Un appassionato lettore scrive a Maurizio Blondet

Rimango un po’ deluso da quel suo definirsi “Cattolico Tradizionalista”. Tradizionalista va bene, ma cattolico mi sta come un dito nell’occhio.

Fonte: https://www.maurizioblondet.it/ii-cattolicesimo-non-glamour-eroi-guerrieri/

II CATTOLICESIMO NON E’ “GLAMOUR”. E’ PER EROI GUERRIERI.

 

Un lettore scrive a Maurizio Blondet:

 

La seguo da qualche hanno e La ringrazio del suo prezioso lavoro. Rimango un po’ deluso da quel suo definirsi “Cattolico Tradizionalista”. Tradizionalista va bene, ma cattolico mi sta come un dito nell’occhio. Non pretendo spiegazioni nè motivazioni da una persona della sua levatura intellettuale, avrà i suoi motivi.

Solamente volevo farLe sapere che leggendoLa tutti i giorni e godendo della sua informazione con la sua prosa veramente non mi capacito di questa professione. Le confesso che sarei felice un domani sapere una sua presa di distanza da quello che io reputo una vera sciagura per il mondo intero.

Le auguro un Buon 2018 fatto di notizie più confortanti…

Cordiali saluti Guglielmo M. 

 

 

Alla mia età, non ho più tanta pazienza verso i pregiudizi convenzionali che la gente ha adottato totalitariamente, e ognuno  mi ripete come fossero idee sue e testimonianza della sua  libertà critica.  Il suo anti-cattolicesimo, caro lettore, è uno di questi pregiudizi convenzionali; ho avuto già modo di ascoltarlo,  come immagina, molte volte. La revulsione verso la stessa parola “cattolico” ha ormai presso le masse il carattere di riflesso condizionato, scatta da sé,  comporta non solo derisione e disprezzo ma,- più grave – volontà di esclusione dallo spazio pubblico:  un “cattolico” non  ha diritto a dire la sua perché  è dogmatico, intollerante, crede che esista la verità,  è  moralista….  E questo, nel momento storico in cui è proprio il relativismo che   viene imposto come una verità dogmatica;  e sono proprio i miscredenti di massa a mostrare tutti i sintomi che loro attribuiscono erroneamente  al “cattolico” o al fanatico religioso:  conforto  sentimentale da certezze ricevute, conformismo,   rifiuto del dubbio, sicurezza farisaica di essere nel giusto, presunzione moralistica, intolleranza verso le  posizioni altrui, atti di fede ripetuti verso   “Il progresso”,  l’”evoluzione darwiniana”, “la scienza”     ed altre credenze non-verificate della ideologia  progressista.  Basta, per dire, che la Boldrini apra bocca per sentirla ripetere qualche dogma corrente nella sinistra, con l’inequivocabile  atteggiamento   della bigotta  sicura di possedere la Verità; atteggiamento   che,   scendendo nella scala sociale, induce i militanti gay, poniamo, a realizzare    in chiese  affreschi schernitori con froci in Paradiso,  o presepi derisori con due  san Giuseppe, e ancora più giù, ragazzotti a spaccare  le figurine del presepio nelle parrocchie: segnali in cui, oltre la volontà di offendere gratuitamente chi crede, si  dovrebbe riconoscere l’estremo wahabita della miscredenza: cancelliamo, reprimiamo e profaniamo le “superstizioni”; solo la nostra verità deve esistere.

A 74 anni non ho  più tanta pazienza, specie in quanto assisto , da parte dei bigotti, dogmatici  e wahabiti del “progresso” e della “ragione”, alla distruzione pura e semplice  della splendida civiltà greco-romano-cristiana che hanno ereditato.  Ma la sua lettera,caro lettore, è così sinceramente addolorata  di vedere in me un “cattolico” (quindi oscurantista, quindi superato e non-glamour, quindi   moralista   giudicante  pieno di pregiudizi sul sesso?), che sento spinto a provare a risponderle.

Non mi faccia il torto di pensare che  per uno come me, in questo secolo, credere a un Dio unico in tre Persone, di cui una si è fatta uomo, nascendo da una Vergine, per scontare i  nostri peccati facendosi crocifiggere al posto nostro e salvarci dalla dannazione eterna, sia una  fuga in una fede facile, un rifugio consolante.  Per me, come per ogni cattolico consapevole che vive in questo tempo di disincanto assoluto  e di facili seduzioni materiali, mantenere questa fede è una battaglia senza  fine ed una vittoria  quotidiana contro il dubbio, l’irreligiosità, il prossimo e la sua derisione,  e i cattivi esempi.  Ma soprattutto è una lotta quotidiana contro il proprio orgoglio, la propria superbia. Una fede così “assurda”  richiede  anzitutto un  atto preliminare di umiltà, la “decisione”  di credere.   Anche  in questo il Cristianesimo è diverso da tutte le altre grandi spiritualità della storia,  che non richiedono altrettanta fede; ed è impressionante veder che fin dall’inizio – si legge benissimo nelle lettere di San Paolo –  essa  è discussa, contestata  fin dai primi convertiti: fede troppo in rottura con quell’ebraismo  da cui  si  dichiara il compimento; fede troppo esigente in monogamia, castità,   fede subito minacciata da eresie. Fede “agonizzante” appena nata.

Solo  l’ateo ignorante crede che la fede sia una  consolazione, un  presuntuoso accomodarsi in  non so che stato morale privilegiato;  per chi la prende sul serio, la religione è un fardello – un carico di discipline spirituali, di “pesi” che non sa se sarà in grado di portare –  anzi che sa benissimo di non essere in grado di portare da sé, senza un aiuto dall’alto. Si pensi: castità, monogamia,  autocontrollo della propria superbia, esame di coscienza davanti  a Dio realmente presente: una cura quotidiana contro  l’autocompiacimento e la presunzione. Prima di essere “consolante”, la   fede è una sfida  alla propria “auto-stima” e al proprio comfort. L’adozione di una disciplina spirituale che l’ateo  non sa nemmeno cosa sia – e si vede benissimo  da come vive, ossia da bestia intollerante e senza onore,  preda  di tutti i suoi impulsi, il   contrario della  persona “liberata” che crede di essere e la pubblicità lo assicura essere.

Ma perché assumersi tale peso?, dice ovviamente il non-credente.  Aderire a cose assurde come la Verginità di Maria o la Presenza Reale nel pane consacrato? Personalmente non ho ereditato questa fede, l’ho in qualche modo ritrovata. Ho conoscenze non dilettantesche dei testi buddhisti,   le dottrine indù, ho fraterna amicizia per il sufismo.  Perché allora?

Se devo rispondere è: perché ho vissuto mentre era sulla terra Padre Pio.  Perché sono stato mandato in India a vedere Madre Teresa e ne ho visto le opere. L’alter Christus con le stigmate, la donna che lavava i poveri ripugnanti vedendo  in essi  il Cristo che sulla croce  rantola: “Ho sete”.  Se le più scandalose asserzioni della gerarchia post-conciliare mi fanno dubitare ,   penso a Padre Pio e mi dico: no,  questa fede “funziona”.   Lui è la prova vivente. So anche che nonostante questa crisi e  apostasia  generale, Cristo sta scegliendo i suoi, li chiama   ad uno ad uno – e c’è chi  risponde. Sono soprattutto i bambini a capire. Quando ho dubbi,  mi rileggo la piccola Giacinta di Fatima,  che accettò tutto fino a morire a 9 anni perché “tante anime vanno all’inferno”,  di Maricarmen  che “si consegnò” alla sofferenza per la conversione del massone che aveva fatto uccidere suo padre; mi richiamo alla mente José Sanchez del Rio, il cristero che accettò il sacrificio a 14 anni, da vero eroe e irriducibile combattente.   So per esperienza che   è vero quel che ha detto Cristo:  che le cose divine,  che non capiscono i sapienti, sono  invece  chiare ai bambini e fanciulli. E capisco anche perché: perché i piccoli  vogliono essere eroi.  Sono i cavalieri, nobili crociati, i combattenti di prima linea, dicono “sì” alla esigenza suprema  del Comandante, senza pensare “ma forse non ce la faccio”,  “non sono in grado”, “mi  stai chiedendo troppo”.   Come Padre Pio, come Madre Teresa, o padre Kolbe, come miriadi di altri che non conosco, so che “cattolico”significa essere eroe.  Gente  che  ad un certo punto, deve buttarsi senza rete – e lo fa, e allora fa miracoli.

Ha detto sì.

Né più né meno, fino al sangue. Ed io che  in questa armata  sono un soldato di fureria, sono tanto lontano dalla prima linea e  dall’avere il coraggio di Giacinta o José Sanchez o Padre Pio – vorrei stare nell’ombra di questi guerrieri, sperando nella loro intercessione, e perché  mi ottengano un centesimo del loro coraggio. Per i tempi che corrono.




In preparazione all’Epifania del Signore

Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 2,1-12. 
Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: «Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo».
All’udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda: da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo, Israele. Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: «Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

 

 

J. B. Bossuet (1627-1704), vescovo di Meaux
17a  elevazione sui misteri (2)

« Abbiamo visto sorgere la sua stella »

All’oriente sorge, come un astro splendente, l’amore della verità e della virtù. Come i magi, non sapete ancora di che cosa si tratti. Sapete soltanto e confusamente che questa stella vi conduce fino al re dei Giudei, cioè dei veri figli di Giuda e di Giacobbe : andate, camminate, imitate i magi.

« Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti » ; abbiamo visto, e subito siamo partiti. Per dove ? Non lo sappiamo ancora ; cominciamo col lasciare la nostra patria. Andate a Gerusalemme, ricevete i lumi della Chiesa. Là troverete i dottori che interpreteranno per voi le profezie, e vi faranno intendere i disegni di Dio. Sotto questa guida, camminerete con sicurezza.

Cristiani, chiunque voi siate a leggere queste cose, forse – chi infatti può prevedere i disegni di Dio ? – forse in questo momento la stella sta per sorgere nel vostro cuore. Andate, uscite dalla vostra patria, imparate a conoscere Gerusalemme, e il presepio del vostro Salvatore, e il pane che egli vi prepara a Betlemme.

 

Fonte: http://vangelodelgiorno.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20180106




Giornata Mondiale della Pace. Secondo Papa Francesco

«La maggioranza migra seguendo un percorso regolare, mentre alcuni prendono altre strade, soprattutto a causa della disperazione, quando la patria non offre loro sicurezza né opportunità, e ogni via legale pare impraticabile, bloccata o troppo lenta». Un triste No Comment da parte nostra.

Fonte:

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/messages/peace/documents/papa-francesco_20171113_messaggio-51giornatamondiale-pace2018.html

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE
FRANCESCO
PER LA CELEBRAZIONE DELLA 
LI GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

1° GENNAIO 2018

 

Migranti e rifugiati: uomini e donne in cerca di pace

 

1. Augurio di pace

Pace a tutte le persone e a tutte le nazioni della terra! La pace, che gli angeli annunciano ai pastori nella notte di Natale,[1] è un’aspirazione profonda di tutte le persone e di tutti i popoli, soprattutto di quanti più duramente ne patiscono la mancanza. Tra questi, che porto nei miei pensieri e nella mia preghiera, voglio ancora una volta ricordare gli oltre 250 milioni di migranti nel mondo, dei quali 22 milioni e mezzo sono rifugiati. Questi ultimi, come affermò il mio amato predecessore Benedetto XVI, «sono uomini e donne, bambini, giovani e anziani che cercano un luogo dove vivere in pace».[2] Per trovarlo, molti di loro sono disposti a rischiare la vita in un viaggio che in gran parte dei casi è lungo e pericoloso, a subire fatiche e sofferenze, ad affrontare reticolati e muri innalzati per tenerli lontani dalla meta.

Con spirito di misericordia, abbracciamo tutti coloro che fuggono dalla guerra e dalla fame o che sono costretti a lasciare le loro terre a causa di discriminazioni, persecuzioni, povertà e degrado ambientale.

Siamo consapevoli che aprire i nostri cuori alla sofferenza altrui non basta. Ci sarà molto da fare prima che i nostri fratelli e le nostre sorelle possano tornare a vivere in pace in una casa sicura. Accogliere l’altro richiede un impegno concreto, una catena di aiuti e di benevolenza, un’attenzione vigilante e comprensiva, la gestione responsabile di nuove situazioni complesse che, a volte, si aggiungono ad altri e numerosi problemi già esistenti, nonché delle risorse che sono sempre limitate. Praticando la virtù della prudenza, i governanti sapranno accogliere, promuovere, proteggere e integrare, stabilendo misure pratiche, «nei limiti consentiti dal bene comune rettamente inteso, [per] permettere quell’inserimento».[3] Essi hanno una precisa responsabilità verso le proprie comunità, delle quali devono assicurare i giusti diritti e lo sviluppo armonico, per non essere come il costruttore stolto che fece male i calcoli e non riuscì a completare la torre che aveva cominciato a edificare.[4]

2. Perché così tanti rifugiati e migranti?

In vista del Grande Giubileo per i 2000 anni dall’annuncio di pace degli angeli a Betlemme, San Giovanni Paolo II annoverò il crescente numero di profughi tra le conseguenze di «una interminabile e orrenda sequela di guerre, di conflitti, di genocidi, di “pulizie etniche”»,[5] che avevano segnato il XX secolo. Quello nuovo non ha finora registrato una vera svolta: i conflitti armati e le altre forme di violenza organizzata continuano a provocare spostamenti di popolazione all’interno dei confini nazionali e oltre.

Ma le persone migrano anche per altre ragioni, prima fra tutte il «desiderio di una vita migliore, unito molte volte alla ricerca di lasciarsi alle spalle la “disperazione” di un futuro impossibile da costruire».[6] Si parte per ricongiungersi alla propria famiglia, per trovare opportunità di lavoro o di istruzione: chi non può godere di questi diritti, non vive in pace. Inoltre, come ho sottolineato nell’Enciclica Laudato si’, «è tragico l’aumento dei migranti che fuggono la miseria aggravata dal degrado ambientale».[7]

La maggioranza migra seguendo un percorso regolare, mentre alcuni prendono altre strade, soprattutto a causa della disperazione, quando la patria non offre loro sicurezza né opportunità, e ogni via legale pare impraticabile, bloccata o troppo lenta.

In molti Paesi di destinazione si è largamente diffusa una retorica che enfatizza i rischi per la sicurezza nazionale o l’onere dell’accoglienza dei nuovi arrivati, disprezzando così la dignità umana che si deve riconoscere a tutti, in quanto figli e figlie di Dio. Quanti fomentano la paura nei confronti dei migranti, magari a fini politici, anziché costruire la pace, seminano violenza, discriminazione razziale e xenofobia, che sono fonte di grande preoccupazione per tutti coloro che hanno a cuore la tutela di ogni essere umano.[8]

Tutti gli elementi di cui dispone la comunità internazionale indicano che le migrazioni globali continueranno a segnare il nostro futuro. Alcuni le considerano una minaccia. Io, invece, vi invito a guardarle con uno sguardo carico di fiducia, come opportunità per costruire un futuro di pace.

3. Con sguardo contemplativo

La sapienza della fede nutre questo sguardo, capace di accorgersi che tutti facciamo «parte di una sola famiglia, migranti e popolazioni locali che li accolgono, e tutti hanno lo stesso diritto ad usufruire dei beni della terra, la cui destinazione è universale, come insegna la dottrina sociale della Chiesa. Qui trovano fondamento la solidarietà e la condivisione».[9] Queste parole ci ripropongono l’immagine della nuova Gerusalemme. Il libro del profeta Isaia (cap. 60) e poi quello dell’Apocalisse (cap. 21) la descrivono come una città con le porte sempre aperte, per lasciare entrare genti di ogni nazione, che la ammirano e la colmano di ricchezze. La pace è il sovrano che la guida e la giustizia il principio che governa la convivenza al suo interno.

Abbiamo bisogno di rivolgere anche sulla città in cui viviamo questo sguardo contemplativo, «ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze […] promuovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di verità, di giustizia»,[10] in altre parole realizzando la promessa della pace.

Osservando i migranti e i rifugiati, questo sguardo saprà scoprire che essi non arrivano a mani vuote: portano un carico di coraggio,capacità, energie e aspirazioni, oltre ai tesori delle loro culture native, e in questo modo arricchiscono la vita delle nazioni che li accolgono. Saprà scorgere anche la creatività, la tenacia e lo spirito di sacrificio di innumerevoli persone, famiglie e comunità che in tutte le parti del mondo aprono la porta e il cuore a migranti e rifugiati, anche dove le risorse non sono abbondanti.

Questo sguardo contemplativo, infine, saprà guidare il discernimento dei responsabili della cosa pubblica, così da spingere le politiche di accoglienza fino al massimo dei «limiti consentiti dal bene comune rettamente inteso»,[11] considerando cioè le esigenze di tutti i membri dell’unica famiglia umana e il bene di ciascuno di essi.

Chi è animato da questo sguardo sarà in grado di riconoscere i germogli di pace che già stanno spuntando e si prenderà cura della loro crescita. Trasformerà così in cantieri di pace le nostre città, spesso divise e polarizzate da conflitti che riguardano proprio la presenza di migranti e rifugiati.

4. Quattro pietre miliari per l’azione

Offrire a richiedenti asilo, rifugiati, migranti e vittime di tratta una possibilità di trovare quella pace che stanno cercando, richiede una strategia che combini quattro azioni: accogliere, proteggere, promuovere e integrare.[12]

“Accogliere” richiama l’esigenza di ampliare le possibilità di ingresso legale, di non respingere profughi e migranti verso luoghi dove li aspettano persecuzioni e violenze, e di bilanciare la preoccupazione per la sicurezza nazionale con la tutela dei diritti umani fondamentali. La Scrittura ci ricorda: «Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo».[13]

“Proteggere” ricorda il dovere di riconoscere e tutelare l’inviolabile dignità di coloro che fuggono da un pericolo reale in cerca di asilo e sicurezza, di impedire il loro sfruttamento. Penso in particolare alle donne e ai bambini che si trovano in situazioni in cui sono più esposti ai rischi e agli abusi che arrivano fino a renderli schiavi. Dio non discrimina: «Il Signore protegge lo straniero, egli sostiene l’orfano e la vedova».[14]

“Promuovere” rimanda al sostegno allo sviluppo umano integrale di migranti e rifugiati. Tra i molti strumenti che possono aiutare in questo compito, desidero sottolineare l’importanza di assicurare ai bambini e ai giovani l’accesso a tutti i livelli di istruzione: in questo modo essi non solo potranno coltivare e mettere a frutto le proprie capacità, ma saranno anche maggiormente in grado di andare incontro agli altri, coltivando uno spirito di dialogo anziché di chiusura o di scontro. La Bibbia insegna che Dio «ama lo straniero e gli dà pane e vestito»; perciò esorta: «Amate dunque lo straniero, poiché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto».[15]

“Integrare”, infine, significa permettere a rifugiati e migranti di partecipare pienamente alla vita della società che li accoglie, in una dinamica di arricchimento reciproco e di feconda collaborazione nella promozione dello sviluppo umano integrale delle comunità locali. Come scrive San Paolo: «Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio».[16]

5. Una proposta per due Patti internazionali

Auspico di cuore che sia questo spirito ad animare il processo che lungo il 2018 condurrà alla definizione e all’approvazione da parte delle Nazioni Unite di due patti globali, uno per migrazioni sicure, ordinate e regolari, l’altro riguardo ai rifugiati. In quanto accordi condivisi a livello globale, questi patti rappresenteranno un quadro di riferimento per proposte politiche e misure pratiche. Per questo è importante che siano ispirati da compassione, lungimiranza e coraggio, in modo da cogliere ogni occasione per far avanzare la costruzione della pace: solo così il necessario realismo della politica internazionale non diventerà una resa al cinismo e alla globalizzazione dell’indifferenza.

Il dialogo e il coordinamento, in effetti, costituiscono una necessità e un dovere proprio della comunità internazionale. Al di fuori dei confini nazionali, è possibile anche che Paesi meno ricchi possano accogliere un numero maggiore di rifugiati, o accoglierli meglio, se la cooperazione internazionale assicura loro la disponibilità dei fondi necessari.

La Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale ha suggerito 20 punti di azione[17] quali piste concrete per l’attuazione di questi quattro verbi nelle politiche pubbliche, oltre che nell’atteggiamento e nell’azione delle comunità cristiane. Questi ed altri contributi intendono esprimere l’interesse della Chiesa cattolica al processo che porterà all’adozione dei suddetti patti globali delle Nazioni Unite. Tale interesse conferma una più generale sollecitudine pastorale nata con la Chiesa e continuata in molteplici sue opere fino ai nostri giorni.

6. Per la nostra casa comune

Ci ispirano le parole di San Giovanni Paolo II: «Se il “sogno” di un mondo in pace è condiviso da tanti, se si valorizza l’apporto dei migranti e dei rifugiati, l’umanità può divenire sempre più famiglia di tutti e la nostra terra una reale “casa comune”».[18] Molti nella storia hanno creduto in questo “sogno” e quanto hanno compiuto testimonia che non si tratta di una utopia irrealizzabile.

Tra costoro va annoverata Santa Francesca Saverio Cabrini, di cui ricorre nel 2017 il centenario della nascita al cielo. Oggi, 13 novembre, molte comunità ecclesiali celebrano la sua memoria. Questa piccola grande donna, che consacrò la propria vita al servizio dei migranti, diventandone poi la celeste patrona, ci ha insegnato come possiamo accogliere, proteggere, promuovere e integrare questi nostri fratelli e sorelle. Per la sua intercessione il Signore conceda a noi tutti di sperimentare che «un frutto di giustizia viene seminato nella pace per coloro che fanno opera di pace».[19]

Dal Vaticano, 13 novembre 2017

Memoria di Santa Francesca Saverio Cabrini, Patrona dei migranti

 

Francesco


[1] Luca 2,14.

[2] Angelus, 15 gennaio 2012.

[3] Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris, 57.

[4] Cfr Luca 14, 28-30.

[5] Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2000, 3.

[6] Benedetto XVIMessaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2013.

[7] N. 25.

[8] Cfr Discorso ai Direttori nazionali della pastorale per i migranti partecipanti all’Incontro promosso dal Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (CCEE), 22.09.2017.

[9] Benedetto XVIMessaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2011.

[10] Esort. ap. Evangelii gaudium, 71.

[11] Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris, 57.

[12] Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2018, 15 agosto 2017.

[13] Ebrei 13,2.

[14] Salmo 146,9.

[15] Deuteronomio 10,18-19.

[16] Efesini 2,19.

[17] “20 Punti di Azione Pastorale” e “20 Punti di Azione per i Patti Globali” (2017); vedi anche Documento ONU A/72/528.

[18] Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2004, 6.

[19] Giacomo 3,18.




Scambio ammirevole

Ma l’angelo gli disse: «Non temere, Zaccarìa, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, e tu lo chiamerai Giovanni. Avrai gioia ed esultanza, e molti si rallegreranno della sua nascita, perché egli sarà grande davanti al Signore; non berrà vino né bevande inebrianti, sarà colmato di Spirito Santo fin dal seno di sua madre e ricondurrà molti figli d’Israele al Signore loro Dio. Egli camminerà innanzi a lui con lo spirito e la potenza di Elìa, per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo ben disposto».

 

Dal vangelo secondo Luca

 

 

Don Tonino Bello:

E ora vogliamo chiedere perdono se, come Chiesa, qualche volta abbiamo disatteso il tuo stile: soprattutto quando non abbiamo testimoniato la reciprocità. Abbiamo giudicato i “barbari” costituzionalmente incapaci di poterci offrire qualcosa che noi non avessimo già. Abbiamo rifiutato il baratto con le culture altre. Abbiamo trascurato la trattativa con il diverso. Ci è sfuggito di mente quel vocabolo di sapore volutamene mercantile con il quale i testi liturgici hanno l’audacia di designare il mistero dell’incarnazione: “commercium”, ovvero “admirabile commercium“, scambio ammirevole.
Insomma talvolta abbiamo preteso di dare soltanto, senza accogliere nulla, per non contaminare la nostra aristocrazia puritana. Ha resistito in noi una pregiudiziale di superiorità. Ci siamo dimenticati che il dono unilaterale è la forma più sottile di potere. Ci siamo illusi che per essere missionari sia sufficiente trasportare battesimi, teologia, civiltà. E cinquecento anni fa, mentre i conquistatori, le cui spade non abbiamo avuto sufficiente coraggio di maledire, mettevano nelle loro bisacce oro e ricchezza, noi come Chiesa non abbiamo saputo mettere nella nostra bisaccia neppure un frusto di anima Amerinda, dopo averne data tanta della nostra.




In cammino verso la santità: Titus Zeman

È l’11 gennaio del 1969. Fa freddo e tutto è coperto di neve. Don Andrej Dermek, ispettore dei Salesiani in Slovacchia, sta vicino alla tomba scavata nel cimitero di Vajnory, presso Bratislava dove si stanno svolgendo le esequie di don Titus e tiene un discorso che è un’autentica memoria della testimonianza di questo salesiano prete, a tal punto che le spie del regime presenti al funerale riporteranno nei verbali che è morto un martire.

 

 

 

Chiamato a dare la vita per le vocazioni
«Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1Gv 3,16). Fu nell’ascolto di questa Parola di Dio durante la celebrazione dell’Eucaristia che don Titus Zeman sentì nel cuore l’ispirazione e la forza di sacrificare la propria vita, vincendo la paura e dichiarandosi pronto a seguire fino in fondo la volontà del Signore, confidando nella sua misericordia e sperando nella vita eterna.
Nato a Vajnory, vicino a Bratislava (Slovacchia), il 4 gennaio 1915, primo dei dieci figli di una famiglia di contadini e sacrestani, all’età di dieci anni, dopo essere stato quasi sempre malato, guarì improvvisamente per intercessione di Maria Santissima e in quei giorni le promise di «essere suo figlio per sempre» e diventare sacerdote salesiano. Riuscì a realizzare questo progetto vocazionale, entrando in noviziato nel 1931, professando i voti temporanei nel 1932 e quelli perpetui nel 1938 e ricevendo l’ordinazione presbiterale nel 1940.
Quando il regime comunista s’instaurò nella Cecoslovacchia post-bellica e iniziò una sistematica persecuzione della Chiesa, don Titus difese il simbolo del crocifisso nei luoghi pubblici, pagando con il licenziamento dalla scuola in cui insegnava. Sfuggito provvidenzialmente alla “Notte dei barbari”, il 13-14 aprile 1950, quando con metodica brutalità la polizia segreta del regime comunista cecoslovacco entrò in tutti i conventi e arrestò i religiosi che vi si trovavano, si chiese che cosa potesse fare per permettere ai chierici salesiani di raggiungere la meta del sacerdozio.
La Provvidenza volle che don Zeman in quei mesi si trovasse nella parrocchia diocesana di Senkv. Così evitò la cattura. Fu un’idea del giovane salesiano don Ernest Macàk quella di far passare illegalmente il confine cecoslovacco-austriaco ai giovani chierici, portandoli a Torino nella casa madre dei Salesiani, dove avrebbero potuto completare gli studi teologici, raggiungere il sacerdozio e riedificare spiritualmente, con la caduta del comunismo che si auspicava rapida, la propria patria.
Zeman s’incaricò di realizzare questa rischiosa attività: incominciò a preparare il passaggio clandestino attraverso il confine tra la Slovacchia e l’Austria e organizzò due spedizioni per oltre trenta giovani salesiani. Alla terza spedizione, cui presero parte anche alcuni presbiteri diocesani perseguitati dal regime, venne arrestato con la maggior parte dei componenti del gruppo. Durante i vari interrogatori lo picchiarono e gli spaccarono alcuni denti. Quando don Zeman sperimentò la violenza su se stesso e la vide nei confratelli, prese su di sé la responsabilità e s’incolpò di aver organizzato la loro fuga all’estero. Riguardo a questo periodo lo stesso don Tito dichiarò: “Quando mi hanno preso, per me è stata una Via Crucis. Dal punto di vista psichico e fisico l’ho vissuta durante il carcere preliminare. In pratica durò due anni. Vivevo in una paura continua che in qualsiasi momento si aprisse la porta della mia cella e mi portassero fuori, al luogo d’esecuzione. Vedi, per questo tutti i miei capelli sono diventati bianchi. Se ricordo le torture inimmaginabili sofferte durante gli interrogatori ti dico sinceramente che ancora oggi mi vengono i brividi. Nel picchiarmi e nel torturarmi usavano metodi disumani. Per esempio portavano un secchio pieno di liquame di fogna, in esso m’immergevano la testa e me la tenevano dentro finché non cominciavo a soffocare. Mi davano dei forti calci in tutto il corpo, mi picchiavano con qualsiasi oggetto. Dopo uno di questi colpi per vari giorni sono diventato sordo”.
Da quel momento don Titus andò incontro ad una serie di sofferenze: una settimana di torture tra la cattura e l’arresto (9-16 aprile 1951) altri dieci mesi di detenzione preventiva, sempre pesantemente torturato, sino al processo del 20-22 febbraio 1952; ulteriori dodici anni di detenzione (1952-1964) quasi cinque anni in libertà condizionata, sempre controllato da spie, pedinato, perseguitato (1964-1969).

Uomo destinato all’eliminazione
Nel febbraio del 1952 il Procuratore generale chiese per lui – accusato di spionaggio, alto tradimento e attraversamento illegale dei confini – la pena di morte, commutata, nello stupore generale, in venticinque anni di carcere duro senza condizionale. Fu la prima persona accusata di simili reati a non venire giustiziata nella Cecoslovacchia del tempo. Don Zeman fu però bollato come “m.u.k.l.”, cioè “uomo destinato all’eliminazione”, e sperimentò la vita durissima nelle carceri e nei campi di lavoro forzato, al fianco di sacerdoti perseguitati, di avversari politici del regime e di molti criminali, messi in cella con i religiosi. Fu costretto alla triturazione manuale e senza protezione dell’uranio radioattivo; trascorse lunghi periodi in cella di isolamento, con una razione di cibo circa sei volte inferiore a quella degli altri detenuti; fu poco curato, in un quadro di crescente compromissione cardiaca, polmonare e neurologica.
Il 10 marzo 1964, scontata metà della pena, uscì dal carcere per un periodo di prova in libertà condizionata: poco prima, avevano dovuto trattarlo con ossigenoterapia e i suoi polmoni presentavano vistose macchie. Ritornò a casa ormai irriconoscibile e visse un periodo di intensa sofferenza anche spirituale per il divieto a esercitare pubblicamente il ministero sacerdotale.
Morì – amnistiato in extremis (con decorrenza dell’amnistia da diciotto giorni prima del decesso) – l’8 gennaio 1969 dopo triplice infarto miocardico connesso ad aritmie, e dopo essere stato trattato come una “cavia da esperimento”, con l’applicazione su di lui di un metodo di cura rischioso, mai più usato a partire da quel momento. Lo accompagnò anche in morte la fama di martirio. Meno di un anno dopo, ancora in pieno comunismo, un processo di revisione negò la legittimità della sua condanna per spionaggio ed alto tradimento. Nel 1991, il processo di riabilitazione lo dichiarò definitivamente innocente.
La storia di don Titus parte da Vajnory (Slovacchia), suo paese natale, e a Vajnory ritorna dopo aver messo a frutto i talenti ricevuti, dopo aver spremuto nel calice dell’offerta tutti i chicchi maturi e pieni di una vita che fin dalla fanciullezza è determinata nella via del bene e del giusto attraverso l’affidamento a Maria, Vergine Addolorata. Dalle tappe faticose, ma promettenti e aperte al futuro degli anni della giovinezza, della scelta vocazionale salesiana e del primo ministero sacerdotale, alle tappe dolorose che dal 1951 fino alla morte (8 gennaio 1969) portano i nomi delle stazioni di una lunga e dolorosa Via Crucis: Bratislava, Leopoldov, Ilava, Mírov, Jáchymov, Valdice… Un lungo calvario di anni, mesi, settimane, giorni, ore e minuti segnati dall’arresto, dalle percosse e dalle torture, da un processo farsa, da un’ingiusta condanna, da scherno e umiliazioni, fino a riprodurre i tratti dell’Ecce homo. Per Titus non fu solo la terribile “Notte dei barbari”, ma tutta la vita fu una “notte oscura” fino alla consegna suprema nel giorno del suo “Dies natalis”, quando consegnò lo spirito con le braccia aperte in croce, testimoniando il dono di sé per la salvezza delle vocazioni e la fedeltà alla chiamata di Dio, percorrendo un autentico e fecondo pellegrinaggio della fede.

Una morte gloriosa
È l’11 gennaio del 1969. Fa freddo e tutto è coperto di neve. Don Andrej Dermek, ispettore dei Salesiani in Slovacchia, sta vicino alla tomba scavata nel cimitero di Vajnory, presso Bratislava dove si stanno svolgendo le esequie di don Titus e tiene un discorso che è un’autentica memoria della testimonianza di questo salesiano prete, a tal punto che le spie del regime presenti al funerale riporteranno nei verbali che è morto un martire: «Ci incontriamo nel cimitero… come i primi cristiani nelle catacombe. Forse così è per noi religiosi. La vita ci disperse, invece la morte ci riunisce. Nonostante tutto non è la vittoria della morte sulla vita. La morte è un mistero, anche se la incontriamo regolarmente. Non è una tragedia, perché fa parte della legge naturale. Non è una eccezione, ma la regola. È qui. Semplice, chiara come un fulmine. Possiamo solo rifiutarla con disperazione, oppure accettarla con fede, nella speranza e nella pace. Anche se ci tocca immediatamente e con dolore, accettiamo umilmente il segreto della morte del nostro confratello, con fede, speranza e pace interiore. In questo posto incomincia oggi a riposare il combattente che lottò sino alla fine, il sacerdote che finì di celebrare la Messa della sua vita. Si tratta di partenza. È il ritorno al Padre celeste, ma anche ai suoi genitori terreni, i quali lo hanno preceduto. Nessuno di noi, e nemmeno lui stesso, poteva intuire che cosa gli preparava la vita. Solo una cosa era certa: in quel rosario di vita non ci sarebbero stati solo i misteri gaudiosi, ma anche quelli dolorosi. Sono stati almeno tanti, quanti quelli gaudiosi; ma tutti finiscono con la risurrezione! Si può dire che tutto ciò che trascorse tra la sua prima messa e il suo funerale fu una vita veramente salesiana, religiosa e sacerdotale; anche se di quei ventinove anni di sacerdozio, molti non poté viverli apertamente e liberamente, e altri li passò in prigione. Ma la sua vita fu sempre e dappertutto una vita sacerdotale».
La sua offerta ripetuta varie volte durante gli anni pericolosi: «Anche se perdessi la vita, non la considererei sprecata sapendo che almeno uno di quelli che avevo aiutato è diventato sacerdote al posto mio», viene oggi riconosciuta dalla Chiesa e indicata come seme di speranza per le generazioni del nostro tempo.

I segni della sua santità
La vita del beato Zeman è segnata anche da passaggi interiori, che contraddistinguono la sua crescita umana e cristiana. Si possono richiamare alcuni di questi momenti.
All’età di 10 anni ottiene la guarigione improvvisa per intercessione di Maria Santissima. In quella circostanza, il piccolo Titus, malato, chiede al padre di prenderlo in braccio e portarlo sulla soglia di casa perché possa accompagnare il ritorno dei pellegrini dal santuario nazionale di Šaštín. Ma Titus poi non attende il passaggio del pellegrinaggio e chiede di essere riportato in casa appena scorge, in lontananza, la Croce: questo sarà un atteggiamento tipico di tutta la sua vita, consistente in una fede forte cui basta intuire per credere, e intravedere per sperimentare la grazia già presente e operante. Inoltre Titus considera da questo momento un dovere sacrificare la vita che gli è stata restituita.
Poco tempo dopo, in occasione dell’ammissione alla casa salesiana, manifesta la fortezza con cui non cede alle pressioni dei famigliari e del direttore salesiano. Questa sua perseveranza anticipa la futura opera a sostegno delle vocazioni. Le parole dette a don Bokor («Fatemi quello che volete, ma tenetemi qui») anticipano l’irremovibile determinazione con cui testimonierà, in carcere, la bellezza della sua vita consacrata e sacerdotale, subendone spesso pesanti ritorsioni fisiche e psicologiche.
Il giorno della sua prima Messa a Vajnory (4 agosto 1940) alcune focacce preparate dalle donne del paese per far festa vengono trovate misteriosamente bruciate all’interno, e di un rosso sangue. Alcuni dei presenti piangono, perché lo interpretano come un presagio di martirio.
Nel 1946 difende il simbolo del Crocifisso che il direttore comunista del Ginnasio-liceo di Trnava ha fatto rimuovere. Viene licenziato e si diffonde in Slovacchia la sua fama di prete pronto al sacrificio pur di difendere la fede.
Momento determinante del suo cammino di fede e vocazionale è il 26 gennaio del 1951, quando grazie alla Parola di Dio, proclamata nella Messa di quel giorno, passa definitivamente dalla paura alla gioia e dal timore alla forza. Si tratta di un’autentica maturazione nel suo cammino di fede. Egli infatti trae forza e determinazione non da se stesso, ma dagli “aiuti grandi” del Signore alla Sua Chiesa: i sacramenti e la Parola di Dio. Scrive allora, dopo i dubbi dei giorni precedenti: «Oggi alla Santa Messa ho avuto due ispirazioni molto forti; se le avessi ricevute prima non ti avrei scritto la lettera precedente sulla mia paura. La prima [ispirazione] è venuta durante la prima lettura: et nos debemus pro fratribus animas ponere, ecco il nostro obbligo ad essere pronti a sacrificare la nostra vita per i fratelli, ed ecco perché non si deve avere paura. Nella stessa lettera è scritto: Nos scimus quoniam transivimus de morte in vitam – così passiamo dalla morte alla vita, perché amiamo i nostri fratelli. Caro amico, medita su questa lettera, leggila attentamente frase per frase e capirai che ho sbagliato quando ti ho inviato la lettera precedente, scritta in quel tono. Dunque quelle erano le mie prime impressioni, troppo legate al pensiero di questa vita e non indirizzate a quell’altra – migliore – che speriamo di ricevere dalla misericordia di Dio.
La seconda ispirazione si trova nel Vangelo: «Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra… Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!» (Mt 10,29-31). Caro amico, Ti confesso che sono stati due pensieri forti che mi hanno accompagnato durante l’intera Messa, e non posso fare a meno di scrivertelo.
Forse qualcuno lo chiamerà falso eroismo, forse pazzia, forse irragionevolezza. Ciascuno lo chiami come vuole, io lo chiamo dovere che mi è stato affidato dai miei superiori, dovere di cui sono responsabile verso Dio e verso i miei ‘superiori veri’».

 

PREGHIERA PER LA CANONIZZAZIONE

O Dio onnipotente,
tu hai chiamato don Titus Zeman a seguire il carisma di san Giovanni Bosco.
Sotto la protezione di Maria Ausiliatrice
egli divenne sacerdote ed educatore della gioventù.
Visse secondo i tuoi comandamenti,
e tra la gente fu conosciuto e stimato
per il carattere affabile e la disponibilità per tutti.
Quando i nemici della Chiesa soppressero i diritti umani e la libertà della fede,
don Titus non si perse di coraggio e perseverò nella strada della verità.
Per la sua fedeltà alla vocazione salesiana
e per il suo servizio generoso alla Chiesa fu incarcerato e torturato.
Con audacia resistette ai torturatori e per questo fu umiliato e deriso.
Tutto soffrì per amore e con amore.
Ti supplichiamo, o Padre onnipotente, glorifica il tuo servo fedele,
affinché possiamo venerarlo sugli altari della Chiesa.
Te lo chiediamo per Gesù Cristo, tuo Figlio,
e per intercessione della Beata Vergine Maria Ausiliatrice dei cristiani.
Amen.


Autore: 
Pierluigi Cameroni e Lodovica Maria Zanet

Fonte:
www.sdb.org


Note: 
Coloro che ricevessero grazie o favori per intercessione del Beato Tito Zeman sono pregati di segnalarlo a
postulazione@sdb.org

 

Pubblicazione ufficiale per la beatificazione:
Lodovica Maria Zanet “Oltre il fiume, verso la salvezza. Titus Zeman martire per le vocazioni” Elledici




La casa sulla roccia


 – Parola di Dio: nel cuore e nell’anima, alla mano, come un pendaglio tra gli occhi. Ebrei osservanti lo hanno preso alla lettera con i filatteri. Come gesto prima del vangelo: la parola di Dio chiede in sé di giungere ad ogni piega della nostra vita.
– Parola di Dio ci chiede sia di conoscere, che di amare; non solo intellettualismo, neppure sentimentalismo o devozionalismo.
– Ancora una volta il vangelo ci spiazza: non basta dire Signore, Signore; non sono sufficienti neppure i gesti clamorosi o appariscenti, profetizzare, cacciare demoni, compiere miracoli. Tutte queste belle cose, che sembrerebbero attestazioni inequivocabili della presenza di Dio, sono giudicate iniquità. Non basta nella nostra vita compiere belle azioni, Gesù ci chiede qualcosa di diverso, di compiere la volontà del Padre.
– San Tommaso d’Aquino si è dilungato sulla difficoltà oggettiva di capire se questo gesto concreto della mia vita, il mio divertimento, la mia preghiera, le scelte di lavoro… sono veramente volontà di Dio. Certamente ci sono dei segnali che ci possono inizialmente aiutare:
– il primo è il vangelo, i comandamenti. Sicuramente ci danno le prime indicazioni; ma la nostra vita è molto più ampia, più complessa, piena di contraddizioni e di equilibri che la legge di Dio non affronta direttamente.
– il secondo criterio è la felicità che proviamo dentro quando facciamo la scelta giusta. È quella risonanza interiore che ci dice, sei veramente al tuo posto, stai compiendo l’azione giusta. Ma anche qui c’è il problema che questa parola così importante e decisiva assume sfaccettature molto diverse: si è felici dopo un sano divertimento e si è felici quando si compie una scelta difficile, faticosa, magari contrastata anche dalle persone vicine, ma che noi sappiamo che è veramente la scelta giusta. E poi bisogna tornare sempre al criterio evangelico: come poteva Gesù essere felice in croce, mentre soffriva fisicamente e spiritualmente per la lontananza da quelli che amava?
– sempre san Tommaso affermava che per cogliere e vivere la volontà di Dio sono indispensabili le virtù, dei potenziamenti delle nostre capacità naturali che da sole ci permetterebbero solo di dire “Signore Signore”, ma non di vivere cristianamente: prudenza, fortezza, temperanza, giustizia.
– parlando della casa sulla roccia che è il vangelo, viene in mente san Francesco, che come carisma, come vocazione specifica nella chiesa, ha ricevuto quello di vivere il vangelo alla lettera, senza accomodamenti. Quando si è trovato davanti al papa e ai cardinali per spiegare le sue scelte, gli hanno contestato che la sua forma di vita veramente povera e radicale l’avrebbe potuta vivere lui, magari pochi altri contagiati direttamente, ma non sarebbe potuta divenire una regola proponibile al popolo cristiano. La sua risposta è fondamentale: “io mi sono limitato a vivere secondo il vangelo, se dite che le mie scelte sono irrealizzabili, vuol dire che anche il vangelo è solo un bel discorso impossibile da praticare”.
– Questo in realtà è un sentimento che nasce in ogni cristiano che sia onesto con se stesso e cerchi di vivere nella radicalità evangelica, di prendere sul serio le parole e la vita di Gesù: la legge semplicemente mette in evidenza la nostra condizione di peccatori; è solo la grazia che viene da Cristo che ci rende capaci di fede illuminata nei pensieri, nel cuore e nella vita; di carità concreta e operosa; di speranza anche nei momenti bui della vita.
– Gesù non ci chiede semplicemente di essere buoni, ma di lasciarci plasmare da Dio fino alla santità; Dio non ci chiede semplicemente di correre con tutte le nostre forze per realizzare il vangelo, ma nel momento che ci affidiamo a lui, che costruiamo la casa della nostra vita sulla roccia, ci dona di volare oltre le barriere del suono; alla base di ogni vocazione e di ogni missione non c’è semplicemente la vita morale, l’essere buoni; ma la vita mistica, godere di un’amicizia intima e profonda con Cristo temprata alla prova delle difficoltà. Un teologo del secolo scorso diceva: il cristiano del XXI sec, o sarà un mistico, o semplicemente non sarà.



Fratello ateo

Fratello ateo, nobilmente pensoso,
alla ricerca di un Dio che non so darti,
attraversiamo insieme il deserto.
Di deserto in deserto andiamo oltre
la foresta delle fedi,
liberi e nudi verso
il Nudo Essere
e là
dove la parola muore
abbia fine il nostro cammino.

P. David Maria Turoldo




Almeno un poeta

Almeno un poeta ci sia
per ogni monastero:
qualcuno che canti
le follie di Dio.

La città non conosce più canti
le strade stridono di rumore:
e anche là dove ancora
pare sopravviva il silenzio
è solo muta assenza.

Ma in qualche parte
tu devi esserci, Signore.

P. David Maria Turoldo




San GPII a riguardo della dignità altissima ed inviolabile della donna – 1

La Donna, Madre di Dio

La donna si trova al cuore di questo evento salvifico [la nascita e la manifestazione del vero Dio e vero uomo]
L’autorivelazione di Dio, che è l’imperscrutabile unità della Trinità, è contenuta nelle sue linee fondamentali nell’annunciazione di Nazareth. 
«Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Egli sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo». «Come avverrà questo? Non conosco uomo». «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su di te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio (…). Nulla è impossibile a Dio» (cf. Lc 1, 31-37).
E’ facile pensare a questo evento nella prospettiva della storia d’Israele, il popolo eletto di cui Maria è figlia; ma è facile anche pensarvi nella prospettiva di tutte quelle vie, lungo le quali l’umanità da sempre cerca risposta agli interrogativi fondamentali ed insieme definitivi che più l’assillano. 
Non si trova forse nell’annunciazione di Nazareth l’inizio di quella risposta definitiva, mediante la quale Dio stesso viene incontro alle inquietudini del cuore dell’uomo? Qui non si tratta solo di parole di Dio rivelate per mezzo dei Profeti, ma, con questa risposta, realmente «il Verbo si fa carne» (cf. Gv 1, 14).  
Maria raggiunge così un’unione con Dio tale da superare tutte le attese dello spirito umano. 
Supera persino le attese di tutto Israele e, in particolare, delle figlie di questo popolo eletto, le quali, in base alla promessa, potevano sperare che una di esse sarebbe un giorno divenuta madre del Messia. Chi di loro, tuttavia, poteva supporre che il Messia promesso sarebbe stato il «Figlio dell’Altissimo»? A partire dalla fede monoteista vetero-testamentaria ciò era difficilmente ipotizzabile. Solamente in forza dello Spirito Santo, che «stese la sua ombra» su di lei, Maria poteva accettare ciò che è «impossibile presso gli uomini, ma possibile presso Dio» (cf. Mc 10, 27).
Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Mulieris Dignitatem (15 agosto 1988), n. 3 



Essere stella… tra le baracche

“Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce: 
la gloria del Signore brilla sopra di te. 
Poiché ecco la tenebra ricopre la terra, 
nebbia fitta avvolge i popoli, 
ma su di te risplende il Signore, 
la Sua Gloria appare su di te…” (Is. 60, 1-6)

E’ la gioia che esplode nel profeta che “vede” il giorno in cui Dio si mostra qui sulla nostra terra.
Il giorno unico, meraviglioso di Dio che si mostra agli uomini, di ogni parte del mondo.
Chi di noi ha avuto il dono dei Magi, di fare un cammino di fede, oggi si chiede pensosamente che senso si può dare alla vita senza la presenza del Padre che ci ama.
La risposta è nella solitudine che è un’amara esperienza di tanti.
Non si può ignorare l’amore di Dio che, facendosi uomo, vuole diventare il solo sostegno e la sola gioia vera per l’uomo.
Ma noi, che, per Grazia, lo abbiamo incontrato che cosa offriremo al Salvatore del mondo, al Re dell’universo, l’Emmanuele, il Dio con noi, l’Atteso dalle genti?
Come è stato scritto in una “Intervista impossibile a… i Re Magi”, in cui compare un… quarto sapiente che studia il cosmo e l’umanità, alla domanda: “E tu, cosa offrirai al grande Re?”, risponde: “Avevo con me tre splendide perle del Golfo Persico. Ma non le ho più. Durante il cammino ho trovato tante persone vittime del bisogno e della violenza: le ho date in dono per la loro vita. 
Ciò che io sono, questo è il dono che offrirò“.
Dobbiamo anche noi diventare, con la nostra fede, la nostra testimonianza, “stella” e “dono” per chi ci sta intorno.
Ricordo una Epifania nel Belice, tra le baracche.
Venne meno l’elettricità e la sola luce era un cielo incredibilmente stellato.
Era difficile essere lieti.
Passeggiando tra le baracche, come a condividere anche questa sofferenza, dissi ad un gruppo di persone, affacciate sulle porte: “Ci manca tutto”.
Mi risposero: “Finché lei è tra di noi, sappiamo di avere una buona stella”.
Provai una gioia intensa e profonda.
Possiate davvero diventare “stella” e “dono” per i fratelli che il Signore vi ha affidato, ponendoli sulla strada della vostra esistenza, e sarà “gioia piena”, perché scoprirete nel loro volto il Volto del Bambino, il grande Re.

di Mons. Antonio Riboldi