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La Messa Mistero nuziale. 8. Dal grande dramma alla suprema gioia

Il terzo aspetto essenziale del rito giudaico in famiglia è che costituiva un banchetto sacrificale. Abbiamo già visto che probabilmente al tempo di Mosè era l’unico sacrificio nel quale l’Israelita si faceva commensale di Dio per cer­care una comunione vitale con Lui – brama e speranza che si realizza soltanto nell’Eucarestia cristiana.

Questo pasto, di fatto, era già un sacrificio prima di Mosè. Lo era per Abramo, nomade del deserto, pellegrino verso la terra che Dio gli aveva comandato di cercare. Lo era ancora prima, quando era il rito delle tribù di Canaan, da cui Abramo lo assunse. Anche questa gente, povera e senza cultura, che viveva – priva di una fede chiara – «nell’ombra della morte»spirituale, riusciva ad intuire la necessità di of­frire un sacrificio di omaggio a una Divinità ignota.

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La Messa Mistero nuziale. 4. Una parola chiave: “Memoriale”

Pochi istanti prima di passare il suo prezio­so Sangue per la prima volta ai discepoli, Gesù terminava la terza e ultima preghiera di ringra­ziamento. Questa terza preghiera registra un notevole progresso rispetto alle precedenti. Le prime due ricordano i grandi prodigi di Dio, la redenzione d’Israele, l’Alleanza, e lo bene­dicono per le sue meraviglie. La terza – ricor­dando il passato per implorare che il Dio sal­vatore continui la sua opera di redenzione – e già una proiezione verso il futuro.

Quando Gesù ha pronunciato quelle poche parole, colme della pienezza di Dio, non ha solo sostituito Se stesso a un cibo materiale, come non ha soltanto sostituito la morte del Figlio di Dio a quella di un agnello sgozzato, o la redenzione eterna nella gloria dello Spirito di Dio alla liberazione dalla schiavitù d’Egitto. Egli ha fatto qualcosa di ancor più stupendo (se tutto questo non è ancora troppo per schiac­ciarci sotto il peso insopportabile di un Amore infinito!): tutto quanto Egli ha fatto lo ha messo nelle nostre povere mani mortali, per­ché ripetiamo quello che Lui ha fatto ogni volta che lo vogliamo! E ripetendo i suoi gesti e le sue parole noi rinnoviamo quell’atto centrale della storia umana che è la morte per il mon­do – e per noi – del Figlio di Dio.

  1. Paolo ci ha conservato queste parole: «Ogni volta che farete questo, fatelo in me­moria di Me». Ora comprendiamo perché Ge­sù ha detto «ogni volta che». Egli sapeva che i Giudei credenti celebravano – e avrebbero continuato a celebrare – ogni giorno quel pa­sto sacro rituale, e precisava che ormai non do­vevano più celebrarlo per il passato d’Israele, ma per Lui stesso, per averlo in mezzo a loro come Redentore che si dà in morte per salvarli, e poi in vita risuscitata per amarli, per strin­gerli, per unirli a Sé. «Dunque dice – tutte le volte che lo farete in avvenire lo farete in memoria di Me».

 

Abbiamo qui una parola d’importanza capi­tale. Una parola che racchiude un mistero pro­fondo, di una ricchezza e di una potenza infi­nite. Una parola che solo Dio potrebbe conce­pire, solo Dio potrebbe mettere sulle labbra dell’uomo, solo Dio potrebbe poi accogliere e adempiere. E la parola «memoria».

L’abbiamo certamente meditata tante volte. Ma purtroppo sia i predicatori come i nostri autori spirituali, che nulla sapevano della liturgia sinagogale, non ci hanno abituato a tro­vare in questa parola che il senso ovvio, tal­volta un po’ sentimentale: «Un ricordo di me»: come se, andando alla morte, Gesù avesse gridato al mondo per un po’ di amore: «Mi dò alla morte per voi, non dimenticate­lo!» Un grido patetico, disperato… Non c’è da stupire se i nostri autori hanno insistito sulla compassione, sulla riparazione e sull’amore ri­conoscente. Anche questo era giusto, poiché l’espressione «in memoria» contiene un ri­chiamo al nostro amore di riconoscenza; ma lo contiene per mezzo di un concetto che ci spa­lanca un orizzonte e ci svela un contesto im­mensamente più ricchi di un semplice ricordo del passato.

La parola «memoria» si comprende me­glio se la si traduce in modo più esatto con «memoriale». E questa parola «memoria­le» racchiude in sé una storia e una dottri­na che – iniziando dai trattati dei rabbini anteriori a Cristo fino alle indagini dei nostri giorni – è stata più volte oggetto di interi volumi. Non è un concetto facile, ma della mas­sima importanza, perché racchiude l’essenza stessa della Messa, la sua teologia, il suo signi­ficato intimo per la salvezza dell’uomo; non per nulla nelle nuove preghiere eucaristiche la Chiesa ha adottato la parola «memoriale». E la traduzione del termine ebraico «zikkarom», ed ha un valore centrale e fondamentale nelle preghiere eucaristiche della vecchia Alleanza usate da Gesù nell’ultima Cena.

Tale parola la troviamo nella terza preghiera in un inciso speciale per il sabato e gli altri giorni festivi. Mentre si prega che Dio voglia continuare a perfezionare l’opera della sua re­denzione, si dice: «Dio nostro, fa’ che il me­moriale dei nostri padri, il memoriale del tuo popolo, il memoriale della tua città Gerusa­lemme, il memoriale del Messia figlio di Da­vide, si innalzi, e venga, arrivi, sia compreso, ricordato, accettato dinanzi a Te, per la libera­zione, il bene, la grazia, la misericordia di que­sto giorno. A suo riguardo, ricordati di noi, Si­gnore, per esso visitaci per salvarci, per bene­ficarci vivificandoci con la tua misericordia».

Si comprende immediatamente che «memo­riale» è molto più di una semplice commemo­razione, di un semplice ricordo soggettivo e per­sonale del passato. Al di là del ricordo sogget­tivo interviene, fuori della mente di chi prega, una realtà che ha un’esistenza propria, che è rinchiusa nel passato ma che esiste ed opera nel presente e che continuerà ad operare nel futuro. Nella storia e nella letteratura d’Israele il «me­moriale» è un pegno sacro dato da Dio al suo popolo che questi conserva come il tesoro spi­rituale per eccellenza. Pegno che implica una continuità, una permanenza misteriosa, nelle grandi azioni di Dio del passato, dei suoi pro­digi commemorati nella festa.

Prima di tutto è quasi una garanzia da parte di Dio della sua fedeltà a Israele, della conti­nuità del suo disegno di amore, della sua vo­lontà salvifica sempre attuale. Diventa così il fondamento di una supplica fiduciosa affinché il potere inesauribile della Parola di Dio che ha operato le meraviglie del passato continui a rinnovarle nel presente. É il segno efficace del­l’attualità perpetua delle grandi gesta di Dio in favore del suo popolo; e quando viene presen­tato a Dio, Egli rinnova la sua opera salvifica in mezzo a Israele.

 

Un esempio tratto dalla vita famigliare ci aiuterà ad afferrare meglio questo concetto. Im­maginiamo un padre di famiglia che in una cir­costanza tragica – terremoto, alluvione, incen­dio – abbia rischiato la vita per una figlia, ri­portandone cicatrici permanenti. Come padre ama tutti i suoi figli, ma dopo quell’incidente viene a stabilirsi fra lui e la figlia salvata un’in­tesa tutta speciale, un rapporto, un legame, un amore, una comprensione tanto profondi che è sufficiente uno sguardo da parte di lei, una parola, un accenno a ciò che lui ha fatto per lei – a ciò che lui è per lei dopo quel fatto – ed egli sa d’istinto ciò che passa nel suo cuore, ed egli è subito tutto comprensione, tutto amore e tenerezza, tutto protezione per lei… Ebbene, il Padre è Dio e la figlia è Israele, quell’avve­nimento è il «memoriale» che resta fra i due, una realtà oggettiva e immutabile, che in qual­siasi momento ha il potere di rimettere in moto tutto il dinamismo di quel mutuo rap­porto che è continuo e si attualizza ad un cenno.

Se il concetto di memoriale può ancora suscitare qualche perplessità, essa dilegua se ci collochiamo nel momento del passaggio dalla Vecchia alla nuova Alleanza. Sono suffi­cienti alcune parole di Gesù: «Fate questo come memoriale di Me», e ciò che commemo­rava la liberazione nel Mar Rosso ora rappre­senta la redenzione del mondo nel Sangue di Dio. E per garantire la permanenza di questa suprema meraviglia del Dio salvatore, ecco che il «memoriale» oggettivo – che noi possiamo presentare davanti a Dio – è niente meno che lo stesso Corpo spezzato e lo stesso Sangue versato per noi, del suo proprio Figlio.

Il segno efficace – il «memoriale» – del­l’attualità perpetua della nostra Redenzione non è altro che quel Cristo morto e risorto per redimerci. Comprendiamo così che la lunga sto­ria del pasto rituale con il suo «memoriale» era solo una figura, una preparazione, un vaso fragile, in ultima analisi una coppa di vino, per regalarci il dono supremo del continuo rinno­vamento del sacrificio del Calvario nell’Eucare­stia cristiana.

La sostanza stessa della nostra Redenzione ci è conservata per sempre in questo «memo­riale» del Corpo e del Sangue di Gesù, di Lui che è «morto una volta per sempre per trovare una redenzione eterna»4, di Lui che non cessa mai di rinnovare con la propria morte quella redenzione nel «memoriale» della nuova Al­leanza che è la Messa di ogni giorno ovunque la si celebri.

4 Ebr 9,12.