GIACOMETO: piccola teologia veneta

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Don Angelo (inventore di Giacometo) nei momenti di vita quotidiana,
in famiglia con il fratello Albino (grazie a Giorgio Bertolin)

Il rapporto tra lo zio don Angelo e suo fratello Albino, mio padre, era caratterizzato da una composta cordialità. Condivisero solo la prima fanciullezza, poi le loro vite presero strade molto diverse: lo zio all’età di dieci anni iniziò il suo percorso di studi in Seminario, mio padre, due anni più giovane, continuò per tutta la vita nel duro lavoro di piccolo agricoltore. I contatti tra i due fratelli non erano molti, recarsi a Tencarola, da quando don Angelo si insediò come Parroco, era difficile: si doveva andare, da Caltana, in bicicletta fino a Ponte di Brenta, per poi proseguire con l’autobus.

Comunque le visite “dovevano essere brevi”: don Angelo aveva il timore che i parrocchiani potessero alludere ad impropri mantenimenti o a privilegi nei riguardi della sua parentela. Mio Padre mi raccontava che un giorno lui e il padre Valentino, costretti a trattenersi più del solito, presso la canonica, per un lavoretto nel piccolo vigneto, allora situato dove oggi sorge il campanile, furono fatti uscire dal retro, in fretta e con la consegna del silenzio.

Con l’arrivo del Cappellano Don Luigi dalla Longa, lo zio iniziò a concedersi qualche settimana di vacanza, soprattutto nei mesi estivi, a Caltana city, nelle sponde del fiume Cognaro (così amava definire il domicilio del fratello).

Nel loro discutere si notava un comune senso dell’umorismo, utilizzando l’ironia, anche se con atteggiamenti diversi; mio padre costruiva il discorso cercando soprattutto la reazione divertita dell’interlocutore, suo fratello si immedesimava, viveva la discussione, la modellava quasi a volersi divertire per primo: era la chiave della sua facilità di entrare in empatia, soprattutto con i piccoli.
Nelle loro discussioni c’era il ricordo delle frequentazioni della Parrocchia di Caltana, le loro dinamiche relazioni, come chierichetti, con il mite e pio don Antonio Gallerani e l’estroso e vulcanico cappellano don Marco.
Parlavano dei Genitori e in particolar modo della Madre per quel suo carattere fiero e combattivo; si divertivano a rievocare l’episodio che la vide, con atteggiamento severo e tono a dir poco deciso, controbattere la Maestra che non accettava la giustificazione per un’assenza scolastica del figlio Albino: «me par de vèdarla, …come Caifa che se strassa e vesti nel Sinedrio», sghignazzava lo Zio.
Del padre Valentino evidenziavano l’intransigenza nei comportamenti e la severità nelle punizioni: «Contame Albino, de quèa volta del funeràe del nonno Bepi». «Go da vere ancora el crepo – rispondeva mio Padre toccandosi la testa e, alzando gli occhi per cercare attenzione dei presenti – so drio petenàrme davanti al specio per andare al funeràe…, no rivba me pare!… el me fulmina coi oci, …el fa on salto dandome on tangaròn così forte che con a testa domenti rompo el specio, …e sgrignando i denti: tirate sò chee panèe!!…, credito de ‘ndàre a baeàre!».

Un antenato spesso rievocato era il loro bisnonno Giacomo, sempre nominato “Bapo dea caneta”, con le sue gesta e quel suo millantare origini nobiliari cercando di sottolineare attraverso quel suo particolare abbigliamento: calzoni alla zuava, mantellina e cappello a cilindro (la caneta). Era spesso menzionato, perché li divertiva in modo particolare, quel suo vezzo di mettersi all’entrata della Chiesa, in prossimità dell’acquasantiera, bagnarsi abbondantemente le dita con l’acqua benedetta per portarla alle giovani che entravano, toccando loro le mani in segno, a suo dire di galanteria. Sempre di «Bapo» ricordavano anche il suo vantarsi nell’interloquire con i vari signorotti della zona e quel suo particolare richiamo, quando le finanze famigliari scarseggiavano, scandito nel suo più aristocratico dialetto veneziano: «El conte P… el me gà dito: Bapo!, …se te vol far schèi, te pol magnare anca senza sal!».

In libertà, lo Zio parlava anche dei suoi scritti, dei suoi viaggi, della nuova Chiesa di Tencarola, delle attività parrocchiali e anche di Pastorale Liturgica. Era orgoglioso che i suoi scritti avessero tanto seguito e che fossero letti perfino dal Beato Papa Giovanni XXIII, il quale dedicava spesso parole di stima e ammirazioni: «… Che forsa! …adesso xé parfin bèo essere pìcoi e tondetti». Del processo di canonizzazione di Papa Giovanni, iniziato subito dopo la morte, diceva: «Paolo VI gà messo insieme anca Pio XII par frenare un pocheto, se no el me deventava santo anca prima de Sant’Antonio».

Relativamente al racconto “El brivido dela Castagnara granda” gli si chiedeva anticipazioni sulla trama e, ovviamente, come e quando decideva di terminarlo: «No gò intensiòn de moeàrlo, …el funsiona, …basta zontare situassiòn e personaggi e teo slonghi fin che te voi», diceva visibilmente soddisfatto.

Non l’abbiamo mai sentito esprimere critiche verso i Superiori o verso i Colleghi Sacerdoti. Sapeva di essere stimato e questo lo inorgogliva; non resisteva però, con la parlata, nel giocare, nell’infierire, nel creare caricature con riferimento all’aspetto fisico o alle abitudini di qualcuno.

Sul “Parco di Caltana city”: «Don Gioani el tabaca come on turco, el tira col naso cofà na turbina… Quando el porta i tosi a dotrina, vestio col tabaro, col fis-cio in boca e à bachèta in man, el me pare un mandrian».

Riferendosi a Mons. Canella: «Semo in albergo, …el se cava ea camisa…, – per carità!…, fame un piassere, se te ve in spiaia, metate na canotiera, se no te me spaenti e done incinte!».

Con il Cappellano Don Luigi dalla Longa aveva un buon rapporto, lamentava certe assenze e ritardi, ma apprezzava, anzi invidiava quella sua giovanile intraprendenza: «Non te o cati mai, ma quando el riva el fa par sinque». Ad una visita ai genitori di Don Luigi, a Valdobbiadene, ricordava la preoccupazione del padre: «Me raccomando don Angelo…, el me tenda sto toso, …el porta passiensa».

Contrariamente a quanto spesso riportato, aveva grande considerazione del genere femminile. Vedeva la donna come educatrice, mite, pronta a smussare le tensioni famigliari, custode dei valori cristiani; non doveva esporsi alle suggestioni del modernismo che puntava a sminuire quei valori di umiltà, pazienza, fedeltà e perseveranza esaltati, invece, dalla vita di Maria di Nazareth. Questo non voleva dire chiudersi in casa e subire passivamente gli eventi, anzi.
Ricordo molto bene una sua considerazione: «Spesso ricevo in Archivio, donne che e se lamenta per problemi famigliari dovùi aea fadiga dei lavori de casa, a dover vivere in fameie tanto numerose, a sopportare insensibilità o insofferenza del marìo, ecc. …Vedo tanta rassegnassion e anca sofferenza; …a volte me toca fare el psicologo: Non tasare sempre! Fatte sentire! …varda che de meio de tì non ghe ne se tante, …cambia petenatura, va qualche volta daea paruchiera, trucate un pocheto e te vedarè che to marìo, se non xè semo, el se sveia».

Dei suoi viaggi in diversi Paesi, non solo europei, sempre con l’inseparabile Mons. Canella («Mi e don Chèco semo come marìo e moìere»). Gli piaceva raccontare la cultura, le abitudini, l’organizzazione sociale e soprattutto la cucina: «I me gà servìo na beissima insaeata, con tante verdure, ma sòra i ga butà na scassoeà de na pastèca del posto, …Coi sforsi a ghemo mandà xò».
In un’altra situazione: «Voevimo provare ‘na speciaità del posto, …i me ga portà ‘na specie de fritura, con dee fete che parea bacaeà; …ghemo magnà, …tuto bon e coto ben. Incuriosii ghe domandemo cossa chèl gera: …carne de serpente!».
Vedendo la nostra espressione schifata, per niente mitigata dal solito sorrisetto di circostanza, lo zio, con aria divertita, rivolgendosi verso di me: «Vedi toso, …se te capita de voèr provare piatti che non te conossi, …magna e tasi!, …fa domande, dopo e se i te xè piasùi».

Mio Padre spostava spesso la discussione su tematiche religiose, sulla trasformazione della società, sui cambiamenti nella Chiesa Cattolica e sul Concilio Vaticano II. Lo zio argomentava su tutto, con grande pacatezza e serenità, non sembrava il «Giacometo» battagliero dei suoi scritti: «Quando te scrivi – diceva –se te voi che resta el segno, te devi sgraffare!».

Sullo svolgimento del Concilio Vaticano II ci informava sullo stato dei lavori, sulle questioni in discussione, sulla difficoltà di conciliare le varie posizioni dei Padri Conciliari: «Se da ‘na parte i spense per forti cambiamenti e l’altra parte che tenta de resistere, ma che a dovarà moeàre, …non se sa quanto, perché cheàltri i xé forti… El poro Paolo VI gavarà da triboeàre par smussare e concludere». Non l’ho mai sentito patteggiare per l’una o l’altra parte, per Lui l’importante era il fine ultimo a cui doveva tendere ogni cristiano: «Noialtri se affanemo a girare e rigirare el timon, su come e quando alsare e sbassare e vèe, ma so na nave, chi che comanda, deve scansare i pericoi e vardare a bùssoea».

Sui comportamenti alle volte era molto intransigente, i Comandamenti, i Sacramenti ed i Precetti della Chiesa andavano rispettati perché, per Lui, erano il collante che teneva unito il popolo di Dio e la corazza che lo difendeva dalle lusinghe di quel modernismo impregnato di troppo permissivismo che stava portando alla secolarizzazione della società. Sapeva però vedere e valutare le situazioni; ricordo che in una discussione, avevo diciassette anni, forse per rafforzare certe mie giovanili convinzioni, mi lasciai scappare un licenzioso aggettivo abbinato ad una generica Marisa, Lui mi guardò, spense il suo solito sorriso, aspettò qualche secondo per raffreddare il clima e perentoriamente disse: «Varda che no te dona par gnente!». Rimasi sorpreso e ferito, non me l’aspettavo da Lui che mi aveva sempre manifestato simpatia e stima, mi volle del tempo per stemperare la delusione e anche una certa irritazione.

In un’altra occasione si rivolse a mio Padre: «Ciò Albino, …varda che el parco de Caltana el sa che te lavori anca de Domenega!». Mio Padre, senza cercare giustificazioni rispose: «Si don Angeo, ma te sé anca ti che i campi non speta». Riprese Don Angelo: «Voialtri che lavorè a tera con e man, par mi, si sempre dispensai», fu la risposta immediata e senza distinguo.

Arrivò poi la fine della collaborazione con «La Difesa del Popolo». In molti si chiesero del perché, considerando che gli scritti/racconti di «Giacometo» erano ancora molto seguiti e contribuivano non poco alla diffusione del giornale.
«I me gà fatto fòra, …mandà in esilio», confidava al fratello Albino. Era amareggiato, si sentiva privato di quel “tocio per scrivere” che gli permetteva di esprimersi in libertà e far arrivare quel suo messaggio di attaccamento ai valori cristiani, condito di personaggi e situazioni presi dalla memoria e dalla sua fervida fantasia, ad una platea molto vasta. Era l’epilogo di quel processo di limitazione/punizione deciso ed annunciato dal Vescovo per aver contrastato certe decisioni della Curia, riguardanti il frazionamento dei finanziamenti e del territorio della Parrocchia di Tencarola.
La sua amarezza non si tramutò mai in sconforto, sapeva che il suo operato gli avevano procurato stima e considerazione da parte dei Colleghi Sacerdoti e dei suoi Parrocchiani, e questo lo gratificava.

Quando fu eletto Vicario Foraneo di Selvazzano Dentro con orgoglio diceva: «Quando ghe xè stà la votassion, ghe gò dito a cheàltri Parroci: ve mostro a me scheda bianca, …par mi si tutti degni de essere Vicario. …Go da verli incantai, …i ga votà tutti par mi».

Dell’ultimo periodo ricordo l’apprensione di mio padre per la salute del fratello che lo faceva ripetere spesso: «L’ultima volta… non lo gò visto tanto ben!», cercando subito il conforto della nostra solita rassicurante smentita.

La temuta notizia arrivò, da noi a Caltana, di notte, con la gelida ed esplicita esclamazione di Don Luigi: «Albino!… Don Angelo xè morto!», detta ancor prima che mio Padre aprisse la porta di casa. Un semplice e dimesso «Oh Signore!…», fu la risposta.

Accompagnai subito mio Padre a Tencarola, trovammo la salma di Don Angelo sistemata nella camera ardente ricavata nella sala da pranzo attigua alla cucina, mio Padre sostò in silenzio, con compostezza, più preoccupato sul come atteggiarsi nei confronti delle molte persone che si succedevano che dal gestire l’emozione: scoppiò in un pianto liberatorio solo al momento della chiusura del loculo, in cimitero.
Negli anni che seguirono, ogni volta che lo accompagnavo in visita al cimitero di Tencarola si inorgogliva, vedendo la tomba sempre colma di fiori, la molta gente che la visitava e vi sostava in preghiera, ed esternava un imbarazzo: «…grassie, …grassie, …grassie…» quando, riconosciuto, veniva avvicinato per un saluto.

A conclusione sento il dovere di ringraziare Adriano Vicarioto per il suo imponente lavoro di ricerca, analisi, riflessioni sulla figura, l’opera, la spiritualità e avventura giornalistica di Don Angelo «Giacometo», perché fa scoprire, anche a me nonostante i contatti diretti e le testimonianze famigliari, il Sacerdote a tratti sconosciuto. Tralasciando considerazioni sul valore letterario, teologico, che non mi competono, e piaggerie fuori luogo, dico solo che l’opera è pervasa di partecipazione, dedizione e passione che vanno oltre la rigorosa ricerca e analisi storica: lo Zio Don Angelo, da lassù, con gli occhi lucidi, si meraviglierà per avere tanto ispirato e trasmesso il Vangelo, il fratello Albino sicuramente balbetterà il suo “grassie, …grassie, …grassie!” per tanta commovente testimonianza.

Caltana, marzo 2014.

(Giorgio Bertolin)

 

 

Ah, questi preti!…

Operaio, a te particolarmente è dedicato il   presente libretto. Ecco la vera luce sotto cui devi vedere il sacerdote, il cappellano del lavoro che viene settimanalmente a trovarti nel luogo stesso delle tue fatiche quotidiane. Non renderti supinamente schiavo del pre­giudizio e delle banali insinuazioni del solito compagno saputello, che vuol farla sempre da maestro e sgancia giudizi e sentenze su tutto e tutti con quella competenza che tu ben sai quando si tratta di lavoro. Fa’ questa esperienza: avvicinati al tuo Cap­pellano, parla un po’ con lui, chiedigli qualche favore  e conoscerai chi egli veramente sia.Egli ti è amico, fratello, padre; viene a te con disinteresse assoluto, non ti chiede nulla, ti vuole invece tutto regalare; ti vuole sopra tutto donare la luce, il sorriso, il bacio di Cristo ope­raio, perché la tua ardua fatica quotidiana ne sia illuminata, nobilitata e santificata, e ti sia resa più lieve; perché la tua anima sia ricolma di pace e di gioia (Don Angelo, Padova, 15 gennaio 1945).

L’insegna dell’osteria diceva: «Da Toni Oco –Vino».

Don Rino l’osservò, e provò una sete ardente. Allora frenò e dietro a Lui frenò anche il gruppo com­patto e allegro degli Aspiranti, sollevando una nube di polvere e un’ondata di rumorosa gioia.

Entrarono. Bevvero mezza cassetta d’aranciate «Recoaro»; e quando uscirono la bassa e affumicata spelonca di Toni Oco sembrò più squallida e sconsolata.

 

La combriccola

 

– Simpatico eh, quel pretino!… – fece Gigio Broccoletti.

Ohe, ohe!… avresti forse qualche debolezza, qualche tenerezza per i preti !?. – Era Aristodemo Sardea che parlava …. l’inclito barbiere del paese, valente scorticatore di cristiani e professore in chiacchere; e sopra tutto un arrabbiato mangiapreti. Egli continua:  … i preti!?. ma dovreste capirlo una buona volta che i preti sono i nostri peggiori nemici, il cancro della società;  si!… sono i veri nemici del popolo!… Guardate: è scritto anche qua sul giornale!

Sentite: « … a Gorizia bande di ribelli al soldo del nemico, hanno preso e fucilato alcuni Sacerdoti sotto l’accusa di essere nemici del popolo». Ma alcuni è troppo poco!… tutti, tutti dal primo all’ultimo biso­gnerebbe prenderli e inchiodarli al muro, a colpi di mitra; e vi assicuro io, Aristodemo Sardèa, il mondo andrebbe assai meglio!… –

– Forse non hai torto!.  – brontola Nane Fenòci, che stenta proprio a mandar giù la strigliata che do­menica scorsa ha ricevuto in chiesa a proposito di mercato nero: giacché tutti sanno che lui il frumento sottratto all’ammasso l’ha ceduto – prezzo di favore!   – a lire mille e quattrocento il quintale!

– Già, si starebbe certo più tranquilli! – fa eco Cornelio Potàcci, che ha cinquant’anni, moglie e figli e va ancora in giro a fare il… gagà.

Bortolo Graspìa e Camillo Sparpanàssi tacciono.

Ma c’è anche un altro che tace e ascolta.

E’  Sansone  Brazzoduro,  la  guardia  del  vil­laggio; da giovane ha studiato un po’ anche in città, poi s’è sempre coltivato, ora tiene con onore la carica di segretario dell’Unione Uomini di Azione Cat­tolica. E’ molto rispettato per la sua provata onestà, per la sua intelligenza e … per la forza erculea delle sue braccia. Egli beve la sua «ombretta», e poi s’av­vicina lento al gruppo e si ferma torreggiante di fronte al barbiere mangiapreti.

– Oh, amici, parlate di preti? E’ un argomento  che mi interessa molto! Permetterete anche a me di dire la mia, non è vero?!…

E Sansone incrocia i possenti bicipiti sul petto villoso. Senza volerlo il suo atteggiamento è batta­gliero.

– Oh, ma certo!… Ma sicuro!… Si, si!… Di, pure, Sansone!…

 

 

I Preti… ecco i nemici del popolo!

 

Sansone aveva ancora in mente una bella confe­renza sul Sacerdozio sentita qualche mese prima. Non gli parve vero di spifferarla. E cominciò:

– Caro Sardea, tu dici che i preti sono i nemici, anzi i veri nemici del popolo. Io invece dichiaro che non vi è niente di più falso.

E’ vero proprio il contrario: sono i Sacerdoti i soli e veri amici del popolo.

Per un momento lasciamo pur stare quello che il Sacerdote è per la sua missione soprannaturale, cioè: Ministro di Dio; Rappresentante del Signore; Intermediario fra l’uomo e Dio; Ponte di Congiun­zione fra cielo e terra; Dispensatore dei tesori dell’Altissimo; Guida sicura verso le altezze della per­fezione morale; Padre; Maestro; Medico dell’uma­nità; in una parola «Luce del mondo e Sale della terra…». Ma anche considerato solo come uomo pub­blico, non ne trovi un altro che sia più vicino al popolo, e che per il popolo viva e si sacrifichi interamente come il Sacerdote.

Davvero i nemici del popolo…  il cancro della so­cietà?!… –

Il nostro Aristodemo resta muto, fermo, inciocchito come se Sansone gli avesse mollato una vigo­rosa mazzata sulla zucca… Poi si riscuote e vuol tentare almeno una difesa.