte siamo gentilissimi con gli estranei e intrattabili con quelli di casa!). Se una difficoltà emerge, se c’è un disorientamento e un disagio, chi lo esprime con rispetto, con sofferenza, con amore anche, ha il diritto di essere ascoltato e accolto. Inoltre la trovo controproducente, questa linea di difesa a oltranza, segno di una poca libertà: io amo il Papa, sempre e comunque, nonostante questo sono estremamente tranquilla nel dire che nelle sue scelte politiche – è un Papa molto politico, questo – a mio parere ha fatto anche qualche errore di valutazione. Non è producente negarlo, perché sottolineare con rispetto una posizione che fa soffrire tanti uomini di buona volontà, far emergere una difficoltà offre sempre un’occasione per una spiegazione ulteriore, o magari per un aggiustamento del tiro.

Chi all’interno di una comunità ha delle responsabilità non ha il diritto di trascurare le novantanove pecore rimaste nell’ovile. D’altra parte loro, le 99 pecore, devono portare su di sé parte della sofferenza del pastore che se ne va nel deserto da solo a cercare la pecora perduta. Il nostro modo di soffrire con lui, con il Papa, è prenderci anche noi la nostra parte di solitudine. Quanto alla teologia, benché non abbia l’autorità per giudicare molte cose, a volte ho la netta sensazione che ci siano proprio due chiese, con dei pastori che annunciano qualcosa di diverso da quello che mi è stato consegnato in tanti anni di cammino.
È così che tanti fratelli nella fede, in questo momento, mi raccontano di sentirsi a volte soli. Io rispondo che prendo questa fatica del momento, la assumo su di me, e a me piace pensare che sia il nostro modo di partecipare alle sofferenze del Papa e di Cristo.
Però la nostra posizione secondo me rispetto a questo pontificato dovrebbe essere questa: al netto di tutto quello che non condividiamo, chiederci “cosa nelle parole di Francesco mi avvicina più a Cristo? Cosa è per me in questo fatto davanti al quale mi è chiesto di stare? Cosa mi vuole dire Dio con questo Papa? In cosa mi devo convertire?”. Poiché non spetta a noi altro giudizio che questo: cercare il volto di Cristo, e chiederci in ogni circostanza cosa ce lo fa trovare.

Aggiungo altri due semplici spunti di riflessione: innanzitutto credo che il Papa sia raccontato dall’informazione in modo funzionale a un preciso disegno culturale, alzando e abbassando la levetta del volume a seconda delle circostanze, per esempio amplificando le sue posizioni sull’immigrazione, ma tacendo quando dice che l’Italia ha già fatto abbastanza, rispetto alle sue possibilità. Alzando in modo ingannevole su Amoris Laetitia (“il Papa dice sì al divorzio”, titolavano i giornali un secondo dopo l’inizio della conferenza stampa di fine sinodo), abbassando sull’ultimo bellissimo discorso alla Rota Romana (rimane comunque a mio vedere un margine di ambiguità che non è quello raccontato dai giornali, ma che è innegabile, e che mi fa molto soffrire), o quando dice che abortire è come affittare un sicario, che il gender è uno sbaglio della mente umana, o che per l’omosessualità la psichiatria può fare qualcosa quando si è molto giovani.

Secondo, banale spunto di riflessione: credo anche che Francesco sia consigliato, riguardo certe valutazioni politiche, da consiglieri che sembrano più interessati alle campagne elettorali che all’unità della Chiesa. Su alcuni temi non entro, ma sulle questioni che conosco bene mi sento di poter dire che la posizione di parte delle gerarchie ecclesiastiche è profondamente viziata da una ideologia progressista per non dire modernista. Mentre né tradizionalismo né modernismo dovrebbero indurci a distogliere lo sguardo dalla Verità, cioè da Cristo. È questa l’unica possibile spiegazione del più doloroso e incomprensibile tradimento fatto negli ultimi anni dai pastori a danno del popolo della Chiesa: il mancato appoggio alla più grande mobilitazione dal basso dei tempi recenti della Chiesa, il Family Day, un popolo di famiglie spesso numerose e spesso tutt’altro che ricche e privilegiate, che si aspettavano almeno un cenno di sostegno, e non un silenzio che ha avuto il sapore di uno schiaffo in faccia. Oppure la questione femminile, sulla quale la Chiesa sta arrivando a saldi finiti, in ritardo, e sbagliando completamente bersaglio: le donne occidentali – mai così sole, infeconde, infelici – non hanno alcun bisogno di ulteriori inviti all’emancipazione, ma di un aiuto a scoprire con coraggio la loro grandezza e unicità, la capacità di dare e sostenere la vita.
In questo e in altri ambiti molti pastori sembrano caduti nell’inganno che la Chiesa debba svecchiarsi per essere attraente, cercando di dare una risposta alle istanze del mondo; mi sembra che soffrano di gravi complessi di inferiorità nei confronti della modernità, come se dovessero farsi perdonare chissà quali rigidità. Credo sia un problema generazionale. Noi che siamo nati in occidente dopo il ’68, la rigidità non l’abbiamo sofferta manco per niente, anzi, e certe libertà ce le siamo viste tirate in faccia. Di libertà ne abbiamo avuta talmente tanta che non sappiamo più che farcene: quello che chiediamo alla Chiesa è la verità e il senso, cioè Cristo.
Ma, ripeto, questi due spunti, banalizzati al massimo, non sono per quanto mi riguarda il cuore della questione. L’unica domanda che mi interessa è questa: come questo pontificato mi avvicina più a Cristo? Quali gesti concreti mi invita a fare? In cosa sta aiutando la mia conversione? E siccome il lavoro da fare su questo fronte è davvero tanto, credo proprio che quando avrò finito di farlo e potrò passare al punto due dell’ordine del giorno – giudizio sul pontificato – sarò morta.

Fonte: https://costanzamiriano.com/2019/05/09/come-questo-pontificato-mi-avvicina-piu-a-cristo/#more-20636

Da Avvenire. Terra Santa. Dai cristiani poveri di Betlemme i Rosari per la Gmg a Panama

Per settimane Rami ha forato piccole croci in legno d’ulivo. Giorno dopo giorno abbassava centinaia di volte la leva che faceva calare il trapano sulla cima del crocifisso da cui sarebbe passato il filo destinato a contenere i grani di un Rosario. Un gesto ripetuto con il sorriso. «Lo faccio per papa Francesco», sussurra. Rami vive a Betlemme. È cristiano e ha trent’anni. Non ha mai finito la scuola. Perché aveva difficoltà di apprendimento. E in Palestina capita ancora che chi abbia problemi sia considerato al pari di uno “scarto”. Eppure le mani di questo ragazzone con gli occhiali hanno plasmato i Rosari che Bergoglio regalerà ai ragazzi della Giornata mondiale della gioventù a Panama. Lui è uno degli autori del dono che sarà consegnato a gennaio ai giovani di tutto il mondo: il Rosario di “Bethlehem”, come si legge in un lato per ricordare la provenienza, mentre dall’altro c’è scritto “Jmj 2019”.

I Rosari per la Gmg realizzati nel laboratorio della Fondazione 'Giovanni Paolo II' a Betlemme

I Rosari per la Gmg realizzati nel laboratorio della Fondazione “Giovanni Paolo II” a Betlemme

Rami ha trovato se stesso nel laboratorio di artigianato “offerto” dall’Italia a Betlemme. Un centro della speranza nato grazie alla Fondazione “Giovanni Paolo II”, la onlus per lo sviluppo e la cooperazione in Medio Oriente voluta dalle Chiese della Toscana che collabora anche con la Cei. Da queste stanze accolte in uno stabile della Custodia di Terra Santa, a cento metri dalla Basilica della Natività, è passata la metà dei Rosari della prossima Gmg: 800mila sul milione e mezzo ordinati per l’evento. «Il lavoro non è solo sinonimo di salario ma di dignità», spiega Samer Baboun, responsabile dell’atelier. Qui chiamano le croci di Panama l’«ordine del Papa». E lo considerano una benedizione per aiutare giovani e famiglie bisognose. È lo spirito dell’iniziativa lanciata da Pierre Bürcher, vescovo emerito di Reykjavik in Islanda, con lo slogan “AveJmj”. Alla base del progetto, ha rivelato il presule che è membro della Congregazione per le Chiese orientali, c’è il desiderio espresso dal Papa «di pregare per la pace nel mondo e in particolare per Gerusalemme e il Medio Oriente». Il vescovo ha stabilito che ogni giovane della Gmg riceva tre Rosari: uno per sé, uno da consegnare a chi incontrerà a Panama, uno da portare a una persona del proprio Paese d’origine. Al pacchetto si aggiungerà un’immagine del Pontefice. Braccio operativo è stata la Caritas Jerusalem che «ci ha coinvolti nella realizzazione», afferma Samer. In tutto sono stati impegnati dall’inizio del 2018 oltre trecento artigiani locali tra Beit Sahour, Beit Jala e Betlemme e undici laboratori fra cui quello che lega il suo nome a Wojtyla.

Betlemme con il laboratorio artigianale della Fondazione 'Giovanni Paolo II'

Betlemme con il laboratorio artigianale della Fondazione “Giovanni Paolo II”

Fra aspiratori, pialle, tavoli da lavoro, c’è Tony, un’infanzia complessa e problemi di concentrazione. È un addetto all’imballaggio. Impacchetta gran parte degli oggetti che vengono prodotti. Al suo fianco siede Rana, vista ridotta e volto ferito. «Nessuno mi voleva a lavorare. Grazie al cielo, qui è un’altra cosa», ripete. «La nostra è una casa aperta a tutti – sottolinea Samer –: cristiani e musulmani, poveri e fragili. Non siamo solo un laboratorio artigianale, ma anche di convivenza. E un unicum nella zona: perché donne e uomini lavorano le une accanto agli altri». Su ventidue assunti, diciannove sono cristiani. «Il nostro principale obiettivo – spiega il coordinatore – è quello di aiutarli a non abbandonare la Terra Santa. E per restare serve avere un’occupazione». L’età media è di trent’anni. E il centro è anche una scuola di formazione. Prima si impara; poi è possibile mettersi all’opera: nella lavorazione del legno d’ulivo, ma anche della madreperla, l’“oro” delle conchiglie molto rinomato in Medio Oriente. E sta per nascere anche un gabinetto della ceramica che avrà come responsabile artistica Narmin, una ragazza sorda che ha ritrovato la parola nell’istituto Effetà voluto nella città da Paolo VI.

I Rosari per la Gmg realizzati nel laboratorio della Fondazione 'Giovanni Paolo II' a Betlemme

I Rosari per la Gmg realizzati nel laboratorio della Fondazione “Giovanni Paolo II” a Betlemme

Tecniche professionali e manufatti di alta qualità, il laboratorio ha fra i committenti la Custodia di Terra Santa o il patriarcato latino di Gerusalemme. «Vogliamo essere un hub per artisti locali e artigiani dove chiunque può bussare alle porte e sviluppare le sue idee». Nell’azienda si applicano le regole di un’economia solidale. «Tutto quanto incassiamo viene ridistribuito in modo equo. E chi lavora non è un operaio ma il protagonista di un percorso di crescita comunitaria».

Papa Francesco. Natale: le sorprese che piacciono a Dio

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Tra sei giorni sarà Natale. Gli alberi, gli addobbi e le luci ovunque ricordano che anche quest’anno sarà festa. La macchina pubblicitaria invita a scambiarsi regali sempre nuovi per farsi sorprese. Ma mi domando: è questa la festa che piace a Dio? Quale Natale vorrebbe Lui, quali regali, quali sorprese?

Guardiamo al primo Natale della storia per scoprire i gusti di Dio. Quel primo Natale della Storia fu pieno di sorprese. Si comincia con Maria, che era promessa sposa di Giuseppe: arriva l’angelo e le cambia la vita. Da vergine sarà madre. Si prosegue con Giuseppe, chiamato a essere padre di un figlio senza generarlo. Un figlio che – colpo di scena – arriva nel momento meno indicato, cioè quando Maria e Giuseppe erano sposi promessi e secondo la Legge non potevano coabitare. Di fronte allo scandalo, il buon senso del tempo invitava Giuseppe a ripudiare Maria e salvare il suo buon nome, ma lui, che pur ne aveva diritto, sorprende: per non danneggiare Maria pensa di congedarla in segreto, a costo di perdere la propria reputazione. Poi un’altra sorpresa: Dio in sogno gli cambia i piani e gli chiede di prendere con sé Maria. Nato Gesù, quando aveva i suoi progetti per la famiglia, ancora in sogno gli vien detto di alzarsi e andare in Egitto. Insomma, il Natale porta cambi di vita inaspettati. E se noi vogliamo vivere il Natale, dobbiamo aprire il cuore ed essere disposti alle sorprese, cioè a un cambio di vita inaspettato.

Ma è nella notte di Natale che arriva la sorpresa più grande: l’Altissimo è un piccolo bimbo. La Parola divina è un infante, che letteralmente significa “incapace di parlare”. E la parola divina divenne “incapace di parlare”. Ad accogliere il Salvatore non ci sono le autorità del tempo o del posto o gli ambasciatori: no; sono dei semplici pastori che, sorpresi dagli angeli mentre lavoravano di notte, accorrono senza indugio. Chi se lo sarebbe aspettato? Natale è celebrare l’inedito di Dio, o meglio, è celebrare un Dio inedito, che ribalta le nostre logiche e le nostre attese. 

Fare Natale, allora, è accogliere in terra le sorprese del Cielo. Non si può vivere “terra terra”, quando il Cielo ha portato le sue novità nel mondo. Natale inaugura un’epoca nuova, dove la vita non si programma, ma si dona; dove non si vive più per sé, in base ai propri gusti, ma per Dio; e con Dio, perché da Natale Dio è il Dio-con-noi, che vive con noi, che cammina con noi. Vivere il Natale è lasciarsi scuotere dalla sua sorprendente novità. Il Natale di Gesù non offre rassicuranti tepori da caminetto, ma il brivido divino che scuote la storia. Natale è la rivincita dell’umiltà sull’arroganza, della semplicità sull’abbondanza, del silenzio sul baccano, della preghiera sul “mio tempo”, di Dio sul mio io. 

Fare Natale è fare come Gesù, venuto per noi bisognosi, e scendere verso chi ha bisogno di noi. È fare come Maria: fidarsi, docili a Dio, anche senza capire cosa Egli farà. Fare Natale è fare come Giuseppe: alzarsi per realizzare ciò che Dio vuole, anche se non è secondo i nostri piani. San Giuseppe è sorprendente: nel Vangelo non parla mai: non c’è una parola, di Giuseppe, nel Vangelo; e il Signore gli parla nel silenzio, gli parla proprio nel sonno. Natale è preferire la voce silenziosa di Dio ai frastuoni del consumismo. Se sapremo stare in silenzio davanti al presepe, Natale sarà anche per noi una sorpresa, non una cosa già vista. Stare in silenzio davanti al presepe: questo è l’invito, per Natale. Prenditi un po’ di tempo, vai davanti al presepe e stai in silenzio. E sentirai, vedrai la sorpresa.

Purtroppo, però, si può sbagliare festa, e preferire alle novità del Cielo le solite cose della terra. Se Natale rimane solo una bella festa tradizionale, dove al centro ci siamo noi e non Lui, sarà un’occasione persa. Per favore, non mondanizziamo il Natale! Non mettiamo da parte il Festeggiato, come allora, quando «venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto» (Gv 1,11). Fin dal primo Vangelo dell’Avvento il Signore ci ha messo in guardia, chiedendo di non appesantirci in «dissipazioni» e «affanni della vita» (Lc21,34). In questi giorni si corre, forse come mai durante l’anno. Ma così si fa l’opposto di quel che Gesù vuole. Diamo la colpa alle tante cose che riempiono le giornate, al mondo che va veloce. Eppure Gesù non ha incolpato il mondo, ha chiesto a noi di non farci trascinare, di vegliare in ogni momento pregando (cfr v. 36). 

Ecco, sarà Natale se, come Giuseppe, daremo spazio al silenzio; se, come Maria, diremo “eccomi” a Dio; se, come Gesù, saremo vicini a chi è solo; se, come i pastori, usciremo dai nostri recinti per stare con Gesù. Sarà Natale, se troveremo la luce nella povera grotta di Betlemme. Non sarà Natale se cercheremo i bagliori luccicanti del mondo, se ci riempiremo di regali, pranzi e cene ma non aiuteremo almeno un povero, che assomiglia a Dio, perché a Natale Dio è venuto povero. 

Cari fratelli e sorelle, vi auguro buon Natale, un Natale ricco delle sorprese di Gesù! Potranno sembrare sorprese scomode, ma sono i gusti di Dio. Se li sposeremo, faremo a noi stessi una splendida sorpresa. Ognuno di noi ha nascosta nel cuore la capacità di sorprendersi. Lasciamoci sorprendere da Gesù in questo Natale.

Fontehttp://w2.vatican.va/content/francesco/it/events/event.dir.html/content/vaticanevents/it/2018/12/19/udienzagenerale.html