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Jakarta (AsiaNews). Ancora sull’attacco terroristico in Indonesia

“Sono triste e preoccupato, ma quanto è accaduto ieri non mi sorprende. Esso è il raccolto dei primi semi dell’estremismo, piantati decenni fa”. È quanto afferma in una lettera Ahmad Faiz Zainuddin, compagno di scuola di Dita Oeprianto ai tempi del liceo. Quest’ultimo è il capo della famiglia responsabile degli attacchi suicidi che ieri mattina hanno colpito tre chiese cristiane di Surabaya, capoluogo della provincia di East Java.

La radicalizzazione di Dita Oeprianto ha avuto inizio nelle classi dello Sman 5, istituto statale di Surabaya dal quale si è diplomato nel 1991, quattro anni prima di Zainuddin. Egli scrive: “A distanza di 25 anni, è accaduto ciò che temevo ai tempi della scuola”. Come ogni buon giovane musulmano, Zainuddin era solito riunirsi con i suoi coetanei per regolari incontri di preghiera. Tuttavia, durante la sua partecipazione ad un seminario, fu sorpreso e scioccato da alcune “pratiche di lavaggio del cervello”, esercitate dagli studenti più grandi nei confronti dei ragazzi più piccoli. Questi venivano incoraggiati a fondare un movimento per far nascere lo Stato islamico d’Indonesia (Nii).

“Ci veniva detto che per promuovere tale idea erano necessari enormi finanziamenti e che rubare è moralmente giusto solo per una causa: l’Nii – racconta Zainuddin – Venivamo invitati a rubare denaro ai nostri genitori e consegnare loro i fondi. Il mio mentore dichiarava persino lo status professionale di ‘guerriero santo’ e non quello di studente”.

In quegli anni era molto popolare tra gli alunni il mensile Sabilli, che per suscitare le loro giovani emozioni raccontava di come i musulmani della Bosnia-Herzegovina venissero “massacrati” dai cristiani serbi. Zainuddin rammenta che “alcuni di loro partirono per i Balcani per diventare guerriglieri”. Tuttavia, per tutti i vari insegnamenti islamici radicali che leggeva e approfondiva, uno dei ragazzi lo preoccupava in maniera particolare: “Era il mio superiore – il defunto Dita – Negli anni seguenti, egli è poi diventato il capo di Jad [Jamaah Ansharut Daulah, gruppo terrorista legato all’Isis] a Surabaya”.

“Non mi sorprende ciò che Dita è arrivato a fare: farsi esplodere insieme alla sua famiglia per il jihad. Pensava che questo fosse il modo migliore per attuare un jihad di grande valore. Quel tipo di radicalismo è fiorito molto bene nella sua mente e nel cuore 30 anni fa”, spiega Zainuddin. Parlare di Dita gli ricorda anche un altro studente, che a scuola si rifiutava di partecipare alla cerimonia dell’alzabandiera: “Pensava che salutare la bandiera indonesiana durante la cerimonia fosse illecito e che anche cantare l’inno nazionale fosse sbagliato. Il governo era per lui ‘thoghut’, tiranno”.

La scuola non prendeva sul serio tali pensieri poiché all’epoca non si verificavano attentati con esplosivi. Zainuddin afferma che “questi pensieri estremisti facevano breccia nelle menti e nei cuori di alcuni studenti, che non erano toccati dalle parole e dai consigli degli educatori”. Tuttavia, la radicalizzazione non avveniva solo suo liceo, ma anche in “diverse scuole di Surabaya”.

La serie di attentati di ieri rende Zainuddin “certo che l’estremismo ed il radicalismo, insieme alle azioni terroristiche, sono chiari ed incombenti”. “Quelle violenze sono successe nel nostro vicinato e sono reali – dichiara – Ciò che mi rattrista è il fatto che quella famiglia abbia compiuto il suo ultimo saluto ed abbia pregato con altri musulmani nella moschea locale. Li hanno abbracciati, prima di prendere la loro strada e farsi esplodere nel luogo stabilito”.

“I proiettili possono uccidere i terroristi, ma solo una buona educazione può cancellare i loro pensieri radicali. Restate al sicuro. Restate ottimisti. Diffondete amore e compassione. E per i miei amati fratelli e sorelle cristiani, le mie più sentite condoglianze a tutti voi. Dal profondo del mio cuore, mi dispiace davvero. Amore e pace per tutti noi”, conclude Zainuddin.

Che vuol dire benedire una coppia di persone dello stesso sesso? di Costanza Miriano

Dopo il membro – di fresca nomina – della Pontificia Accademia per la Vita che in un’aula della Gregoriana invita all’uso della contraccezione (don Maurizio Chiodi), arriva il vicepresidente della Conferenza episcopale tedesca, monsignor Franz-Josef Bode, a chiedere di benedire le unioni tra persone dello stesso sesso, dal momento che “ormai sono un fatto: visto che c’è molto di positivo, buono e corretto in questo, perché non considerare non una messa, ma almeno una benedizione?”.

Il successivo invito alla “piena accettazione da parte della Chiesa di tutte le forme di convivenza, senza dilungarsi in superflue e inutili distinzioni e analisi caso per caso” non ne è che la ovvia conseguenza. Maschi, femmine, sposati o non sposati, non è che staremo a guardare il capello, adesso. Quanto al sacramento, immagino sia considerato un inutile orpello, magari un fatto scenografico. Insomma una Chiesa che fondamentalmente si vergogna di Cristo, che non crede che l’uomo abbia bisogno di essere salvato (dunque, Gesù sarà morto di raffreddore), per cui tenta disperatamente di risultare friendly con tutti (tranne che coi credenti). Un alto prelato a cui l’ho fatto notare mi ha risposto che il suo, il loro lavoro è di strappare le anime al diavolo. Ma ci si chiede (e gli ho chiesto): essere simpatici salva davvero queste persone? Dire che tutto va bene, che tutto è uguale a tutto, è davvero per il bene dell’uomo? L’uomo funziona così? Se vive male ma qualcuno gli dice che va bene lo stesso, tutto funziona? O c’è un male oggettivo che ti fa stare male, indipendentemente dal fatto che qualcuno te lo dica o no?

Nello specifico: che vuol dire benedire una coppia di persone dello stesso sesso? Se vuol dire: io, pastore, chiedo per te la grazia di Dio, prego per te perché ti salvi e sia felice, e, fino al giorno in cui chiudi gli occhi per sempre, non ti dico che sarà impossibile per te la salvezza, ti sto vicino e ti faccio compagnia, se vuol dire questo, è ovvio che non solo si possono, ma si devono benedire tutti. Se vuol dire, come pare evidente dalla dichiarazione dei vescovi tedeschi, che c’è del buono nel vivere stabilmente e programmaticamente nel peccato, allora benedire questa scelta è fare a quelle persone la più grande cattiveria possibile. Perché peccare vuol dire sbagliare mira, mancare il bersaglio, e quindi essere infelici. Se la Chiesa benedice due persone dello stesso sesso che decidono di stare insieme e, si suppone, di compiere atti intrinsecamente disordinati insieme per sempre, toglie a queste persone l’unica possibilità di ascoltare da qualcuno la verità.

Tutto il mondo li benedice. Tutti dicono loro che sono smart, e gay (contenti) e pieni pride e di colori allegrissimi (a differenza di noi poveracci, costretti al grigio delle famiglie, che poi peraltro la mia è fatta di tre maschi e tre femmine, e se permettete siamo più arcobaleno di due maschi omocolore). Non hanno bisogno – e spesso se ne fregano – della benedizione della Chiesa. Avrebbero bisogno di qualcuno che dicesse loro la verità, cioè che l’omosessualità non è il vero progetto sulla loro vita, che è un mistero, che spesso è la risposta a una ferita esistenziale, e che da quella ferita può passare l’incontro con Dio, l’unico in grado di farli felici. Un Dio che ama e per questo giudica, perché vede meglio di noi il nostro vero bene.

Da un lato c’è questa Chiesa sempre meno virile, che non ha più abbastanza testosterone per dire la verità. Dall’altra ci sono i giornali che o cercano disperatamente di compiacerla, tipo Avvenire, o la usano per le loro battaglie, come Repubblica che ormai ha arruolato alla causa lgbt Paolo Rodari (e il titolista): “Quel vescovo che accoglie dopo il coming out”, titolava ieri, raccontando di mons Luigi Marrucci, vescovo di Civitavecchia e Tarquinia, che ha incaricato due genitori di una figlia omosessuale di seguire famiglie con vicende simili. Come la pensi il vescovo non lo so. Quanto ai genitori, è la solita solfa, si parla di “sofferenza per il giudizio della Chiesa, ma il Signore accoglie sempre e non giudica”. Ovviamente i genitori dicono di sé che sono “cresciuti con una educazione cattolica moralista” (non ho mai conosciuto uno che davvero avesse incontrato Dio e fosse moralista), perché “la Chiesa ha un atteggiamento omofobo che le persone intimizzano” (forse volevano dire interiorizzano, ma quando si è molto aperti di mentalità anche le parole si inventano a piacere). Io invece cari genitori vorrei dirvi che le persone omosessuali non “soffrono perché diventano essi stessi omofobi per paura della Chiesa”, figuriamoci. Le persone che provano attrazione per lo stesso sesso soffrono per conto loro, non per gli articoli del Catechismo e neanche per lo stigma sociale.

Se non di uno scisma nella Chiesa (che di fatto per me già c’è), possiamo dire che oggi al suo interno convivono due antropologie irriducibili l’una all’altra. Secondo una l’uomo se agisce secondo la coscienza credendo di fare il bene, può fare quello che in fede ritiene giusto. Noi non possiamo da fuori giudicare perché bisogna conoscere l’intimo di ognuno, e poiché ogni cuore è un abisso, giudicare le azioni in modo oggettivo non è lecito. Secondo l’altra, un bene e un male oggettivo ci sono, anche se la partecipazione e la responsabilità dell’uomo dipendono dalla consapevolezza e da molti fattori. Secondo la prima l’uomo può conoscere e fare il bene, e quindi in fondo non ha bisogno di rapportarsi alla legge di Dio, perché in ultima analisi non ha bisogno di Dio. Per la seconda, l’uomo ha bisogno di essere salvato, perché da solo non è capace di bene (senza di me non potete far nulla, dice Gesù). Immagino che la prima idea di uomo vada bene per le brave persone. Noi peccatori, invece, noi mendicanti, assetati di verità, noi che non sappiamo neanche cosa chiedere in preghiera, noi che abbiamo un abisso al posto del cuore, noi che siamo un mistero a noi stessi, noi che sappiamo di essere capaci di male, noi che sappiamo quanto sia difficile amare davvero, noi abbiamo bisogno di Dio, perché sappiamo che è la sua legge e non “andare dove ci porta il cuore” che ci fa felici, e ci custodisce dal male.

 

 

Fonte: http://www.laverita.info/La-Verita-quotidiano-indipendente-diretto-da-Maurizio-Belpietro

Una volta “Famiglia cristiana” era anche cattolica… Adesso… (n.2)

«L’Europa non è perduta, ma bisogna sognarla con coraggio. Altrimenti appassiremo dietro i muri e nelle paure» (card. Bassetti). Io chiedo: Ma del traffico infame di persone non ne parla nessuno? Del parassitismo degli immigrati che pretendono solo diritti e non sono disposti ad alcun dovere? La vera storia dei crociati è solo in mano alle università comuniste (come nell’articolo sotto, che non parla della demenziale violenza di Maometto)?

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Follia ed eresia dilagante: non risparmiano neppure il sacramento della Santa Comunione Eucaristica

Arrivano dati sconcertanti sulla possibilità di accostarsi alla “Mensa del Signore” luterana da parte dei cattolici; ugualmente (come già fatto in Svezia da papa Francesco) far “partecipare” alla S. Eucaristia i luterani.

Si tratta di follia, eresia, apostasia.

 

Si veda https://linformatoreweb.wordpress.com/2017/11/02/siamo-entrati-ufficialmente-nella-apostasia-5-novembre-messa-ecumenica-a-roma/

 

Anche qui sotto (a cura di Sandro Magister; fonte http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1351332.html)

 

ROMA, 1 luglio 2016 – A modo suo, dopo aver incoraggiato per i divorziati risposati la comunione, in quanto “non è un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli”, papa Francesco incoraggia ora anche i protestanti e i cattolici a fare la comunione insieme nelle rispettive messe.

Lo fa, come sempre, in modo discorsivo, allusivo, non definitorio, rimettendo la decisione ultima alla coscienza dei singoli.

Resta emblematica la risposta che diede il 15 novembre 2015, in visita nella Christuskirche, la chiesa dei luterani di Roma (vedi foto), a una protestante che gli chiedeva se poteva fare la comunione assieme al marito cattolico.

La risposta di Francesco fu una stupefacente girandola di sì, no, non so, fate voi. Che è indispensabile rileggere per intero, nella trascrizione ufficiale:

“Grazie, Signora. Alla domanda sul condividere la Cena del Signore non è facile per me risponderLe, soprattutto davanti a un teologo come il cardinale Kasper! Ho paura! Io penso che il Signore ci ha detto quando ha dato questo mandato: ‘Fate questo in memoria di me’. E quando condividiamo la Cena del Signore, ricordiamo e imitiamo, facciamo la stessa cosa che ha fatto il Signore Gesù. E la Cena del Signore ci sarà, il banchetto finale nella Nuova Gerusalemme ci sarà, ma questa sarà l’ultima. Invece nel cammino, mi domando – e non so come rispondere, ma la sua domanda la faccio mia – io mi domando: condividere la Cena del Signore è il fine di un cammino o è il viatico per camminare insieme? Lascio la domanda ai teologi, a quelli che capiscono. È vero che in un certo senso condividere è dire che non ci sono differenze fra noi, che abbiamo la stessa dottrina – sottolineo la parola, parola difficile da capire – ma io mi domando: ma non abbiamo lo stesso Battesimo? E se abbiamo lo stesso Battesimo dobbiamo camminare insieme. Lei è una testimonianza di un cammino anche profondo perché è un cammino coniugale, un cammino proprio di famiglia, di amore umano e di fede condivisa. Abbiamo lo stesso Battesimo. Quando Lei si sente peccatrice – anche io mi sento tanto peccatore – quando suo marito si sente peccatore, Lei va davanti al Signore e chiede perdono; Suo marito fa lo stesso e va dal sacerdote e chiede l’assoluzione. Sono rimedi per mantenere vivo il Battesimo. Quando voi pregate insieme, quel Battesimo cresce, diventa forte; quando voi insegnate ai vostri figli chi è Gesù, perché è venuto Gesù, cosa ci ha fatto Gesù, fate lo stesso, sia in lingua luterana che in lingua cattolica, ma è lo stesso. La domanda: e la Cena? Ci sono domande alle quali soltanto se uno è sincero con sé stesso e con le poche luci teologiche che io ho, si deve rispondere lo stesso, vedete voi. ‘Questo è il mio Corpo, questo è il mio sangue’, ha detto il Signore, ‘fate questo in memoria di me’, e questo è un viatico che ci aiuta a camminare. Io ho avuto una grande amicizia con un vescovo episcopaliano, 48enne, sposato, due figli e lui aveva questa inquietudine: la moglie cattolica, i figli cattolici, lui vescovo. Lui accompagnava la domenica sua moglie e i suoi figli alla Messa e poi andava a fare il culto con la sua comunità. Era un passo di partecipazione alla Cena del Signore. Poi lui è andato avanti, il Signore lo ha chiamato, un uomo giusto. Alla sua domanda Le rispondo soltanto con una domanda: come posso fare con mio marito, perché la Cena del Signore mi accompagni nella mia strada? È un problema a cui ognuno deve rispondere. Ma mi diceva un pastore amico: ‘Noi crediamo che il Signore è presente lì. È presente. Voi credete che il Signore è presente. E qual è la differenza?’ – ‘Eh, sono le spiegazioni, le interpretazioni…’. La vita è più grande delle spiegazioni e interpretazioni. Sempre fate riferimento al Battesimo: ‘Una fede, un battesimo, un Signore’, così ci dice Paolo, e di là prendete le conseguenze. Io non oserò mai dare permesso di fare questo perché non è mia competenza. Un Battesimo, un Signore, una fede. Parlate col Signore e andate avanti. Non oso dire di più”.

Impossibile ricavare da queste parole un’indicazione chiara. Di certo, però, parlando in forma così “liquida”, papa Francesco ha rimesso tutto in discussione, riguardo all’intercomunione tra cattolici e protestanti. Ha reso qualsiasi posizione opinabile e quindi praticabile.

Infatti, in campo luterano le parole del papa furono subito prese come un via libera all’intercomunione.

Ma ora anche in campo cattolico è arrivata una presa di posizione analoga, che soprattutto si presenta come interpretazione autentica delle parole dette da Francesco nella chiesa luterana di Roma.

A far da interprete autorizzato del papa è il gesuita Giancarlo Pani, sull’ultimo numero de “La Civiltà Cattolica”, la rivista diretta da padre Antonio Spadaro che è ormai diventata la voce ufficiale di Casa Santa Marta, cioè di Jorge Mario Bergoglio in persona, che rivede e concorda gli articoli che più gli interessano, prima della loro pubblicazione.

Prendendo spunto da una recente dichiarazione congiunta della conferenza episcopale cattolica degli Stati Uniti e della Chiesa evangelica luterana d’America, padre Pani dedica l’intera seconda parte del suo articolo all’esegesi delle parole di Francesco nella Christuskirche di Roma, accortamente selezionate tra le più funzionali allo scopo.

E ne trae la conclusione che esse hanno segnato “un cambiamento”  e “un progresso nella prassi pastorale”, analogo a quello prodotto da “Amoris laetitia” per i divorziati risposati.

Sono solo “piccoli passi avanti”, scrive Pani nel paragrafo finale. Ma la direzione è segnata.

Ed è la stessa che Francesco percorre quando dichiara – come ha fatto durante il volo di ritorno dall’Armenia – che Lutero “era un riformatore” benintenzionato e la sua riforma fu “una medicina per la Chiesa”, sorvolando sulle divergenze dogmatiche essenziali tra protestanti e cattolici riguardo al sacramento dell’eucaristia, perché – parola di Francesco nella Christuskirche di Roma – “la vita è più grande delle spiegazioni e interpretazioni”.

Ecco dunque qui di seguito i passaggi principali dell’articolo di padre Pani su “La Civiltà Cattolica”.

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Sull’intercomunione tra cattolici e protestanti

di Giancarlo Pani S.I.

Il 31 ottobre 2015, festa della Riforma, la Conferenza episcopale cattolica degli Stati Uniti e la Chiesa evangelica luterana in America hanno pubblicato una dichiarazione congiunta che fa il punto sulla storia dell’ecumenismo nell’ultimo mezzo secolo. […] Il testo è stato reso noto dopo la chiusura del Sinodo dei vescovi sulla famiglia e in vista della commemorazione comune dei 500 anni della Riforma nel 2017. […]

Il documento si conclude con una rilevante proposta positiva: “La possibilità di un’ammissione, sia pure sporadica, dei membri delle nostre Chiese alla comunione eucaristica con l’altra parte (cioè la ‘communicatio in sacris’) potrebbe essere offerta più chiaramente e regolata in modo più misericordioso (compassionately)”. […]

La visita di papa Francesco alla Christuskirche di Roma

Due settimane dopo la promulgazione della dichiarazione, il 15 novembre scorso, papa Francesco ha visitato la Christuskirche, la Chiesa evangelica luterana di Roma. […]

Durante l’incontro, c’è stata anche una conversazione fra il papa e i fedeli. Tra i vari interventi, quello di una signora luterana, sposata con un cattolico, la quale ha chiesto che cosa possa fare perché lei partecipi insieme con il marito alla comunione eucaristica. E ha specificato: “Viviamo felicemente insieme da molti anni condividendo gioie e dolori. E quindi ci duole assai l’essere divisi nella fede e non poter partecipare insieme alla Cena del Signore”.

Rispondendo, papa Francesco ha posto una domanda: “Condividere la Cena del Signore è il fine di un cammino o è il viatico per camminare insieme?”.

La risposta a questa domanda l’ha data il Vaticano II, nel decreto “Unitatis redintegratio”: “Non è lecito considerare la ‘communicatio in sacris’ come un mezzo da usarsi indiscriminatamente per ristabilire l’unità dei cristiani. Tale ‘communicatio in sacris’ è regolata soprattutto da due princìpi: dalla manifestazione dell’unità della Chiesa, e dalla partecipazione ai mezzi della grazia. Essa è per lo più impedita dal punto di vista dell’espressione dell’unità; la necessità di partecipare la grazia talvolta la raccomanda. Circa il modo concreto di agire, avuto riguardo a tutte le circostanze di tempo, di luogo, di persone, decida prudentemente l’autorità episcopale del luogo”.

Questa posizione è ribadita e ampliata dal direttorio per l’applicazione dei princìpi e delle norme sull’ecumenismo del 1993, approvato da papa Giovanni Paolo II, là dove si dice: “La condivisione delle attività e delle risorse spirituali deve riflettere questa duplice realtà: 1) la reale comunione nella vita dello Spirito che già esiste tra i cristiani e che si esprime nella loro preghiera e nel culto liturgico; 2) il carattere incompleto di tale comunione a motivo di differenze di fede e a causa di modi di pensare che sono inconciliabili con una condivisione piena dei doni spirituali”.

Il direttorio pone dunque l’accento sul “carattere incompleto della comunione” delle Chiese, da cui segue la limitazione dell’accesso al sacramento eucaristico. Ma se le Chiese si riconoscono nella successione apostolica e ammettono i reciproci ministeri e sacramenti, godono di un maggior accesso ai sacramenti stessi, che, in ogni caso, secondo il documento, non deve essere massivo e indiscriminato. La condivisione sacramentale rimane invece limitata per le Chiese che non hanno una comunione e unità di fede sulla Chiesa, l’apostolicità, i ministeri e i sacramenti.

Tuttavia la teologia cattolica mantiene con sapienza direttive di ampio respiro, in modo da considerare caso per caso – come ricorda il decreto “Unitatis redintegratio” – con un discernimento che compete all’ordinario del luogo. In tal senso, almeno dopo la promulgazione del direttorio, non si può più dire che “i non cattolici non possono mai ricevere la comunione in una celebrazione eucaristica cattolica”. È interessante notare come la stessa logica di “discernimento pastorale” sia stata applicata da papa Francesco nella sua esortazione apostolica “Amoris laetitia” (nn. 304-306).

Si può partecipare insieme alla Cena del Signore?

A questo punto si ricollega papa Francesco, il quale prosegue: “Ma non abbiamo lo stesso battesimo? E se abbiamo lo stesso battesimo, dobbiamo camminare insieme. Lei [il papa si riferisce alla signora che aveva posto la domanda] è una testimonianza di un cammino anche profondo, perché è un cammino coniugale, un cammino proprio di famiglia, di amore umano e di fede condivisa. […] Quando lei si sente peccatrice – anch’io mi sento tanto peccatore –, quando suo marito si sente peccatore, lei va davanti al Signore e chiede perdono; Suo marito fa lo stesso e va dal sacerdote e chiede l’assoluzione. Sono rimedi per mantenere vivo il battesimo. Quando voi pregate insieme, quel battesimo cresce, diventa forte. […] La domanda: e la Cena? Ci sono domande alle quali, soltanto se uno è sincero con se stesso e con le poche luci teologiche che io ho, si deve rispondere lo stesso […]. ‘Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue’, ha detto il Signore; ‘fate questo in memoria di me’, e questo è un viatico che ci aiuta a camminare”.

Ma allora si può partecipare insieme alla Cena del Signore? A questo proposito il papa ha fatto una distinzione: “Io non oserò mai dare il permesso di fare questo, perché non è mia competenza”. Poi ha aggiunto, ricordando le parole dell’apostolo Paolo: “Un battesimo, un Signore, una fede” (Ef 4, 5), e ha esortato, continuando: “È un problema a cui ognuno deve rispondere. […] Parlate col Signore e andate avanti”.

Qui entra in gioco la missione principale della Chiesa, formulata anche nel Codice di diritto canonico come “salus animarum, quae in Ecclesia suprema lex esse debet” (cfr. 1752). La necessità di una valutazione concreta su ciascun singolo caso è assolutamente ribadita da quella che è la missione precipua della Chiesa, la “salus animarum”. In forza di ciò, di fronte a casi estremi, l’accesso alla vita di grazia che i sacramenti garantiscono, soprattutto nel caso dell’amministrazione della eucaristia e della riconciliazione, diviene imperativo pastorale e morale.

La pastorale di papa Francesco

La presa di posizione del papa sembra una riaffermazione delle direttive del Vaticano II. Ma non sfugge che un cambiamento c’è, e anzi può essere inteso come un progresso nella prassi pastorale. Di fatto Francesco, come vescovo di Roma e pastore della Chiesa universale, ribadendo quanto affermato dal Concilio inserisce quella prassi nel cammino storico che il dialogo luterano-cattolico ha compiuto nei confronti del sacramento della riconciliazione e dell’eucaristia. Il direttorio del 1993 già notava che “in certe circostanze, in via eccezionale e a determinate condizioni, l’ammissione a questi sacramenti può essere autorizzata e perfino raccomandata a cristiani di altre Chiese e comunità ecclesiali”.

Del resto, dieci anni prima, il Codice di diritto canonico dettava le condizioni in cui i fedeli delle Chiese nate dalla Riforma (luterani, anglicani ecc.) possono ricevere i sacramenti in particolari circostanze: per esempio, “se non possono accedere al ministro della propria comunità e li chiedano spontaneamente, purché manifestino, circa questi sacramenti, la fede cattolica e siano ben disposti” (can. 844 § 4).

Papa Giovanni Paolo II, nella lettera enciclica “Ecclesia de eucharistia”, del 2003, ha precisato alcuni punti al riguardo, asserendo che “occorre badare bene a queste condizioni, che sono inderogabili, pur trattandosi di casi particolari determinati”, come quella del “pericolo di morte o altra grave necessità”. L’intento di queste precisazioni è sempre la cura pastorale delle persone, con una specifica attenzione a che questo non porti all’indifferentismo.

Qui occorre mettere in chiaro che, se da un lato le misure prudenziali e restrittive che la Chiesa ha posto in passato si basavano sulla teologia sacramentale, dall’altro la sua missione pastorale e la salvezza delle anime che essa ha a cuore rivelano il valore della grazia del Signore e la condivisione dei beni spirituali. Papa Francesco ha espresso particolare attenzione ai problemi della persona nella “communicatio in sacris”, alla luce degli sviluppi dell’insegnamento della Chiesa dal Concilio al direttorio del 1993 sui princìpi e norme dell’ecumenismo, dalla dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione del 1999 al testo “Dal conflitto alla comunione” del 2013, fino all’ultima dichiarazione del 2015.

Si tratta di piccoli passi avanti nella prassi pastorale. La norma e la dottrina devono essere sempre più guidate dalla logica evangelica e dalla misericordia, dalla cura pastorale dei fedeli, dall’attenzione ai problemi della persona e dalla valorizzazione della coscienza illuminata dal Vangelo e dallo Spirito di Dio.

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Il link all’articolo di padre Giancarlo Pani su “La Civiltà Cattolica” del 9 luglio 2016:

> Cattolici e luterani. L’ecumenismo nell’”Ecclesia semper reformanda”

La dichiarazione comune della conferenza episcopale cattolica degli Stati Uniti e della Chiesa evangelica luterana d’America citata da Pani:

> Declaration on the Way: Church, Ministry and Eucharist