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Come cera in mano a Dio. Venezia

Giovedì 18 gennaio 2018, ore 18.30 – PATRONATO SALESIANO LEONE XIII, Calle San Domenico 1281 – Castello 30122 Venezia.

 

Presentazione attraverso le immagini

Domande all’Autore

Firma libri

Natale mistero d’Amore

Tutto il creato, il cosmo, la Chiesa intera, ogni uomo e donna invochi con la trepidanza e gioia degli amanti:

“Vieni Signore, Gesù!”

Vieni anche oggi, trovandoci con le porte e le finestre aperte, anche se il vento dello Spirito porta a fare fracasso o a rimanere al gelo superficiale delle incertezze.

Nel profondo del cuore percepiremo, invece un calore e una gioia insospettabili e forse mai sperimentati.

 

Nessuno ti chiamerà più Abbandonata,

né la tua terra sarà più detta Devastata,

ma sarai chiamata Mia Gioia

e la tua terra Sposata,

perché il Signore troverà in te la sua delizia

e la tua terra avrà uno sposo.

[Isaia]

 

Tu vivi sempre nei tuoi atti.

Con la punta delle dita

sfiori il mondo, gli strappi

aurore, trionfi, colori,

allegrie: è la tua musica.

La vita è ciò che tu suoni.

 

Dai tuoi occhi solamente

emana la luce che guida

i tuoi passi. Cammini

fra ciò che vedi. Soltanto.

 

E se un dubbio ti fa cenno

a diecimila chilometri,

abbandoni tutto, ti lanci

su prore, su ali,

sei subito lì; con i baci,

coi denti lo laceri:

non è più dubbio.

Tu mai puoi dubitare… Ma in realtà con la vita che continua permetti ad un dubbio di scavarti dentro … fino a ripetere senza stancarsi:

Al di là, più in là, più oltre.

Al di là di te ti cerco.

[da una poesia d’amore di Pedro Salinas nel poema La voce a te dovuta.

Natale non è altro che mistero d’amore]

 

Ho sentito Dio veramente gravido di me. Quanto ha gioito Dio di fronte alla nostra gioia; quanto patisce per il dolore innocente; per la madre che vede il figlio, che fino ad allora era sano, completamente bloccato per una cura sbagliata…

Trento e le sue chiese: Sovrasta la Madonna addolorata.

Fa pensare a Gesù che nasce scansando di poco una strage di bimbi innocenti.

Terra abbandonata, devastata. Così viene inizialmente descritta la terra di stretta appartenenza del Signore. Una ragazza una volta disse a papà e mamma: “mi avete dato tante cose, ma non amore”. Mi sembra che già qui vengano proclamate due verità tanto scomode quanto reali.

 

La prima: siamo noi, uomini e donne, cominciamo guardandoci attorno tra noi che siamo qui, ad essere la terra di stretta appartenenza del Signore. Si pensa subito a preti e suore come direttamente consacrati a Dio. È vero, ma riduttivo. In forza del fatto che Dio non ci ha creato come cose, come oggetti, come macchine, ma come persone. Riflettiamo su tutte le volte che noi pensiamo i nostri amici, marito, moglie, figli… come un mezzo che dovrebbe produrre la nostra soddisfazione, la nostra serenità, il nostro benessere. L’altro sarebbe creato allo scopo della nostra happyness (Mulino Bianco)… e noi? Tanti, specie negli ultimi anni, si giustificano dicendo: se no (vado) andiamo in fallimento. Ma il vero fallimento non è solo quello economico: è la partita persa di persone che non si permettono di amare e non permettono agli altri di amarli.

Cominciare subito ad amare. Sì, ma come?

– non perdere l’occasione di dare la mano a due persone in più oggi durante il momento dello scambio della pace,

– doniamo il sorriso e portiamolo ogni giorno; come fosse il mazzo di chiavi che prendiamo il mattino uscendo di casa, non scordiamolo mai

– telefoniamo ad un amico (o il papà, la mamma, i figli…) che non sentiamo più perché quella volta è successo che…

È Natale: si azzera il rancore, lo si converte in qualcosa di meno meschino (qui mi viene in mente una lettura di un testo delle elementari, il cui titolo era: il peso dell’odio.
E diceva in soldoni che un mendicante per anni ha portato una pietra nella bisaccia per poter colpire il ricco che lo aveva umiliato un giorno, e quando ha avuto finalmente l’occasione, incontrando il ricco dopo anni,  di lanciargli quella pietra… l’ha lasciata cadere a terra, e ha capito quanto gli era pesata per anni nella bisaccia, in spalla , mentre il cuore si era finalmente alleggerito dal peso di un odio che, ormai, non aveva più senso).

La seconda verità che mi pare di intravedere in queste parole: quanti uomini, donne, bambini, adolescenti abbandonati e profondissimamente feriti! Ma anche qui, non andiamo a cercare lontano. Famiglie divise, persone umiliate, ragazzi che non vengono mai ascoltati, adolescenti a cui non è permesso di meravigliarsi e di sognare il presente e il futuro. Quanti nostri contemporanei sotto anestesia. O perché si lasciano imbambolare da mille cose, o perché auto-anestetizzati: se non lo fossero, soffrirebbero troppo.

Anche a causa di noi uomini, donne di Chiesa: siamo ancora capaci di ascoltare, di perdere il tempo, di giocare, di donare un sorriso?

Ma allora chi sono io? Dice il Signore: il tuo vero nome è “mia gioia” (da quanto non ci chiamiamo così in famiglia?), “delizia del Signore”, amata prescelta e scelta.

 

  • Che vale il mondo rispetto alla vita?
  • E che vale la vita se non per essere data?
  • E perché tormentarsi quando è così semplice obbedire? [a Dio]

 

  • L’Angelo squillante ancora una volta ai cieli e alla terra in ascolto dà l’annunzio usato
  • Sì, Voce-di-Rosa, Dio è nato!
  • Dio si è fatto uomo!
  • È morto!
  • È risuscitato!
  • Le campane non sono il segno dell’Angelus, ma quello della comunione.
  • Le tre note come un sacrificio ineffabile sono accolte nel seno della Vergine senza peccato.
[Paul Claudel, nell’altissimo dramma dell’Annuncio a Maria]

Mai nessuno disperi per sempre [padre David Maria Turoldo]

Un santo vescovo augurava proprio a Natale “tanti auguri scomodi”. Anche a voi, tanti auguri scomodi, ma che magari ci scandalizzino, l’importante è che non ci lascino [cominciando da noi preti] impassibili nelle nostre sicurezze, nel nostro egoismo, orgoglio e superbia. Bene, continuiamo con le tradizioni di sempre… ma anche a me, anche a voi… TANTI AUGURI SCOMODI!

Scambio ammirevole

Ma l’angelo gli disse: «Non temere, Zaccarìa, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, e tu lo chiamerai Giovanni. Avrai gioia ed esultanza, e molti si rallegreranno della sua nascita, perché egli sarà grande davanti al Signore; non berrà vino né bevande inebrianti, sarà colmato di Spirito Santo fin dal seno di sua madre e ricondurrà molti figli d’Israele al Signore loro Dio. Egli camminerà innanzi a lui con lo spirito e la potenza di Elìa, per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo ben disposto».

 

Dal vangelo secondo Luca

 

 

Don Tonino Bello:

E ora vogliamo chiedere perdono se, come Chiesa, qualche volta abbiamo disatteso il tuo stile: soprattutto quando non abbiamo testimoniato la reciprocità. Abbiamo giudicato i “barbari” costituzionalmente incapaci di poterci offrire qualcosa che noi non avessimo già. Abbiamo rifiutato il baratto con le culture altre. Abbiamo trascurato la trattativa con il diverso. Ci è sfuggito di mente quel vocabolo di sapore volutamene mercantile con il quale i testi liturgici hanno l’audacia di designare il mistero dell’incarnazione: “commercium”, ovvero “admirabile commercium“, scambio ammirevole.
Insomma talvolta abbiamo preteso di dare soltanto, senza accogliere nulla, per non contaminare la nostra aristocrazia puritana. Ha resistito in noi una pregiudiziale di superiorità. Ci siamo dimenticati che il dono unilaterale è la forma più sottile di potere. Ci siamo illusi che per essere missionari sia sufficiente trasportare battesimi, teologia, civiltà. E cinquecento anni fa, mentre i conquistatori, le cui spade non abbiamo avuto sufficiente coraggio di maledire, mettevano nelle loro bisacce oro e ricchezza, noi come Chiesa non abbiamo saputo mettere nella nostra bisaccia neppure un frusto di anima Amerinda, dopo averne data tanta della nostra.

Libro della settimana. Simona Atzori, “dopo di te”

“Ora so che posso volare anche da sola. Grazie a te, mamma” (S. Atzori)

 

Le emozioni intime della ballerina, pittrice e scrittrice nata senza braccia riguardo la perdita della madre, in un libro delicato e forte

“Cosa ne sarà di mio figlio dopo di me? Chi lo proteggerà? Chi lo aiuterà?” Queste sono le domande che rappresentano la preoccupazione più grande di molti genitori, soprattutto nel caso in cui i figli abbiano delle disabilità. Un po’ la sensazione e quell’istinto innato di protezione, un po’ perché in Italia sono ancora insufficienti le leggi che si occupano di risolvere in modo definitivo la questione del “dopo di noi”.

Questi interrogativi possono trovare una risposta nelle parole di Simona Atzori: ballerina, pittrice e scrittrice, nata senza braccia che decide di dedicare la sua seconda opera letteraria (la prima nel 2011 Cosa ti manca per essere felice?) alla sorella Gioia, al padre e alla madre Tonina, rivolgendosi direttamente a quest’ultima.

“Dopo di te -Ora so che posso volare anche da sola. Grazie a te, mamma-” è il titolo del libro, un diario intimo  e toccante in cui Simona ripercorre l’ultimo periodo di vita di sua madre, dall’inizio della malattia fino al suo ultimo respiro, svelandole preoccupazioni e sentimenti che in quel periodo provava silenziosamente e che faticava ad esprimere. Mentre soffriva per la madre, contemporaneamente emergeva in Simona la consapevolezza che la sua vita sarebbe cambiata.

Ti ricordi mamma quando il giorno della mia nascita hai avuto la sensazione che l’ospedale e tutta Milano ti crollassero addosso? Trentotto anni dopo, nello stesso mese di giugno avevo l’impressione di sentirmi così. La differenza era che, se la tua sensazione arrivava in coincidenza con un inizio – che tu, grazie a Dio, hai saputo trasformare in luce e speranza di vita vera-, la mia sapeva di buio, di disperazione, di fine.”

In “Dopo di te” Simona racconta passo per passo come è riuscita a maturare ed accettare questa consapevolezza. La iniziò a sentire dentro di sé, le sarebbe mancato quel sostegno che sempre l’aveva sorretta e che l’aveva aiutata ad affrontare con grinta le sfide della vita. Una donna forte quella che descrive Simona, un pilastro della famiglia, fino a  quando la malattia portò  a cambiare le dinamiche all’interno della loro famiglia: i ruoli si stavano capovolgendo, era Tonina che avrebbe avuto bisogno del loro sostegno:
“Una parte di noi avrebbe voluto chiamare la mamma, come sempre da piccole nei momenti critici, ma ora eravamo noi chiamate a proteggere lei, la donna che ci aveva sempre protetto. In qualche modo eravamo diventate noi la sua mamma, ed era giusto così. Sapevamo che anche papà avrebbe avuto bisogno del nostro aiuto, di essere accompagnato per mano e con delicatezza, in questo nuovo percorso. Sapevamo che avremmo dovuto proteggere anche lui. (…)Avrei voluto essere più forte, ma non ce l’ho fatta. Per la prima volta avevo la sensazione che anche tu fossi fragile. Riuscivo a pensare solo che anche le leonesse cadono, benché tu non fossi ancora caduta- e, per la verità, non sei mai caduta. Ero io: io stavo cadendo. Io ero inciampata e temevo che non sarei riuscita a tenermi in piedi.

Un rapporto speciale come quello che spesso si instaura tra una madre e una figlia ma che nel caso di Simona e la madre si è sempre contraddistinto dal fatto che Tonina, come ha dichiarato Simona, fungeva da braccia alla figlia, sostenendo anche le sue scelte artistiche: l’accompagnava durante le esibizioni e nei numerosi viaggi in giro per l’Italia.
Così Simona racconta i primi suoi timori, come quella volta in cui doveva andare a Roma a ballare per il concerto per il Papa, pensando che sarebbe stata accompagnata, come per tutti gli spettacoli precedenti, dalla madre. Questa volta Tonina a causa del suo malessere non poteva andare. Simona  inizialmente decise di non partire ma la madre “si arrabbiò”, mai avrebbe permesso che sua figlia rinunciasse allo spettacolo. Simona quindì partì e  durante il viaggio in treno, in direzione Roma, la ballerina capì che “il dopo di te, in un certo senso era già cominciato”.

E’ la storia di una famiglia normale, di una madre che ha raccolto tutte le sfide della vita, superandole anche con ironia. Una madre che alle figlie ha voluto dare tutti gli strumenti per poter vivere serenamente. Ed in particolare a Simona, ha voluto far comprendere la vita, da un lato diventando le sue braccia, dall’altro aprendole tutte le possibilità per riuscire ad essere serena con ciò che ha, concentrandosi sempre su ciò che può fare e non su ciò che non può fare, con coraggio (quante volte se lo sono sentite dire!)  e umiltà, un sentimento che Simona ha imparato a scoprire ed a comprendere grazie alla madre.

“Ecco cosa mi era mancato. L’umiltà di accettare i cambiamenti, di perdonarmi se non ce la facevo, di smettere d’insistere quando era troppo. Volevo così tanto farcela da sola che stavo rischiando di smarrirmi, di non riuscire ad accettare fino in fondo gli enormi cambiamenti che mi erano capitati; è stata la sfida maggiore di quel periodo: accogliere il cambiamento con coraggio.(…)Dovevo farmi forza, raccogliere la signora Umiltà nella mia vita e farla accomodare nel posto d’onore della mia casa. Avrei dovuto guardala negli occhi ogni volta che stavo male, ogni volta che piangevo, ogni volta che chiedevo a Dio il perché di tutto questo. L’ho fatto. Lei mi è sempre stata accanto per ricordarmi, con pazienza, che potevo farcela. Potevo smetterla di lottare e accettare il cambiamento.”

Simona non si è abituata all’assenza della madre ma sa che, come ha fatto in questo libro, può trovare il modo di comunicare con lei, magari attraverso l’arte, in un quadro o ballando, come piaceva tanto a Tonina.

 

Fonte: https://www.disabili.com/aiuto/articoli-qaiutoq/simona-atzori-racconta-il-suo-dopo-di-te-alla-madre

Creature e creatore. 6. La spesa di san Martino

Almeno dalle mie parti, San Martino è uno dei Santi più conosciuti sia per via di quella sua “estate” che spalanca le porte ai rigori dell’inverno, sia perché nel giorno della sua festa vengono benedetti i prodotti della terra e le macchine agricole (una volta i raccolti ed il bestiame).

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Prepariamoci alla Prima Giornata Mondiale dei Poveri: 19 novembre 2017

Desidero che le comunità cristiane, nella settimana precedente la Giornata Mondiale dei Poveri, che quest’anno sarà il 19 novembre, XXXIII domenica del Tempo Ordinario, si impegnino a creare tanti momenti di incontro e di amicizia, di solidarietà e di aiuto concreto. Potranno poi invitare i poveri e i volontari a partecipare insieme all’Eucaristia di questa domenica, in modo tale che risulti ancora più autentica la celebrazione della Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo, la domenica successiva. La regalità di Cristo, infatti, emerge in tutto il suo significato proprio sul Golgota, quando l’Innocente inchiodato sulla croce, povero, nudo e privo di tutto, incarna e rivela la pienezza dell’amore di Dio. Il suo abbandonarsi completamente al Padre, mentre esprime la sua povertà totale, rende evidente la potenza di questo Amore, che lo risuscita a vita nuova nel giorno di Pasqua.
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