Divieto di giocare

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È cominciata così: con il divieto inflitto ai bambini di giocare nei cortili dei palazzi. Ne ho provato una grande solitudine, come per una perdita privata: per me il rumore dei bambini ha la stessa dolce allegria del frinire delle cicale in campagna d’estate. Aprivo di proposito la finestra sul cortile, per ascoltare i tonfi delle loro pallonate, le loro guerre, i serissimi insulti e le contestazioni e le risate, improvvise e contagiose. Ovvero il rumore della vita che cresce, il nostro stesso rumore biologico, la conferma della salute, ovvero del futuro, della nostra specie. Adesso, quando apro la finestra, c’è il silenzio di un mondo disabitato. Disabilitato a vivere.
Purtroppo questa direzione fatale continua con l’interdizione all’accesso dei minori di 5 anni in taluni ristoranti. Un proprietario di esercizio alimentare così motiva la propria decisione: «Ce l’ho con i genitori che non sanno educare i propri figli. Io quando andavo da bambino al ristorante con mio papà, lui mi diceva “stai buono, se ti muovi ti spacco le gambe”». C’è da complimentarsi con quel genitore, c’è davvero da prenderlo a esempio. Siamo nei territori pericolosi del tramandare il danno di generazione in generazione.
Così, mi chiedo: a quando le zone dedicate ai bambini accanto al recinto dei cani?
Sulle rive di questo cinico Occidente in agonia muoiono solo i profughi, ovvero quelli che sono stati costretti dalla realtà a coltivare un sogno, che troppo spesso noi contribuiamo a trasformare in un incubo. Perché io credo che questo nostro cinico Occidente provi anche una sotterranea invidia, nei confronti di quella massa viva e piena di bambini che si sposta, per inseguire l’utopia di un futuro.
Noi non sogniamo più, non moriamo più, non sporchiamo, non piangiamo in pubblico, i nostri figli non possono più giocare per strada, non urliamo, se non nel traffico o negli accessi improvvisi di così detta “follia”, ovvero quando la massa dei desideri compressi esplode e ci travolge. Come la natura si riprende la terra organizzata dal risibile ordinamento umano con terremoti e maremoti che ci sforziamo invano di prevedere, così avviene di noi e della nostra struttura “sociale”, quando una necessità negata ci devasta, rendendoci “pericolosi”.
Un paragrafetto a parte merita il mal d’amore. Gli amanti sono irrisi o compatiti, sono figure scomode e antisociali: organismi non più funzionali e produttivi, creature ormai non più nobilitate dall’ampiezza del loro sentire, ma svilite al ruolo di ossessi, di malati d’illusioni, di affetti dagli affetti. Inefficienti. L’innamorato è un ostacolo nel fluire sociale, vive un tempo che è fuori dal tempo ordinario e da quella che abbiamo deciso di chiamare “realtà”. L’innamorato ricorda che “realtà” è un nonnulla nel tessuto spaziotemporale, un punto di intersezione qualunque su un piano cartesiano, dove le assi sono “tempo” e “spazio”: “realtà” è il risultato dell’incrocio di un determinato tempo con un determinato luogo. Questa memoria è pericolosa. Perché è viva e vitale come il rumore dei bambini.
Ascoltiamo il rumore di fondo dell’Occidente. Traffico. Bombardamento di notizie che dimentichiamo, immediatamente dopo averle ascoltate. Non abbiamo abbastanza compassione per compatire tutto quello che dovremmo compatire. Nemmeno noi stessi. Così, in questo frastuono, il solo rumore che non vogliamo ascoltare è il dolce, violento, sfrontato, disordinato, destabilizzante, maleducato, commovente: rumore della vita.
Della nostra, per prima.


© Maria Grazia Calandrone, Il Corriere della Sera.

Buona Pasqua!!!

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La Pasqua del 1953 fu la prima che il Card. Angelo Giuseppe Roncalli trascorse a Venezia.
Dopo il canto dei Vespri e la benedizione eucaristica, il Patriarca immaginò che non ci fosse nient’altro.
Invece il coro dei seminaristi intonò le litanie lauretane sul ritmo affascinante delle melodie patriarcali.
Sembrava che gli angeli e i santi, occhieggianti dai mosaici delle cupole dorate, si ridestassero in un tripudio di gioia.
Il Cardinale domandò al suo assistente (l’anziano canonico Francesco Silvestrelli): “Che cosa c’è?”.
Il canonico rispose: “Eminenza, andemo a l’altar de la Nicopeia a ralegrarse con la siora Mare, perché so Fio xe ressusità!”
Quella pia consuetudine, seguita dai fedeli con acceso fervore, intenerì il Cardinale Roncalli fino alle lacrime.
Divenuto poi Giovanni XXIII conservò un nostalgico ricordo fino al termine della sua vita di quel canto melodioso e di quella graziosa funzione in onore della Madonna in giorno di Pasqua.
Amava raccontare le profonde impressioni di quella Pasqua e ripeteva: “Andiamo a complimentarci con la Madonna: perché Suo Figlio è risorto!”.

The real name

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“Hear me, O islands,
listen, O distant peoples.
The LORD called me from birth,
from my mother’s womb he gave me my name”.

“It is too little, he says, for you to be my servant,
to raise up the tribes of Jacob,
and restore the survivors of Israel;
I will make you a light to the nations,
that my salvation may reach to the ends of the earth”.

(Book of Isaiah)

Adolescenti e fatica nella pratica religiosa

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Educazione

Cosa fare quando i figli si allontanano da Dio

È controproducente che i genitori li costringano alla pratica religiosa

prisiones - it

© DR

Preoccupa enormemente i genitori quando i figli adolescenti o giovani assumono un atteggiamento negativo nei confronti di Dio, tenendo conto che in casa sono stati trasmessi loro valori religiosi e che anni dopo, quando raggiungono un po’ di autonomia, libertà e ragione, decidono di rifiutare tutto ciò che rappresenta Dio.
Quando nelle famiglie si presenta questa situazione, alcuni genitori possono reagire in modo coercitivo costringendo il figlio ad assistere alla Messa o alle varie celebrazioni religiose. Altri opteranno per permettere che si allontani e che egli stesso torni in seguito a incontrarsi con Dio.
Partendo dal fatto che la situazione non è semplice, ciò che conta è agire in modo da impedire che questo allontanamento aumenti, perché molte volte la reazione dei genitori fa sì che i figli si allontanino ancor di più.
Prima di spiegare cosa fare quando si verifica questa problematica, bisogna analizzare alcuni fattori:
La fede ha varie tappe
La fede ha un ciclo naturale nella vita dell’essere umano. Come spiegava padre Calixto nel suo articolo per il quotidiano El Colombiano, “il nostro vivere religioso attraversa quattro tappe: prima la fede della Prima Comunione; in seguito quella che viviamo durante l’adolescenza, piena di incertezze e di alti e bassi; un’altra che sfuma e può morire nell’età adulta, e poi forse una quarta: la fede recuperata, quando aiutiamo i figli nei loro compiti di religione”.
La ribellione, caratteristica degli adolescenti
In questo periodo della vita, gli esseri umani attraversano una tappa di anticonformismo e un voler cambiare lo statu quo. Molte volte non sanno neppure contro cosa si stanno ribellando, ma è questa ricerca di identità che ruota nella loro mente, che spinge a destabilizzare tutto ciò che li circonda, anche i propri genitori. Ci sono casi in cui non si ribellano contro Dio ma contro i genitori, che durante l’adolescenza diventano per loro una minaccia costante.
Se comprendiamo questo contesto, possiamo renderci conto del fatto che la base del problema è un’altra e non deve essere necessariamente Dio.
Cattive influenze
Una persona vicina a nostro figlio può fare le veci di colui che mette in discussione la fede. Non dimentichiamo che durante l’adolescenza e/o la giovinezza gli amici sono le persone che hanno più influenza sui nostri figli. E una cattiva amicizia può fare grande danno. Quando verifichiamo un certo rifiuto per la religione da parte di nostro figlio, iniziamo a indagare sui suoi amici, conosciamoli, invitiamoli e a casa e magari cerchiamo di avere qualche contatto con la loro famiglia.
Se constatiamo che il problema è questo, non proibiamo quell’amicizia, perché l’unica conseguenza sarebbe entrare in guerra con nostro figlio. Dovremo usare altre tattiche più sottili che lo allontanino da quella persona.
Il controllo estremo
Non sono più bambini, e questo deve essere molto chiaro. Sono cresciuti e sono persone che possono ragionare e scegliere, e hanno il potere decisionale, pur essendo ancora immaturi. Quando esercitiamo un controllo estremo sui nostri figli, questo si può rivoltare contro di noi. A questa età, si presuppone che li abbiamo educati nei valori e confidiamo nell’educazione che abbiamo impartito loro nel corso degli anni. Non è quindi raccomandabile obbligarli né imporre loro la religione, perché finirebbero per opporsi ad essa.
Che fare allora?

  • Accompagnarli, non lasciarli mai soli. Non inganniamoci. Quando noi stessi siamo passati per la tappa adolescenziale possiamo aver provato inquietudine e ribellione. Facciamo quindi uno sforzo per comprendere nostro figlio e accompagnarlo in questo processo.
  • Niente rimproveri e sgridate. Anche se sappiamo che nostro figlio sbaglia, non è motivo per rimproverarlo o fare commenti che lo facciano stare male. Questo tema non deve diventare un tormento né uno spazio per le sgridate. Il dialogo tranquillo e positivo darà migliori risultati.
  • Il nostro esempio e la nostra coerenza. Non c’è miglior educatore dell’esempio. Dobbiamo essere coerenti con la Parola di Dio e far sì che le nostre azioni siano conformi a ciò che professiamo. Se i nostri figli vedono che trattiamo bene le persone, che siamo onesti, rispettosi, responsabili, pazienti, caritatevoli, amorevoli, coglieranno il messaggio e finiranno per accettare i benefici derivanti dal fatto di avere Dio nella vita.
  • Parlare loro positivamente di Dio, come di un amico, non un castigatore. Dobbiamo trasmettere ai figli l’insegnamento di Dio in modo positivo, perché il Signore ama tutti e perdona i nostri errori. Presentiamo loro Gesù come amico, compagno, protettore.
  • Pregare per i nostri figli. La cosa migliore che possiamo fare è infine pregare per i nostri figli, affidarli alla Vergine Maria perché si avvicinino di nuovo al Signore.
[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

Da: www.aleteia.org

“Ora più detrazioni per chi ha figli”

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Forum delle Famiglie: “Ora più detrazioni per chi ha figli”

Il presidente Belletti chiede al governo la priorità per famiglia e lavoro

Il Sinodo sulla famiglia che vorrei

© Valentyn VOLKOV / SHUTTERSTOCK.com

“Vorrei che lo slogan del nuovo governo fosse: Ci stanno a cuore i nostri figli e che agisse di conseguenza”. Così il presidente del Forum delle associazioni familiari Francesco Belletti, in un’intervista rilasciata il 20 febbraio ad Avvenire in cui chiede al nuovo esecutivo particolare attenzione a famiglia e lavoro.
Le famiglie, specie quelle con figli, chiedono un maggiore sostegno da parte del futuro governo. Perchè?
Innanzitutto sono stati i nuceli maggiormente colpiti dalla crisi e allo stesso tempo hanno avuto la tenuta migliore come ammortizzatori sociali “naturali”. Nelle ultime legislature il tema famiglia è rimasto nel dimenticatoio “I numeri parlano chiaro” – continua Belletti – “la percentuale di PIL che l’Italia spende per le politiche famigliari è la metà della media Europea. Si tratta di 15-17 miliardi in meno. Bisogna colmare questo gap da qui al 2018.”
Detrazioni fiscali e lavoro
“Siamo consapevoli delle difficoltà della finanza pubblica. Occorre perciò un aiuto selettivo per chi è più in difficoltà”.  La proposta concreta è aumentare da subito le detrazioni Irpef alle famiglie con figli minori.  E di pari passo alla famiglia c’è il lavoro: sgravi fiscali aggiuntivi alle imprese che garantiscono servizi di welfare aziendale ai loro dipendenti. Da ultimo ma non meno importante più attenzione a istruzione ed educazione. Perché è da qui che si deve ripartire. Dall’educazione della persona, del giovane. Da coloro che domani guideranno il nostro Paese.

Da: www.aleteia.org