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“La famiglia sia libera di scegliere l’istruzione dei figli” (Nuova Bussola Quotidiana)

«I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli» è nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Perché proprio nel Paese con la “Costituzione più bella del mondo” non viene rispettato? Se prendiamo sul serio il motto “prima gli italiani” non discriminiamo quegli italiani che vogliono scegliere per i figli.

In Italia ci vantiamo di vivere in una democrazia che affonda le sue radici nella Resistenza e che è basata su una tra le carte costituzionali più belle, secondo il parere di giuristi insigni. Ma, a 70 anni dall’approvazione della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (ONU, 10 dicembre 1948) come è messo il nostro Paese nella garanzia dei diritti umani?

La Dichiarazione rappresenta un riferimento essenziale per l’educazione interculturale: è costituita da un preambolo e da trenta articoli che fissano valori cardine come l’uguaglianza, la libertà e la dignità di tutti gli uomini, il diritto al lavoro, all’istruzione e l’irrilevanza di distinzioni di razza, colore, religione, sesso, lingua e opinione politica. In questa sede ci soffermiamo sull’art. 26: «I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli». È noto che il documento – pur essendo privo di effetti obbligatori per gli Stati e avendo piuttosto il valore di una “raccomandazione” internazionale – ha comunque ispirato le carte costituzionali di vari Paesi per quanto riguarda il riconoscimento dei diritti inviolabili. Qualora il buon senso non bastasse… 

«Prima gli italiani!», si sente dire oggi. C’è dunque evidentemente una reale determinazione a garantire i diritti dei propri cittadini. Potremmo mai accettare che allievi, docenti e genitori italiani siano gli unici in Europa a dover subire una discriminazione per ragioni economiche? No, mai! L’Italia, del resto, pur essendo entrata a far parte delle Nazioni Unite solo il 14 dicembre 1955 (non era quindi fra i 48 Paesi, su 58 Stati membri, che si dichiararono a favore del documento), poteva già allora vantare un’ampia ricezione del principio di diritto di cui all’art. 30 della Costituzione: «È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli».

«Sono un italiano e ne vado fiero», canta Toto Cotugno. Alle dichiarazioni, però, debbono sempre seguire le azioni, altrimenti esse non soltanto restano lettera morta, ma insinuano anche il dubbio che quel: «siamo italiani!» possa essere inteso nell’accezione di: «siamo parolai!» (alcuni nostri emigrati meridionali se lo sono sentito dire, un tempo, in America… La memoria impedisce il ripetersi della storia più buia: ecco perché è bene studiare). E difatti la lingua italiana ha un peso (forse qui l’affermazione: «Prima gli italiani!» ci vuole proprio…). Sì, le parole hanno un peso, e lo hanno ancor più per un avvocato e per quei ministri che si fanno paladini dei cittadini italiani. Che senso ha riconoscere un diritto, se poi esso non viene garantito o, peggio, viene ostacolato a causa di una delle più gravi discriminazioni economiche permesse dallo Stato italiano? E questo a dispetto delle pari opportunità sancite dall’art. 3 della Costituzione. Quegli allievi, quei genitori e docenti che crescono con la fierezza di essere italiani («Prima gli italiani!») si stanno domandando, dal 1948: «Perché in Europa solo noi siamo discriminati? Potremmo andare a vivere in Francia o in Svezia o in Danimarca (la scelta è ampia: basta escludere la Grecia), così i nostri figli non sarebbero discriminati per ragioni economiche nel loro sacrosanto diritto di istruzione. Però siamo italiani e ne andiamo fieri! Quindi deve esserci un piano B».

L’unica strada da percorrere per uscire dalla situazione appena descritta è quella di riconoscere alla famiglia il suo diritto, ossia quello di educare liberamente i figli. Come? Attraverso il costo standard di sostenibilità, che prevede di fornire alla famiglia una quota (che si colloca sui 5.500 euro annui per studente) da spendere per l’istruzione dei figli. Sarà poi la famiglia stessa a decidere dove spendere tale quota, se in una scuola pubblica statale o in una scuola pubblica paritaria. E il ruolo dello Stato in tutto questo? Sarebbe quello di garante e controllore, non di gestore e controllore… di se stesso! Solo in questo modo il sistema scolastico italiano riuscirà ad emergere da una situazione di costante emergenza. Solo in questo modo la scuola non sarà più considerata un ammortizzatore sociale («Chi non sa che cosa fare va a insegnare»). Le famiglie potranno scegliere, gli allievi avranno garantito un servizio decisamente migliore e non saranno in balia di frequenti cambiamenti di insegnanti; a questi ultimi, poi, sarà possibile scegliere dove esercitare la propria professione, a parità di stipendio, come già avviene nel resto dell’Europa. 

Autore: Anna Monia Alfieri

Fonte: http://www.lanuovabq.it/it/la-famiglia-sia-libera-di-scegliere-listruzione-dei-figli

Noi cristiani ci inginocchiamo solo …

Troviamo qui il senso del terzo elemento costitutivo del Corpus Domini: inginocchiarsi in adorazione di fronte al Signore. Adorare il Dio di Gesù Cristo, fattosi pane spezzato per amore, è il rimedio più valido e radicale contro le idolatrie di ieri e di oggi. Inginocchiarsi davanti all’Eucaristia è professione di libertà: chi si inchina a Gesù non può e non deve prostrarsi davanti a nessun potere terreno, per quanto forte. Noi cristiani ci inginocchiamo solo davanti al Santissimo Sacramento, perché in esso sappiamo e crediamo essere presente l’unico vero Dio, che ha creato il mondo e lo ha tanto amato da dare il suo Figlio unigenito (cfr Gv 3,16). Ci prostriamo dinanzi a un Dio che per primo si è chinato verso l’uomo, come Buon Samaritano, per soccorrerlo e ridargli vita, e si è inginocchiato davanti a noi per lavare i nostri piedi sporchi. Adorare il Corpo di Cristo vuol dire credere che lì, in quel pezzo di pane, c’è realmente Cristo, che dà vero senso alla vita, all’immenso universo come alla più piccola creatura, all’intera storia umana come alla più breve esistenza. L’adorazione è preghiera che prolunga la celebrazione e la comunione eucaristica e in cui l’anima continua a nutrirsi: si nutre di amore, di verità, di pace; si nutre di speranza, perché Colui al quale ci prostriamo non ci giudica, non ci schiaccia, ma ci libera e ci trasforma.

Benedetto XVI, Solennità del Corpus Domini 2008

Da Costanza Miriano. La famiglia non è di destra

Venerdì sera tornando a casa da una festa con l’unico marito di cui dispongo attualmente (e di cui abbia mai disposto), abbiamo scoperto di essere fascisti. Su un muro nel quartiere del Pigneto infatti mi sono imbattuta nella scritta Monogamy is the new fascism.

Ora, la gente scrive un sacco di stupidaggini sui muri (a volte, lo ammetto, anche qualcosa di divertente, tipo “dell’amore ho solo le maniglie”), e non è che si debba far l’esegesi di tutto, però è innegabile che il clima generale che si respira in certi ambienti – politica e comunicazione – ha un po’ quello stesso sentore, se addirittura una Senatrice della Repubblica si è fatta fotografare con l’ormai famigerato cartello (Dio patria famiglia che vita de m…, offendendo in un colpo solo un sacco di gente, a partire da chi le paga lo stipendio, la patria). Ma si può rischiare anche di essere incriminati per oltraggio allo Stato pur di dire che la famiglia è un luogo opprimente (a meno che a convivere non siano due persone dello stesso sesso, allora diventa un luogo allegrissimo, e magicamente diventa qualcosa per cui vale la pena combattere strenuamente), e che i suoi difensori sono appunto fascisti, omofobi e via dicendo.

È davvero insopportabile e offensivo per le famiglie questo modo di raccontare la realtà. E mentre si litiga e ci si azzanna e ci si accusa, si perde tempo prezioso: in Italia continuiamo a fare meno figli che in qualsiasi altro paese al mondo. Bisogna agire sulle misure concrete: in Ungheria c’è il baby boom, ed è evidente che il fenomeno non è estraneo al fatto che le donne con quattro figli non pagheranno più tasse per tutto il resto della loro vita. Misure simili in Polonia e Russia. Non è difficile, non ci vogliono chissà quali studi. Qui in Italia invece le famiglie continuano a essere salassate, nessuna differenza se il tuo reddito lo spendi in vacanze di lusso o per mantenere dei figli. Va un po’ meglio se sei solo convivente, mentre se sei sposato e sommi i redditi con quell’altro fascista che ha deciso di sposarti per tutta la vita, niente aiuti.

Come si fa a dire che aiutare la famiglia è di destra? La famiglia è di tutti.

Quanto sarebbe intelligente Zingaretti se andasse a marciare a Verona, invece di dire cose false e assurde, tipo che la gente che sta lì vuole le donne a casa? Tutte le mie amiche multimamme come me, e anche più (sei, sette, otto figli), sono medici (qualcuna è anche primario), avvocati, magistrati, ingegneri, notai, docenti universitarie. Laureate alla Bocconi, al Politecnico, master a Londra e a Boston (mica come Zingaretti e la Fedeli). E poi commesse, segretarie e impiegate. Qualcuna di loro a dire la verità a casa a fare la mamma ci sta per scelta, dopo aver messo una o anche due lauree nel cassetto. Altre ci vorrebbero stare, ma non possono, perché nessuno aiuta loro e i mariti a mantenere i figli: perché la libertà per cui si battono le femministe è solo quella di stare dieci ore al giorno lontane dai figli. Non ne ho mai sentita una battersi per la vera libertà di scelta, che è la libertà dalla necessità economica: le madri che vogliono lavorare devono poterlo fare (io lo faccio), ma quelle che volessero fare le madri a tempo pieno dovrebbero essere libere di farlo, nessuno dovrebbe arrogarsi il diritto di dire quale sia il modo migliore di essere madre.

Mai ho sentito da qualche politico mettere a tema la vera questione che interessa alle donne che lavorano, e che magari per non perdere la posizione faticosamente conquistata in un ateneo, in un ambito di lavoro altamente qualificato devono vivere con enorme fatica e qualche mancanza a casa gli anni in cui i bambini sono piccoli. Perché in Italia non c’è mai stata, che io sappia, un uomo o magari una donna politica che abbia combattuto per il diritto delle donne di poter gestire la loro carriera con flessibilità, avendo la possibilità di allentare l’impegno al lavoro per degli anni, per poi restituire una presenza maggiore in altre fasi della vita dei figli senza pagare uno scotto altissimo?

Queste e molte altre sono le questioni vere che interessano alle donne vere che io conosco, alle famiglie che formano il tessuto bello del nostro meraviglioso paese.

Quanto sarebbe bello se a Verona ci fosse anche la Cei, che in gran parte si oppose agli ultimi Family day, e tutte le forze politiche anche di sinistra: per dire al governo che sarà questo il banco di prova su cui verrà bocciato o riconfermato, magari con la promozione di chi si spenderà di più con misure concrete – non bastano i principi non negoziabili, anche se sono importantissimi. Sarebbe bello che tutti insieme prendessero solennemente un impegno per la famiglia, proclamando una tregua fra le parti, visto che siamo in emergenza, visto che la famiglia è agonizzante, e questo è un dramma per tutti, perché tutti siamo nati da un padre e da un madre. Tutti o siamo cresciuti o avremmo desiderato crescere in una famiglia contenta di stare insieme e senza problemi economici. Allora se c’è la bomba atomica – il calo demografico è da guerra mondiale – smettano di litigare e facciano qualcosa di concreto, invece che indire bandi all’ospedale solo per medici che non fanno obiezione di coscienza sull’aborto, come se fosse un’emergenza (l’aborto è un “servizio” sempre puntualmente erogato dai nostri ospedali, sempre, dal ’78 a oggi).

Qualche giorno fa vedevo il video di Luca Zingaretti e Luisa Ranieri con le figlie, in auto, che cantavano tutti insieme. Era un video allegro, normale direi. Bene, non c’è bisogno di essere cattivi e omofobi come i cattolici per capire che è bello stare insieme, che i bambini sono contenti se vedono i loro genitori cantare insieme in macchina. E’ naturale, è ovvio, è semplice, non c’entra niente col fascismo.

Come si fa a non capire che la famiglia è il progetto naturale per l’uomo, che il cuore umano desidera la monogamia, cioè stare con una persona sola? Poi ci si può sbagliare, gli amori finiscono, per farli durare ci vuole impegno, lo sappiamo, ma quando ci siamo dentro desideriamo essere gli unici per quella persona. Siamo possessivi, ci fa soffrire se la persona che amiamo non ci vuole più, non è questione di essere cattolici, è la natura umana: tutti vogliamo sentirci amati in esclusiva e per sempre. Quanto ai figli, crescono meglio in un legame stabile e sereno e non conflittuale. Se si ragiona su come aiutare le persone a rimanere insieme non significa che si è di destra, è solo che è meglio per tutti se le relazioni durano. Sono tali ovvietà che non dovrebbe neppure essere necessario dirle.

Come è successo invece che questa è diventata una battaglia di destra?

Come è successo che la sinistra si sia sempre più radicalizzata, arrivando a sostenere tesi offensive del senso comune? Se si vuole ripartire dalle periferie, come va di moda dire, bisogna ripartire da quello che la gente normale vive nelle periferie, appunto. Il bisogno di essere sostenuti nello stare insieme è il primo.

Per questo un governo che ha sbandierato le dat e le unioni civili come le sue due grandi conquiste di civiltà è stato così severamente punito alle urne. Non è che l’elettorato si sia improvvisamente spostato a destra, e che tutti siamo diventati cattivi e populisti. E’ solo il buon senso che è sparito da certe agende politiche e da gran parte della comunicazione.

Fonte:https://costanzamiriano.com/2019/03/19/la-famiglia-non-e-di-destra/#more-20498