Diario di una semplice cristiana cattolica

image_pdf

“Beati i miti, perché possederanno la terra” E tu, Maria, con la tua presenza silenziosa e discreta durante tutta la vita di tuo figlio e poi, nel tempo, mi sei maestra. Mitezza, decisamente è un messaggio contrario a quello che il “mondo” ci rimanda continuamente, e non solo oggi. Per scelta, contestata peraltro da chi mi è vicino, da molto davvero molto tempo non guardo il telegiornale. Le notizie mi arrivano lo stesso, ma mi ero davvero stancata di immagini violente, di fatti cruenti e crudeli, che mostrano solo l’aspetto più brutale dell’uomo, che non voglio dimenticare è Creatura di Dio. Non è necessario, nel mio cuore, sapere i singoli terribili e terrificanti fatti per pregare per le vittime e per i carnefici; per pregare perchè vengano vinti i sentimenti di odio, vendetta, egoismo sfrenato, perfidia, violenza; perchè i cuori di tanti vengano illuminati, mitigati.
E allora, cosa vuol dire essere miti? essere come te, Maria? Il primo richiamo è alla dolcezza che è il contrario di arroganza, di prevaricazione, del primato sull’altro anche ad ogni costo (dalla coda in posta, alla precedenza sulla strada, alla scalata carrieristica a…quanto altro ancora?) Mitezza è anche delicatezza: nei gesti, nelle parole, nello sguardo, negli atteggiamenti; è il contrario di offendere. Mitezza, o mansuetudine: atteggiamento desueto, che fa desistere da prese di posizione arroganti, di dominio. Mitezza, coloro che sono pacifici, che non fanno violenza: non serve commettere crimini efferati, la violenza sa essere sottile e profonda sia nel fisico che nella psiche di chi la subisce. Mitezza, anche gentilezza: lasciar passare l’altro, il piccolo gesto di aiuto, il sorriso, il buongiorno, l’affabilità nei rapporti. Quante stupende qualità! Se con loro rivestissimo una persona, ne verrebbe fuori un essere radioso, luminoso!
In “Gaudete et exsultate”, al punto 74, è detto che “la mitezza è un’altra espressione della povertà interiore, di chi ripone la propria fiducia solamente in Dio”
Poche parole, ma dense. Esattamente il contrario della nostra quotidianità, a come è l’ambiente che ci circonda, a come siamo noi, a come sono io. Rifletto. Mi accorgo che non sono povera interiormente e nonostante i miei sforzi sono ricca di me, malamente accetto i torti, il mio io è ancora preponderante. A fatica faccio un passo indietro, non so essere sempre accogliente, disponibile. E mi accorgo che ripongo la mia fiducia in Dio solamente perchè le cose non mi vanno poi così male. Ma se mi venisse diagnosticata una incurabile malattia? o se succedesse qualcosa di irreversibile ad uno dei miei figli? o se perdessi la casa con tutto il suo contenuto? saprei riporre tutta me stessa solo in Dio, confidando solo nel suo Amore, nella sua Provvidenza?
Gesù mi chiede non solo di seguirlo ma di fare miei i suoi atteggiamenti, di vestirmi di bontà, manusetudine, tenerezza, dolcezza, pazienza, gentilezza, rispetto dell’altro, mitezza. Se ci riuscissi sarei davvero un’altra persona, sarei “rinata nello spirito”. La mia preghiera profonda oggi è rivolta allo Spirito Santo perchè mi colmi di questa Grazia.
Nel silenzio della mia casa circondata dai giardini cosparsi di brina, solo il momentaneo svolazzare vivace di due passeri che si inseguono e il computer che, sullo sfondo di una adorante Maternità circondata da Angeli musicanti, mi fa ascoltare dolcissimi canti di Natale eseguiti da violini, flauti, pianoforti e arpe.
Guardo quella dolcissima Mamma: come vorrei somigliarle!
A.L.

23 dicembre 2018

Immagino come scena teatrale. Interno di una casa umile ma linda, a destra un uscio sprangato, sul fondale una finestra sormontata da un bastone a cui è appesa una tenda di tessuto grezzo tirata su un lato, dai vetri si vede un limpido cielo stellato; a circa metà della stanza due colonne di legno, sormontate da un’architrave anch’essa di legno, delimitano quella che è una cameretta arredata spartanamente: un letto con accanto un tavolino su cui ci sono un candelabro con un mozzicone spento di candela, una brocca e una bacinella di coccio, poco più in là una sedia su cui è appoggiato un fagotto contenente vestiario e cibo per un viaggio e sulla spalliera è appoggiato un asciugamano. Si vede una figura dormire. Totale silenzio. Che viene rotto dal canto del gallo mentre il cielo lentamente si illumina con i colori dell’alba. La figura, una fanciulla, lesta si alza, si lava, si asciuga il volto riponendo accuratamente l’asciugamano, si pettina i lunghi setosi capelli e li raccoglie con un morbido nastro, calza semplici sandali, si copre il capo con un velo bianco di garza, indossa il mantello da viaggio, si mette a tracolla il fagotto in cui ripone alcune vestine e fasce. Gioiosa apre l’uscio su cui indugia un momento voltandosi sorridendo a salutare quella stanza che per alcuni mesi non rivedrà e che è stata testimone di fatti strabilianti. Veloce si avvia, i genitori li ha salutati la sera prima. Deve vai, piccola Miryam, con il passo così veloce su quel sentiero incontro all’alba? Risparmia le forze, il viaggio è lungo, ed in salita. A cosa stai pesando? Sicuramente nelle tue orecchie risuona ancora la voce di quell’essere di luce che improvviso ti è apparso e ti ha detto parole di fuoco che avrebbero stravolto la tua vita, il tuo futuro. Ancora provi lo sperdimento, il sentire il cuore fermarsi, il timore, l’incredulità che ti porta per un attimo a dire “ma proprio a me? proprio io che sono così piccola? Davvero io ho trovato grazia presso Dio? Io, piena di grazia?” Ma è solo un attimo, e sul “nulla è impossibile a Dio” tu pronunci il tuo sì, ti abbandoni totalmente a questo progetto che certamente mai era stato tuo, accetti e ti rimetti totalmente con tutto il tuo essere a questo annuncio che tu non conosci nell’interezza della sua evoluzione. Il sì ti è sgorgato dal cuore, improvviso, impetuoso ed incontenibile come zampillo di fresca acqua. Hai capito che sei chiamata ad essere madre. Sei stata prescelta per esssere la fattrice del tuo Creatore, perchè si nutrisse dal tuo puro seno, perchè la tua suadente voce gli cantasse la ninna-nanna, perchè le tue dolci mani lo sostenessero nei suoi primi passi, perchè la tua sapienza lo istruisse nella Legge. La madre di Dio, che attraverso di te diventa Uomo. E attraverso di lui tu diventi madre di tutti, diventi mia Madre. Ma su quella via tu ancora non conosci tutto. Lo senti, però, nel tuo cuore. Per adesso l’incontenibile gioia della maternità. Tua cugina Elisabetta ti vede arrivare, ti corre incontro e si mostra in tutta la rotondità della gravidanza avanzata. E ti saluta, un po’ stupita, come se tu fossi la Regina: “A cosa devo questo onore? Come la madre del mio Signore, del mio Re, viene nella mia casa?” Umile Maria, tu ora sali sul tuo trono cosparso di spine, e ti proclami Regina chiamandoti serva. Senti che la tua anima quasi scoppia, non riesce a contenere l’esultanza, la lode, la magnificenza per Dio che porti in grembo. E intoni il tuo canto che ci libera, che ci porta verso la vita eterna, che ristabilisce la creazione.
Maria, bambina mia, grazie.
UN USCIO