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Avviata la Causa di Beatificazione e Canonizzazione di don Silvio Galli, SDB

(AgenziaNotizieSalesiane – Roma) – Il 12 giugno 2019, VII anniversario della nascita al cielo di don Silvio Galli, è stato ufficialmente presentato al vescovo di Brescia, mons. Pierantonio Tremolada, il Supplex libellus, cioè l’istanza ufficiale con la quale la Congregazione Salesiana chiede l’apertura dell’Inchiesta diocesana sulle virtù, la fama di santità e di segni di don Silvio Galli, Sacerdote Professo della Società di san Francesco di Sales.

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Da Giacometo. “Ah, questi preti!…” (prima puntata)

Operaio, a te particolarmente è dedicato il presente libretto. Ecco la vera luce sotto cui devi vedere il sacerdote, il cappellano del lavoro che viene settimanalmente a trovarti nel luogo stesso delle tue fatiche quotidiane. Non renderti supinamente schiavo del pre­giudizio e delle banali insinuazioni del solito compagno saputello, che vuol farla sempre da maestro e sgancia giudizi e sentenze su tutto e tutti con quella competenza che tu ben sai quando si tratta di lavoro. Fa’ questa esperienza: avvicinati al tuo Cap­pellano, parla un po’ con lui, chiedigli qualche favore e conoscerai chi egli veramente sia. Egli ti è amico, fratello, padre; viene a te con disinteresse assoluto, non ti chiede nulla, ti vuole invece tutto regalare; ti vuole sopra tutto donare la luce, il sorriso, il bacio di Cristo ope­raio, perché la tua ardua fatica quotidiana ne sia illuminata, nobilitata e santificata, e ti sia resa più lieve; perché la tua anima sia ricolma di pace e di gioia (Don Angelo, Padova, 15 gennaio 1945).

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Pecorelle smarrite? Chiedo la tua opinione…

Così ha intitolato il suo sito un mio amico matematico e informatico (https://pecorellesmarrite.altervista.org/?doing_wp_cron=1552061779.1141300201416015625000 ). Come sottotitolo una citazione dal vangelo: “Il Figlio dell’uomo troverà ancora fede sulla terra?”

Egli sente e sa benissimo di essere affidato alle cure di un Buon Pastore in cielo, ma gli pare che le lacerazioni che attualmente trafiggono la Chiesa siano veramente pesanti. Ho intuito in lui l’impressione che, se pur a fatica può contare del tutto sul Pastore celeste, i pastori della Chiesa cattolica qui in terra non siano più un riferimento per gli uomini e le donne del nostro tempo.

Sia lui che io ci teniamo a dire: “la Chiesa cattolica”, non solo per evitare le beghe e i troppo facili travisamenti di un certo ecumenismo (= dialogo tra cristiani, non con le altre religioni – quello è dialogo interreligioso, non ecumenico) ma soprattutto nella lode a Dio per far parte di una Chiesa che – nella misura in cui rimane se stessa – può veramente ambire ad essere “cattolica” (=universale).

E’ vero che i bravi sacerdoti ci sono e sono tanti, ma non rischiano troppo facilmente di diventare dei semplicissimi burocrati?

Un esempio concretissimo, ma che mi pare molto significativo. Appena arrivato nella casa salesiana e nella diocesi in cui attualmente vivo, ho cercato fuori dalla mia comunità (per avere un minimo di “distacco” tra me e il mio confessore) un sacerdote che fosse disposto a divenire il mio confessore regolare. Bene, ho dovuto pellegrinare almeno per 6 tappe: altrettanti sacerdoti che mi hanno accolto da fratelli e da padri, ma nel momento cruciale della domanda, hanno declinato cortesemente, dicendo “non sono preparato”, “non ho tempo”…

Ma se un sacerdote non SI CONFESSA e NON CONFESSA, come può ritenersi pastore del suo gregge?

Per ora basta così, anche se gli esempi di sacerdoti che – a pelle, forse sbagliando – mi sono parsi “tiepidi” (= per l’Apocalisse, vomitevoli) sarebbero – purtroppo – numerosi.

Ci terrei tantissimo al tuo parere su tutte queste cose. Che ti pare?

Da La Nuova Bussola Quotidiana. Finalmente un vescovo tuona contro le messe sacrileghe

Il parroco affida le parole della consacrazione ad un laico. E il vescovo interviene tuonando contro i sacrilegi a messa. Succede a Reggio Emilia dove Massimo Camisasca pubblica una lettera molto dura sugli abusi e il rispetto delle norme liturgiche: “Dovremo risponderne davanti a Dio”. Una mossa impopolare, ma giusta. E che conferma il diritto-dovere del fedele di protestare.

“E’ gravemente illecito associare i fedeli alle parole del Canone e addirittura chiedere loro di pronunciarne qualche parte. La celebrazione diventerebbe invalida quando fossero i laici a pronunciare le parole della Consacrazione”.  

Un forte richiamo al corretto uso della liturgia durante la Santa Messa e un appello a cessare le liturgie creative fatte dai preti è quello che il vescovo di Reggio Emilia e Guastalla Massimo Camisasca ha recapitato a tutti i sacerdoti e ai fedeli nel settimanale diocesano La Libertà. 

Una lettera sulla liturgia, dunque, per fermare quei preti che intendono la messa come cosa loro, di cui poter disporre a piacimento. In questi anni ne abbiamo sentite di diversi colori, in Italia e nel mondo: preti che non dicono il Credo o lo inventano, parti della messa affidate a laici o a esponenti di altre confessioni religiose, show di ogni tipo durante la celebrazione. Il catalogo delle messe creative rappresenta una ferita nel cuore stresso della Chiesa, la celebrazione dell’Eucarestia e la campagna della Nuova BQ #salviamolamessa lo ha mostrato molto bene. Ma di fronte a questi episodi, spesso ostentatamente pubblicizzati dai sacerdoti, si è iniziato a fare finta di nulla. Questo ha provocato grave scandalo nei fedeli e il pullulare di messe sempre più creative e sempre più dissacranti. 

In questo senso la lettera di Camisasca ai suoi preti, una lettera di richiamo a tutti gli effetti, assume un valore importante di ristabilimento del diritto. Anzitutto, quello di Dio ad essere adorato come chiede e in secondo luogo il diritto dei fedeli a partecipare ad una sacra liturgia proficua per la propria salute spirituale. Diritto che le iniziative di preti creativi e sciatti calpestano bellamente a volte con l’arroganza dei potenti. La lettera dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, che protestare con il vescovo quando si assiste ad abusi e violazioni gravi nella liturgia, serve ed è utile. Come confermava sulle nostre colonne anche il cardinal Muller a proposito del diritto di protestare con il sacerdote che abusa del suo ruolo fino addirittura ad andarsene se la celebrazione diventa palesemente invalida. 

La missiva pubblica infatti nasce a seguito di una serie di segnalazioni pervenute a Camisasca circa il comportamento di alcuni sacerdoti diocesani. Il riferimento infatti alle parole della consacrazione affidate ai laici è legato ad un episodio che è stato segnalato al vescovo da un fedele: un sacerdote, durante la messa del 1 gennaio, ha affidato la lettura del Canone a una fedele, donna!

Il motivo? Nella segnalazione si dice che il prete avrebbe accampato la scusa di essere stanco. Chissà, forse i festeggiamenti della notte precedente del Veglione di San Silvestro lo avevano costretto a fare le ore piccole? O forse ha voluto dare un segnale di una nuova forma di concelebrazione mista? Sia come sia, il fedele, che aveva sentito la cosa soltanto riferita, ha chiesto conferma prima di tutto al vescovo. E per sicurezza ha inoltrato la missiva anche alla Congregazione del Culto divino e poi alla Congregazione per la dottrina della fede. Non sappiamo se Camisasca abbia verificato la notizia, né se abbia ricevuto conferma di quell’episodio specifico. Ma dal monito nella missiva sulla consacrazione affidata ai laici pare proprio di sì. Anche a giudicare da quello che il vescovo dice successivamente: “Mi permetto di ricordare tutto ciò, che penso ovvio per la stragrande maggioranza di tutti noi, perché sento e vedo qua e là serpeggiare confusioni o manifestazioni erronee a riguardo di ciò di cui ho finora parlato”. 

Importante poi la chiusa finale: “Desidero che il popolo cristiano non sia mai confuso e disorientato nella sua fede. E’ una grave responsabilità che tutti abbiamo e di cui dovremo, io per primo, rispondere a Dio”. Parole certamente gravi, che arrivano a conclusione di un documento denso di riferimenti dottrinali sul significato, il valore e la sacralità della santa messa. Come ad esempio la Costituzione conciliare Sacrosantum Concilium della quale molti preti hanno letto probabilmente soltanto il cosiddetto spirito e non la sua lettera dato che in essa non vi si trova nessuna concessione alle arbitrarietà e agli abusi a cui poi nei successivi 50 anni abbiamo assistito e che – tanto per dirne una – venne firmata addirittura da monsignor Lefevbre.

Resta il fatto che di fronte a un sacrilegio vero e proprio come quello compiuto a Reggio Emilia, il vescovo abbia sentito il bisogno di alzare la voce per riparare un delitto così grave. Un atto di coraggio e per certi versi profetico, che indica qual è il bene principale che si gioca nella messa. Un bene del quale i preti non possono disporre arbitrariamente e del quale un giorno si dovrà rispondere di fronte a Dio.

Autore: Andrea Zambrano

Fonte:http://www.lanuovabq.it/it/finalmente-un-vescovo-tuona-contro-le-messe-sacrileghe

Lettera di un sacerdote cattolico al NEW YORK TIMES

Caro fratello e sorella giornalista:

Sono un semplice sacerdote cattolico. Sono felice ed orgoglioso della mia vocazione. Da vent’anni vivo in Angola come missionario.
Vedo in molti mezzi di informazione, soprattutto nel vostro giornale, l’ampliamento del tema dei sacerdoti pedofili, con indagini condotte in modo morboso sulla vita di alcuni sacerdoti. Così si parla di uno di una città negli Stati Uniti negli anni ‘70, di un altro nell’Australia degli anni ‘80, e cosi a seguire di altri casi recenti…
Certamente questo è da condannare!
Si vedono alcuni articoli giornalistici misurati ed equilibrati, ma anche altri pieni di preconcetti e persino di odio.
Il fatto che persone, che dovrebbero essere manifestazioni dell’amore di Dio, siano come un pugnale nella vita di innocenti, mi provoca un immenso dolore. Non esistono parole che possano giustificare tali azioni. E non c’è dubbio che la Chiesa non può che schierarsi a fianco dei più deboli e dei più indifesi. Pertanto ogni misura che venga presa per la protezione e la prevenzione della dignità dei bambini sarà sempre una priorità assoluta.
Tuttavia, incuriosisce la disinformazione e il disinteresse per migliaia e migliaia di sacerdoti che si spendono per milioni di bambini, per tantissimi adolescenti e per i più svantaggiati in ogni parte del mondo! Ritengo che al vostro mezzo di informazione non interessi che io nel 2002, passando per zone minate, abbia dovuto trasferire molti bambini denutriti da Cangumbe a Lwena (in Angola), poiché nè se ne occupava il governo, nè le ONG erano autorizzate. E neanche vi importa che io abbia dovuto seppellire decine di piccoli, morti nel tentativo di fuggire dalle zone di guerra o cercando di ritornare, nè che abbiamo salvato la vita a migliaia di persone in Messico grazie all’unica postazione medica in 90.000 Km2, e grazie anche alla distribuzione di alimenti e sementi. Non vi interessa neppure che negli ultimi dieci anni abbiamo dato l’opportunità di ricevere educazione ed istruzione a più di 110.000 bambini…
Non ha risonanza mediatica il fatto che, insieme ad altri sacerdoti, io abbia dovuto far fronte alla crisi umanitaria di quasi 15.000 persone tra le guarnigioni della guerriglia, dopo la loro resa, perché non arrivavano alimenti nè dal Governo, nè dall’ONU.
Non fa notizia che un sacerdote di 75 anni, Padre Roberto, ogni notte percorra la città di Luanda e curi i bambini di strada, li porti in una casa di accoglienza nel tentativo di farli disintossicare dalla benzina e che in centinaia vengano alfabetizzati. Non fa rumore che altri sacerdoti, come Padre Stefano, si occupino di accogliere e dare protezione a ragazzi picchiati, maltrattati e persino violentati.
E non interessa che Frate Maiato, malgrado i suoi 80 anni, vada di casa in casa confortando persone malate e senza speranza.
Non fa notizia che oltre 60.000, tra i 400.000 sacerdoti e religiosi, abbiano lasciato la propria terra e la propria famiglia per servire i loro fratelli in un lebbrosario, negli ospedali, nei campi profughi, negli istituti per bambini accusati di stregoneria o orfani di genitori morti di AIDS, nelle scuole per i più poveri, nei centri di formazione professionale, nei centri di assistenza ai sieropositivi…o, soprattutto, nelle parrocchie e nelle missioni, incoraggiando la gente a vivere e ad amare.
Non fa notizia che il mio amico, Padre Marco Aurelio, per salvare alcuni giovani durante la guerra in Angola li abbia condotti da Kalulo a Dondo e sulla strada di ritorno alla sua missione sia stato trivellato di colpi; non interessa che frate Francesco e cinque catechiste, per andare ad aiutare nelle aree rurali più isolate, siano morti per strada in un incidente; non importa a nessuno che decine di missionari in Angola siano morti per mancanza di assistenza sanitaria, per una semplice malaria; che altri siano saltati in aria a causa di una mina mentre andavano a far visita alla loro gente.
Nel cimitero di Kalulo si trovano le tombe dei primi sacerdoti giunti nella regione…nessuno è arrivato ai 40 anni!
Non fa notizia accompagnare la vita di un sacerdote “normale” nella sua quotidianità, tra le sue gioie e le sue difficoltà, mentre spende la propria vita, senza far rumore, a favore della comunità di cui è al servizio.
La verità è che non cerchiamo di fare notizia, bensì semplicemente cerchiamo di portare la Buona Notizia, quella che senza rumore inizió nella notte di Pasqua. Fa più rumore un albero che cade, che non un bosco che cresce.
Non è mia intenzione fare un’apologia della Chiesa e dei sacerdoti. Il sacerdote non è nè un eroe, nè un nevrotico. È un semplice uomo che, con la sua umanità, cerca di seguire Gesù e di servire i suoi fratelli. In lui ci sono miserie, povertà e fragilità come in ogni essere umano; ma ci sono anche bellezza e bontà come in ogni creatura…
Insistere in modo ossessivo e persecutorio su un tema, perdendo la visione di insieme, crea realmente caricature offensive
del sacerdozio cattolico e di questo mi sento offeso.
Giornalista: cerchi la Verità, il Bene e la Bellezza. Tutto ciò la renderà nobile nella sua professione.
Amico… le chiedo solo questo…

In Cristo,

Padre Martín Lasarte sdb
“Il mio passato, Signore, lo affido alla tua Misericordia; il mio presente al tuo Amore; il mio futuro alla tua Provvidenza”

Il silenzio nella Santa Messa

Il silenzio non si riduce all’assenza di parole, bensì nel disporsi ad ascoltare altre voci: quella del nostro cuore e, soprattutto, la voce dello Spirito Santo. Nella liturgia, la natura del sacro silenzio dipende dal momento in cui ha luogo: «Durante l’atto penitenziale e dopo l’invito alla preghiera, aiuta il raccoglimento; dopo la lettura o l’omelia, è un richiamo a meditare brevemente ciò che si è ascoltato; dopo la Comunione, favorisce la preghiera interiore di lode e di supplica» (Ordinamento Generale del Messale Romano, 54). Dunque, prima dell’orazione iniziale, il silenzio aiuta a raccoglierci in noi stessi e a pensare al perché siamo lì. Ecco allora l’importanza di ascoltare il nostro animo per aprirlo poi al Signore. Forse veniamo da giorni di fatica, di gioia, di dolore, e vogliamo dirlo al Signore, invocare il suo aiuto, chiedere che ci stia vicino; abbiamo familiari e amici malati o che attraversano prove difficili; desideriamo affidare a Dio le sorti della Chiesa e del mondo. E a questo serve il breve silenzio prima che il sacerdote, raccogliendo le intenzioni di ognuno, esprima a voce alta a Dio, a nome di tutti, la comune preghiera che conclude i riti d’introduzione, facendo appunto la “colletta” delle singole intenzioni. Raccomando vivamente ai sacerdoti di osservare questo momento di silenzio e non andare di fretta: «preghiamo», e che si faccia il silenzio. Raccomando questo ai sacerdoti. Senza questo silenzio, rischiamo di trascurare il raccoglimento dell’anima.

Il sacerdote recita questa supplica, questa orazione di colletta, con le braccia allargate è l’atteggiamento dell’orante, assunto dai cristiani fin dai primi secoli – come testimoniano gli affreschi delle catacombe romane – per imitare il Cristo con le braccia aperte sul legno della croce. E lì, Cristo è l’Orante ed è insieme la preghiera! Nel Crocifisso riconosciamo il Sacerdote che offre a Dio il culto a lui gradito, ossia l’obbedienza filiale.

Nel Rito Romano le orazioni sono concise ma ricche di significato: si possono fare tante belle meditazioni su queste orazioni. Tanto belle! Tornare a meditarne i testi, anche fuori della Messa, può aiutarci ad apprendere come rivolgerci a Dio, cosa chiedere, quali parole usare. Possa la liturgia diventare per tutti noi una vera scuola di preghiera.

 

Fonte:

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/events/event.dir.html/content/vaticanevents/it/2018/1/10/udienzagenerale.html