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Domenica 14 gennaio 2018. «Abbiamo trovato il Messia»

Preso Pietro con sé, Andrea conduce al Signore suo fratello secondo la natura e il sangue, perché diventi discepolo come lui; questa è la prima impresa di Andrea. Accresce il numero dei discepoli; vi introduce Pietro, nel quale Gesù troverà il capo dei suoi discepoli. Perciò quando dopo Pietro avrà mostrato una condotta mirabile, la dovrà a ciò che Andrea aveva seminato. La lode rivolta a uno, si riflette pure sull’altro, poiché i beni dell’uno appartengono all’altro e l’uno si gloria dei meriti dell’altro.

Quale gioia ha procurato a tutti Pietro quando ha risposto senz’indugio alla domanda del Signore, rompendo il silenzio imbarazzato dei discepoli! Solamente Pietro ha pronunciato queste parole: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16). Parlava in nome di tutti; in una frase, proclamava il Salvatore e il suo disegno di salvezza. Quanto questa proclamazione si accorda bene con quella di Andrea! Il Padre celeste conferma le parole che Andrea aveva dette a Pietro mentre lo conduceva a Cristo – “Abbiamo trovato il Messia” – ispirandole a Pietro (Mt 16,17): “Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente”.

 

Basilio di Seleucia (?-ca 468), vescovo
Discorso a lode di Sant’Andrea, 4; PG 28,1105

Natale mistero d’Amore

Tutto il creato, il cosmo, la Chiesa intera, ogni uomo e donna invochi con la trepidanza e gioia degli amanti:

“Vieni Signore, Gesù!”

Vieni anche oggi, trovandoci con le porte e le finestre aperte, anche se il vento dello Spirito porta a fare fracasso o a rimanere al gelo superficiale delle incertezze.

Nel profondo del cuore percepiremo, invece un calore e una gioia insospettabili e forse mai sperimentati.

 

Nessuno ti chiamerà più Abbandonata,

né la tua terra sarà più detta Devastata,

ma sarai chiamata Mia Gioia

e la tua terra Sposata,

perché il Signore troverà in te la sua delizia

e la tua terra avrà uno sposo.

[Isaia]

 

Tu vivi sempre nei tuoi atti.

Con la punta delle dita

sfiori il mondo, gli strappi

aurore, trionfi, colori,

allegrie: è la tua musica.

La vita è ciò che tu suoni.

 

Dai tuoi occhi solamente

emana la luce che guida

i tuoi passi. Cammini

fra ciò che vedi. Soltanto.

 

E se un dubbio ti fa cenno

a diecimila chilometri,

abbandoni tutto, ti lanci

su prore, su ali,

sei subito lì; con i baci,

coi denti lo laceri:

non è più dubbio.

Tu mai puoi dubitare… Ma in realtà con la vita che continua permetti ad un dubbio di scavarti dentro … fino a ripetere senza stancarsi:

Al di là, più in là, più oltre.

Al di là di te ti cerco.

[da una poesia d’amore di Pedro Salinas nel poema La voce a te dovuta.

Natale non è altro che mistero d’amore]

 

Ho sentito Dio veramente gravido di me. Quanto ha gioito Dio di fronte alla nostra gioia; quanto patisce per il dolore innocente; per la madre che vede il figlio, che fino ad allora era sano, completamente bloccato per una cura sbagliata…

Trento e le sue chiese: Sovrasta la Madonna addolorata.

Fa pensare a Gesù che nasce scansando di poco una strage di bimbi innocenti.

Terra abbandonata, devastata. Così viene inizialmente descritta la terra di stretta appartenenza del Signore. Una ragazza una volta disse a papà e mamma: “mi avete dato tante cose, ma non amore”. Mi sembra che già qui vengano proclamate due verità tanto scomode quanto reali.

 

La prima: siamo noi, uomini e donne, cominciamo guardandoci attorno tra noi che siamo qui, ad essere la terra di stretta appartenenza del Signore. Si pensa subito a preti e suore come direttamente consacrati a Dio. È vero, ma riduttivo. In forza del fatto che Dio non ci ha creato come cose, come oggetti, come macchine, ma come persone. Riflettiamo su tutte le volte che noi pensiamo i nostri amici, marito, moglie, figli… come un mezzo che dovrebbe produrre la nostra soddisfazione, la nostra serenità, il nostro benessere. L’altro sarebbe creato allo scopo della nostra happyness (Mulino Bianco)… e noi? Tanti, specie negli ultimi anni, si giustificano dicendo: se no (vado) andiamo in fallimento. Ma il vero fallimento non è solo quello economico: è la partita persa di persone che non si permettono di amare e non permettono agli altri di amarli.

Cominciare subito ad amare. Sì, ma come?

– non perdere l’occasione di dare la mano a due persone in più oggi durante il momento dello scambio della pace,

– doniamo il sorriso e portiamolo ogni giorno; come fosse il mazzo di chiavi che prendiamo il mattino uscendo di casa, non scordiamolo mai

– telefoniamo ad un amico (o il papà, la mamma, i figli…) che non sentiamo più perché quella volta è successo che…

È Natale: si azzera il rancore, lo si converte in qualcosa di meno meschino (qui mi viene in mente una lettura di un testo delle elementari, il cui titolo era: il peso dell’odio.
E diceva in soldoni che un mendicante per anni ha portato una pietra nella bisaccia per poter colpire il ricco che lo aveva umiliato un giorno, e quando ha avuto finalmente l’occasione, incontrando il ricco dopo anni,  di lanciargli quella pietra… l’ha lasciata cadere a terra, e ha capito quanto gli era pesata per anni nella bisaccia, in spalla , mentre il cuore si era finalmente alleggerito dal peso di un odio che, ormai, non aveva più senso).

La seconda verità che mi pare di intravedere in queste parole: quanti uomini, donne, bambini, adolescenti abbandonati e profondissimamente feriti! Ma anche qui, non andiamo a cercare lontano. Famiglie divise, persone umiliate, ragazzi che non vengono mai ascoltati, adolescenti a cui non è permesso di meravigliarsi e di sognare il presente e il futuro. Quanti nostri contemporanei sotto anestesia. O perché si lasciano imbambolare da mille cose, o perché auto-anestetizzati: se non lo fossero, soffrirebbero troppo.

Anche a causa di noi uomini, donne di Chiesa: siamo ancora capaci di ascoltare, di perdere il tempo, di giocare, di donare un sorriso?

Ma allora chi sono io? Dice il Signore: il tuo vero nome è “mia gioia” (da quanto non ci chiamiamo così in famiglia?), “delizia del Signore”, amata prescelta e scelta.

 

  • Che vale il mondo rispetto alla vita?
  • E che vale la vita se non per essere data?
  • E perché tormentarsi quando è così semplice obbedire? [a Dio]

 

  • L’Angelo squillante ancora una volta ai cieli e alla terra in ascolto dà l’annunzio usato
  • Sì, Voce-di-Rosa, Dio è nato!
  • Dio si è fatto uomo!
  • È morto!
  • È risuscitato!
  • Le campane non sono il segno dell’Angelus, ma quello della comunione.
  • Le tre note come un sacrificio ineffabile sono accolte nel seno della Vergine senza peccato.
[Paul Claudel, nell’altissimo dramma dell’Annuncio a Maria]

Mai nessuno disperi per sempre [padre David Maria Turoldo]

Un santo vescovo augurava proprio a Natale “tanti auguri scomodi”. Anche a voi, tanti auguri scomodi, ma che magari ci scandalizzino, l’importante è che non ci lascino [cominciando da noi preti] impassibili nelle nostre sicurezze, nel nostro egoismo, orgoglio e superbia. Bene, continuiamo con le tradizioni di sempre… ma anche a me, anche a voi… TANTI AUGURI SCOMODI!

Scambio ammirevole

Ma l’angelo gli disse: «Non temere, Zaccarìa, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, e tu lo chiamerai Giovanni. Avrai gioia ed esultanza, e molti si rallegreranno della sua nascita, perché egli sarà grande davanti al Signore; non berrà vino né bevande inebrianti, sarà colmato di Spirito Santo fin dal seno di sua madre e ricondurrà molti figli d’Israele al Signore loro Dio. Egli camminerà innanzi a lui con lo spirito e la potenza di Elìa, per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo ben disposto».

 

Dal vangelo secondo Luca

 

 

Don Tonino Bello:

E ora vogliamo chiedere perdono se, come Chiesa, qualche volta abbiamo disatteso il tuo stile: soprattutto quando non abbiamo testimoniato la reciprocità. Abbiamo giudicato i “barbari” costituzionalmente incapaci di poterci offrire qualcosa che noi non avessimo già. Abbiamo rifiutato il baratto con le culture altre. Abbiamo trascurato la trattativa con il diverso. Ci è sfuggito di mente quel vocabolo di sapore volutamene mercantile con il quale i testi liturgici hanno l’audacia di designare il mistero dell’incarnazione: “commercium”, ovvero “admirabile commercium“, scambio ammirevole.
Insomma talvolta abbiamo preteso di dare soltanto, senza accogliere nulla, per non contaminare la nostra aristocrazia puritana. Ha resistito in noi una pregiudiziale di superiorità. Ci siamo dimenticati che il dono unilaterale è la forma più sottile di potere. Ci siamo illusi che per essere missionari sia sufficiente trasportare battesimi, teologia, civiltà. E cinquecento anni fa, mentre i conquistatori, le cui spade non abbiamo avuto sufficiente coraggio di maledire, mettevano nelle loro bisacce oro e ricchezza, noi come Chiesa non abbiamo saputo mettere nella nostra bisaccia neppure un frusto di anima Amerinda, dopo averne data tanta della nostra.

ESTRATTO DALLA NOVITA’: indice generale e il secondo capitolo di “Come cera in mano a Dio”

Disponibile presso l’autore (paolo.mojoli@bearzi.it , 8€; 10 € con spedizione in Italia) dall’8 dicembre. Alcune pagine di semplice, quotidiana e al tempo stesso profonda spiritualità salesiana.

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Libro della settimana. Simona Atzori, “dopo di te”

“Ora so che posso volare anche da sola. Grazie a te, mamma” (S. Atzori)

 

Le emozioni intime della ballerina, pittrice e scrittrice nata senza braccia riguardo la perdita della madre, in un libro delicato e forte

“Cosa ne sarà di mio figlio dopo di me? Chi lo proteggerà? Chi lo aiuterà?” Queste sono le domande che rappresentano la preoccupazione più grande di molti genitori, soprattutto nel caso in cui i figli abbiano delle disabilità. Un po’ la sensazione e quell’istinto innato di protezione, un po’ perché in Italia sono ancora insufficienti le leggi che si occupano di risolvere in modo definitivo la questione del “dopo di noi”.

Questi interrogativi possono trovare una risposta nelle parole di Simona Atzori: ballerina, pittrice e scrittrice, nata senza braccia che decide di dedicare la sua seconda opera letteraria (la prima nel 2011 Cosa ti manca per essere felice?) alla sorella Gioia, al padre e alla madre Tonina, rivolgendosi direttamente a quest’ultima.

“Dopo di te -Ora so che posso volare anche da sola. Grazie a te, mamma-” è il titolo del libro, un diario intimo  e toccante in cui Simona ripercorre l’ultimo periodo di vita di sua madre, dall’inizio della malattia fino al suo ultimo respiro, svelandole preoccupazioni e sentimenti che in quel periodo provava silenziosamente e che faticava ad esprimere. Mentre soffriva per la madre, contemporaneamente emergeva in Simona la consapevolezza che la sua vita sarebbe cambiata.

Ti ricordi mamma quando il giorno della mia nascita hai avuto la sensazione che l’ospedale e tutta Milano ti crollassero addosso? Trentotto anni dopo, nello stesso mese di giugno avevo l’impressione di sentirmi così. La differenza era che, se la tua sensazione arrivava in coincidenza con un inizio – che tu, grazie a Dio, hai saputo trasformare in luce e speranza di vita vera-, la mia sapeva di buio, di disperazione, di fine.”

In “Dopo di te” Simona racconta passo per passo come è riuscita a maturare ed accettare questa consapevolezza. La iniziò a sentire dentro di sé, le sarebbe mancato quel sostegno che sempre l’aveva sorretta e che l’aveva aiutata ad affrontare con grinta le sfide della vita. Una donna forte quella che descrive Simona, un pilastro della famiglia, fino a  quando la malattia portò  a cambiare le dinamiche all’interno della loro famiglia: i ruoli si stavano capovolgendo, era Tonina che avrebbe avuto bisogno del loro sostegno:
“Una parte di noi avrebbe voluto chiamare la mamma, come sempre da piccole nei momenti critici, ma ora eravamo noi chiamate a proteggere lei, la donna che ci aveva sempre protetto. In qualche modo eravamo diventate noi la sua mamma, ed era giusto così. Sapevamo che anche papà avrebbe avuto bisogno del nostro aiuto, di essere accompagnato per mano e con delicatezza, in questo nuovo percorso. Sapevamo che avremmo dovuto proteggere anche lui. (…)Avrei voluto essere più forte, ma non ce l’ho fatta. Per la prima volta avevo la sensazione che anche tu fossi fragile. Riuscivo a pensare solo che anche le leonesse cadono, benché tu non fossi ancora caduta- e, per la verità, non sei mai caduta. Ero io: io stavo cadendo. Io ero inciampata e temevo che non sarei riuscita a tenermi in piedi.

Un rapporto speciale come quello che spesso si instaura tra una madre e una figlia ma che nel caso di Simona e la madre si è sempre contraddistinto dal fatto che Tonina, come ha dichiarato Simona, fungeva da braccia alla figlia, sostenendo anche le sue scelte artistiche: l’accompagnava durante le esibizioni e nei numerosi viaggi in giro per l’Italia.
Così Simona racconta i primi suoi timori, come quella volta in cui doveva andare a Roma a ballare per il concerto per il Papa, pensando che sarebbe stata accompagnata, come per tutti gli spettacoli precedenti, dalla madre. Questa volta Tonina a causa del suo malessere non poteva andare. Simona  inizialmente decise di non partire ma la madre “si arrabbiò”, mai avrebbe permesso che sua figlia rinunciasse allo spettacolo. Simona quindì partì e  durante il viaggio in treno, in direzione Roma, la ballerina capì che “il dopo di te, in un certo senso era già cominciato”.

E’ la storia di una famiglia normale, di una madre che ha raccolto tutte le sfide della vita, superandole anche con ironia. Una madre che alle figlie ha voluto dare tutti gli strumenti per poter vivere serenamente. Ed in particolare a Simona, ha voluto far comprendere la vita, da un lato diventando le sue braccia, dall’altro aprendole tutte le possibilità per riuscire ad essere serena con ciò che ha, concentrandosi sempre su ciò che può fare e non su ciò che non può fare, con coraggio (quante volte se lo sono sentite dire!)  e umiltà, un sentimento che Simona ha imparato a scoprire ed a comprendere grazie alla madre.

“Ecco cosa mi era mancato. L’umiltà di accettare i cambiamenti, di perdonarmi se non ce la facevo, di smettere d’insistere quando era troppo. Volevo così tanto farcela da sola che stavo rischiando di smarrirmi, di non riuscire ad accettare fino in fondo gli enormi cambiamenti che mi erano capitati; è stata la sfida maggiore di quel periodo: accogliere il cambiamento con coraggio.(…)Dovevo farmi forza, raccogliere la signora Umiltà nella mia vita e farla accomodare nel posto d’onore della mia casa. Avrei dovuto guardala negli occhi ogni volta che stavo male, ogni volta che piangevo, ogni volta che chiedevo a Dio il perché di tutto questo. L’ho fatto. Lei mi è sempre stata accanto per ricordarmi, con pazienza, che potevo farcela. Potevo smetterla di lottare e accettare il cambiamento.”

Simona non si è abituata all’assenza della madre ma sa che, come ha fatto in questo libro, può trovare il modo di comunicare con lei, magari attraverso l’arte, in un quadro o ballando, come piaceva tanto a Tonina.

 

Fonte: https://www.disabili.com/aiuto/articoli-qaiutoq/simona-atzori-racconta-il-suo-dopo-di-te-alla-madre

Salesianamente. Un sogno che cambia la vita (1)

A quell’età ho fatto un sogno. Sarebbe rimasto profondamente impresso nella mia
mente per tutta la vita. Mi pareva di essere vicino a casa, in un cortile molto vasto, dove si
divertiva una grande quantità di ragazzi. Alcuni ridevano, altri giocavano, non pochi
bestemmiavano. Al sentire le bestemmie, mi slanciai in mezzo a loro. Cercai di farli tacere
usando pugni e parole.
In quel momento apparve un uomo maestoso, vestito nobilmente. Un manto bianco gli
copriva tutta la persona. La sua faccia era così luminosa che non riuscivo a fissarla. Egli
mi chiamò per nome e mi ordinò di mettermi a capo di quei ragazzi. Aggiunse:
– Dovrai farteli amici con bontà e carità, non picchiandoli. Su, parla, spiegagli che il
peccato è una cosa cattiva, e che l’amicizia con il Signore è un bene prezioso.
Confuso e spaventato risposi che io ero un ragazzo povero e ignorante, che non ero
capace a parlare di religione a quei monelli.
In quel momento i ragazzi cessarono le risse, gli schiamazzi e le bestemmie, e si
raccolsero tutti intorno a colui che parlava. Quasi senza sapere cosa dicessi gli domandai:
– Chi siete voi, che mi comandate cose impossibili?
– Proprio perché queste cose ti sembrano impossibili – rispose – dovrai renderle possibili
con l’obbedienza e acquistando la scienza.
– Come potrò acquistare la scienza?
– Io ti darò la maestra. Sotto la sua guida si diventa sapienti, ma senza di lei anche chi è
sapiente diventa un povero ignorante.
– Ma chi siete voi?
– Io sono il figlio di colei che tua madre ti insegnò a salutare tre volte al giorno.
– La mamma mi dice sempre di non stare con quelli che non conosco, senza il suo
permesso. Perciò ditemi il vostro nome. – Il mio nome domandalo a mia madre.
In quel momento ho visto vicino a lui una donna maestosa, vestita di un manto che
risplendeva da tutte le parti, come se in ogni punto ci fosse una stella luminosissima.
Vedendomi sempre più confuso, mi fece cenno di andarle vicino, mi prese con bontà per
mano e mi disse:
– Guarda.
Guardai, e mi accorsi che quei ragazzi erano tutti scomparsi. Al loro posto c’era una
moltitudine di capretti, cani, gatti, orsi e parecchi altri animali. La donna maestosa mi
disse:
– Ecco il tuo campo, ecco dove devi lavorare. Cresci umile, forte e robusto, e ciò che
adesso vedrai succedere a questi animali, tu lo dovrai fare per i miei figli.
Guardai ancora, ed ecco che al posto di animali feroci comparvero altrettanti agnelli
mansueti, che saltellavano, correvano, belavano, facevano festa attorno a quell’uomo e a
quella signora.
A quel punto, nel sogno, mi misi a piangere. Dissi a quella signora che non capivo tutte
quelle cose. Allora mi pose una mano sul capo e mi disse:
– A suo tempo, tutto comprenderai.
Aveva appena detto queste parole che un rumore mi svegliò. Ogni cosa era scomparsa.
Io rimasi sbalordito. Mi sembrava di avere le mani che facevano male per i pugni che
avevo dato, che la faccia mi bruciasse per gli schiaffi ricevuti.
Capo di briganti?
Al mattino ho subito raccontato il sogno, prima ai fratelli che si misero a ridere, poi alla
mamma e alla nonna. Ognuno diede la sua interpretazione. Giuseppe disse: « Diventerai
un pecoraio ». Mia madre: « Chissà che non abbia a diventare prete ». Antonio malignò: «
Sarai un capo di briganti ». L’ultima parola la disse la nonna, che non sapeva niente di
teologia, che non sapeva né leggere né scrivere: « Non bisogna credere ai sogni ».
Io ero del parere della nonna. Tuttavia quel sogno non riuscii più a togliermelo dalla
mente. Ciò che esporrò in queste pagine dirà il perché.

 

Fonte: san Giovanni Bosco, Memorie dell’oratorio di san Francesco di Sales

 

Adattamento: Teresio Bosco

Santi e Testimoni. Suor Eusebia Palomino

Eusebia Palomino Yenes vede i natali nel crepuscolo del secolo XIX, il 15 dicembre del 1899, a Cantalpino, piccolo paese della provincia di Salamanca (Spagna), in una famiglia tanto ricca di fede quanto scarsa di mezzi. Papà Agustín, uomo di grande bontà e dolcezza, lavora come bracciante stagionale a servizio dei proprietari terrieri dei dintorni, mentre mamma Juana Yenes accudisce alla casa con i quattro figli. D’inverno la campagna riposa e il lavoro viene a mancare, il pane scarseggia. Allora papà Palomino si trova costretto a chiedere aiuto alla carità di altri poveri nei paesetti della zona. Talvolta a lui si accompagna la piccola Eusebia, di sette anni appena, ignara del costo di certe umiliazioni: ella gode di quelle camminate per i sentieri campestri, e lietamente saltella accanto al papà che le fa ammirare le bellezze del creato e che, dalla luminosità del paesaggio di Castiglia, trae spunti catechistici che la incantano. Poi, raggiunto un cascinale, sorride alle buone persone che la accolgono e chiede “un pane per l’amor di Dio”.

Il primo incontro con Gesù nell’Eucaristia all’età di otto anni procura alla fanciulla una sorprendente percezione del significato dell’appartenere e dell’offrirsi in totalità di dono al Signore. Assai presto deve lasciare la scuola per aiutare la famiglia e dopo avere dato prova di precoce maturità nell’accudire – bambina lei stessa – i bambini di alcune famiglie del luogo, mentre i genitori sono al lavoro, a dodici anni va a Salamanca con la sorella maggiore e si colloca a servizio di qualche famiglia come bambinaia-tuttofare. Nei pomeriggi domenicali frequentando l’oratorio festivo delle Figlie di Maria Ausiliatrice conosce le suore, che decidono di chiedere la sua collaborazione in aiuto alla comunità. Eusebia accetta più che volentieri e si mette subito all’opera: aiuta in cucina, porta la legna, provvede alle pulizie della casa, stende il bucato nel grande cortile, va ad accompagnare il gruppo di studentesse alla scuola statale e svolge altre commissioni in città.

Il desiderio segreto di Eusebia, di consacrarsi interamente al Signore, accende e sostanzia ora più che mai ogni sua preghiera, ogni suo atto. Dice: “Se compio con diligenza i miei doveri farò piacere alla Vergine Maria e riuscirò a essere un giorno sua figlia nell’Istituto”. Non osa chiederlo, per la sua povertà e mancanza d’istruzione; né si ritiene degna di una tale grazia: poiché è una congregazione tanto grande, pensa. La superiora visitatrice, alla quale si è confidata, l’accoglie con materna bontà e la rassicura: “Non ti preoccupare di nulla”. E volentieri, a nome della madre generale, decide di ammetterla.

Il 5 agosto 1922 inizia il noviziato in preparazione alla professione. Ore di studio e di preghiera alternate a quelle del lavoro scandiscono le giornate di Eusebia, che è al massimo della gioia. Dopo due anni, nel 1924 pronuncia i voti religiosi che la vincolano all’amore del suo Signore. Viene assegnata alla casa di Valverde del Camino, una cittadina che all’epoca conta 9.000 abitanti, all’estremo sud-ovest della Spagna, nella zona mineraria dell’Andalusia verso il confine con il Portogallo. Le giovani della scuola e dell’oratorio, al primo incontro, non celano una certa delusione: la nuova arrivata è figura piuttosto insignificante, piccola e pallida, non bella, con mani grosse e, per di più, ha un brutto nome.

Il mattino seguente la piccola suora è al suo posto di lavoro: un lavoro multiforme che la impegna in cucina, in portineria, in guardaroba, nella cura del piccolo orto e nell’assistenza delle bimbe nell’oratorio festivo. Gode di “essere nella casa del Signore per ogni giorno di vita”. È questa la situazione “regale” di cui si sente onorato il suo spirito, che abita le sfere più alte dell’amore. Le piccole sono presto catturate dalle sue narrazioni di fatti missionari, o vite di santi, o episodi di devozione mariana, o aneddoti di don Bosco, che ricorda grazie ad una felice memoria e sa rendere attraenti e incisivi con la forza del suo sentire convinto, della sua fede semplice.

Tutto, in suor Eusebia, riflette l’amore di Dio e il desiderio forte di farlo amare: le sue giornate operose ne sono trasparenza continua e lo confermano i temi prediletti delle sue conversazioni: in primo luogo l’amore di Gesù per tutti gli uomini, che la sua Passione ha salvato. Le Sante Piaghe di Gesù sono il libro che suor Eusebia legge ogni giorno. Ne trae spunti didascalici attraverso una semplice “coroncina”, che consiglia a tutti, anche con frequenti accenni. Nelle sue lettere, si fa apostola della devozione all’Amore misericordioso, secondo le rivelazioni di Gesù alla religiosa polacca, oggi santa, Faustina Kowalska, divulgate in Spagna dal domenicano Padre Juan Arintero.

L’altro “polo” della pietà vissuta e della catechesi di suor Eusebia è costituito dalla “Vera devozione mariana” insegnata dal santo francese Luigi M. Grignion de Montfort. Sarà questa l’anima e l’arma dell’apostolato di suor Eusebia per tutto l’arco della sua breve esistenza. Destinatari sono ragazze, giovani, mamme di famiglia, seminaristi, sacerdoti. “Forse non vi fu parroco in tutta la Spagna – è detto nei Processi – che non abbia ricevuto una lettera di suor Eusebia a proposito della schiavitù mariana”.

Quando, all’inizio degli anni ’30, la Spagna entra nelle convulsioni della rivoluzione per la rabbia dei senza-Dio votati alla distruzione della religione, suor Eusebia non esita a portare alle conseguenze estreme quel principio di “disponibilità”, pronta letteralmente a spogliarsi di tutto. Si offre al Signore come vittima per la salvezza della Spagna, per la libertà della religione. La vittima è accetta a Dio. Nell’agosto 1932 un malore improvviso e le prime avvisaglie. Poi l’asma, che in momenti diversi l’aveva disturbata, inizia ora a tormentarla fino a livelli d’intollerabilità, aggravata da malesseri vari subentrati in modo insidioso.

In questo tempo, visioni di sangue addolorano suor Eusebia ancor più degli inspiegabili mali fisici. Il 4 ottobre 1934, mentre alcune consorelle pregano con lei nella cameretta del suo sacrificio, s’interrompe e impallidisce: “Pregate molto per la Catalogna”. È il momento iniziale di quella sollevazione operaia in Asturia e di quella catalana a Barcellona (4-15 ottobre 1934) che saranno chiamate “anticipo rivelatore”. Visione di sangue anche per la sua cara direttrice, suor Carmen Moreno Benítez, che sarà fucilata con un’altra consorella il 6 settembre 1936: nel 2001, dopo il riconoscimento del martirio, sarà dichiarata beata.

Intanto i malanni di suor Eusebia si aggravano: il medico curante ammette di non saper definire la malattia che, aggiuntasi all’asma, le fa accartocciare le membra riducendola a un gomitolo. Chi la visita sente la forza morale e la luce di santità che irradia da quelle povere membra doloranti, lasciando assolutamente intatta la lucidità del pensiero, la delicatezza dei sentimenti e la gentilezza nel tratto. Alle sorelle che la assistono promette: “Tornerò a fare i miei giretti”.

Nel cuore della notte fra il 9 e il 10 febbraio 1935 suor Eusebia pare serenamente addormentarsi. Per l’intera giornata le fragili spoglie, adorne di tantissimi fiori, sono visitate da tutta la popolazione di Valverde. Fra tutti ritorna la stessa espressione: “È morta una santa”.

Prima di morire ebbe momenti di estasi e visioni. La sua salma riposa a Valverde del Camino.

Venerabile il 17 dicembre 1996; beatificata il 25 aprile 2004 da Giovanni Paolo II.

 

PREGHIERA

O Dio, che hai modellato il cuore 
della beata Eusebia, vergine,
sul mistero pasquale del tuo Figlio, fino al dono della vita,
concedi a noi, rafforzati dal suo esempio di umiltà e letizia,
di crescere costantemente nel tuo amore
e nel servizio dei poveri.
Ti supplichiamo di voler glorificare quest’umile tua serva
e di concederci, per sua intercessione,
la grazia che ti chiediamo…
Per Cristo nostro Signore. Amen.

 

Fonte: http://www.sdb.org